Atlante di Torino

 


image-1In piazza Castello e in piazza San Carlo la strage di Torino
Settembre 1864. La capitale viene trasferita a Firenze, i giorni che precedono l’annuncio ufficiale sono convulsi. Anche su sollecitazione del re il giorno 20 uscì sulla Gazzetta Torinese un articolo che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto dare qualche soddisfazione ai torinesi, ma nella realtà sortì l’effetto completamente opposto. Brofferio ne dà la colpa all’assenza del direttore, Piacentini, che “in quella forma non l’avrebbe pubblicato”.
Qualcuno più tardi sospettò che non si trattò di un errore, proprio per scatenare quella reazione che avrebbe messo definitivamente in cattiva luce la città. Sta di fatto che in serata ci fu un’aggressione agli uffici della Gazzetta, in piazza San Carlo, dispersa da guardie di pubblica sicurezza che fecero uso delle sciabole (per cui venne ordinata un’inchiesta giudiziaria).
Qualcuno accennò anche ad agenti provocatori che parlavano con accento di fuori, mischiati tra la gente. Nelle testimonianze si parla di qualche bandiera, un tamburo, gruppi sparuti che non sembravano certo pericolosi. Le dimostrazioni, secondo quanto riferirono molti, erano contro lo spostamento a Firenze, in quanto sembrava una rinuncia a Roma in ossequio al Papa. “O Torino o Roma” era infatti uno degli slogan più urlati.


image-1Si parlò anche di un risarcimento per la città ma nel Consiglio Comunale del 21 il sindaco marchese Emanuele Luserna di Rorà fu categorico: “ Se il trasferimento è necessario al bene della patria, a che si parla di compensi? E, se invece è funesto, come lo crediamo, Torino pensa troppo altamente dell’Italia e di sè per vendersi”.


La sera del 21 la gente preoccupata si raduna in piazza Castello e in piazza San Carlo. La terribile cronaca è raccontata da un quotidiano dell’epoca: «Un drappello di reali Carabinieri (si trattava di allievi carabinieri al comando del capitano Vigo ndr.), uscito all’improvviso dal Ministero degli Interni, faceva fuoco (senza alcuna intimazione) contro la popolazione che passava in piazza Castello! Ci riferiscono in questo momento essere undici i morti, parte ricoverati nella birreria Calosso, parte abbandonati sulla piazza» (Gazzetta del Popolo del 22/9/1864).


Chi ha ordinato di aprire il fuoco ? Non si sa. Le responabilità non sono ben chiare, qualcuno dice che l’ordine è arrivato dai ministri impauriti riuniti all’interno del palazzo, altri che i giovani allievi carabinieri, inesperti e impauriti, si siano fatti prendere la mano.
Il giorno dopo va anche peggio. La gente ora ce l’aveva con i caribinieri e poliziotti ritenuti responsabili di aver usato le sciabole e di aver sparato il giorno precedente. Gli ufficiali del 66° e del 17° schierati in piazza San Carlo, più volte erano andati in questura per suggerire di ritirare i carabinieri.

Alle nove della sera i vari assembramenti convergevano verso piazza San Carlo già affollata di curiosi. Vola qualche pietra verso la Questura, dopo un solo squillo di tromba (non i tre previsti in questo caso) dalla Questura escono i carabinieri al comando del tenente Brove che attraversano lo sbarramento dei soldati e, senza alcuna intimazione, attaccano la folla prima alla baionetta, poi sparando. Dietro ai carabinieri alcune guardie di p.s. spararono dalla porta della Questura per poi ritirarsi.

I colpi, oltre alla gente, ferirono gravemente al capo il colonnello Colombini del 66° (che si era adoperato per tenere calmi gli animi e con i suoi uomini stazionava dalla parte opposta della piazza).
Colpiti alle spalle anche alcuni uomini del maggiore Manno, del 17°, che stazionavano davanti alla Questura (evidentemente da colpi sparati dall’interno).
I soldati che erano ancora con i fucili a terra vedendo la folla ondeggiare verso di loro, sentendo i colpi, vedendo cadere qualche commilitone, pensarono ad un attacco diretto e iniziarono un terribile fuoco incrociato che oltre a fare vittime tra la folla, al centro della piazza, causava danni anche ai soldati sul lato opposto.

Inutilmente gli ufficiali cercarono di fermare il fuoco.
Questa la cronaca: «Gli allievi carabinieri erano alla Questura. Truppe di linea stanziavano d’ambo i lati sotto i portici di Piazza S. Carlo. Verso le nove entrano nella piazza a migliaia i dimostranti. Alcuni, cioè i provocatori, tirano contro gli allievi carabinieri sassate e due colpi d’arma da fuoco. Gli allievi carabinieri escono dalla Questura e si dispongono sulla piazza facendo fuoco senza intimazione, tenendovisi autorizzati dai colpi avuti. Sopra una folla compatta ogni colpo fa una vittima, ma l’orrore si accresce per un caso inaspettato. Mentre le palle tirate più in basso colpiscono cittadini, altre o più alte o passando nei vani vanno a ferire di qua e di là i soldati che, credendosi aggrediti anch’essi, per un terribile equivoco prendono l’armi e sparano alla loro volta sopra la moltitudine presa da tre parti. Ma essendo essi schierati a fronte si feriscono anche tra loro! L’atroce spettacolo che allora presenta piazza S. Carlo si può meglio immaginare che descrivere.


La folla inerme fugge ma 27 cadaveri (oltre a quelli dei soldati) lasciano lunga e sanguinosa traccia. La piazza ha l’aspetto di un macello di carne umana. I cadaveri dopo essere stati lasciati qua e là alcun tempo, vengono ammucchiati contro il monumento, parte altrove. Lo stesso dei feriti. Alcuni devono aspettare i soccorsi per impossibilità di muoversi. Altri si trascinano carponi e si ricoverano dopo mille stenti in qualche vicina farmacia» (Gazzetta del Popolo del 23/9).

image-1La confusione era totale : «Un impiegato della Questura presentossi all’ospedale di S. Giovanni con sei carabinieri revolver alla mano, ordinando a quei sanitari che andassero a raccogliere i feriti. I sanitari si mostrarono pronti, chiedendo solo di non venir fatti anch’essi bersaglio a fucilate nell’adempiere al pio ufficio, come ad altri dicevasi avvenuto. Ma dar loro una tale assicurazione era impossibile, tanta era la confusione nelle disposizioni che si prendevano, e del resto l’ospedale non ha che una barella, ed era necessaria l’autorità diretta della Questura per poter requisire le cittadine (piccole carrozze chiuse, ndr.) In conclusione, salvo alcuni pochi, i feriti non poterono essere condotti a salvamento e curati che circa un’ora o un’ora e mezzo dopo la sanguinosa tragedia!»
Ci furono testimonianze di episodi terribili: il fornaio Giuseppe Robresco ebbe la moglie, incinta, uccisa tra le braccia, mentre cercava di proteggerla o episodi di ferocia come quello narrato dal testimone Emilio Ruggeri che raccontò di un carabiniere che inseguì un giovane e, raggiuntolo, gli sparò a bruciapelo.





Il generale Menabrea e il ministro degli esteri Visconti Venosta in una delle concitate riunioni che si susseguirono manifestarono il loro disappunto perche si era sparato anzichè caricare.
Il tragico bilancio finale, anche se controverso, conta circa cinquanta morti e duecento feriti. Il 28 settembre la Gazzetta del Popolo scrisse di 112 maschi e 3 femmine negli ospedali, di cui 14 deceduti. Aggiunse i caduti per strada: 28, portando il suo totale generale a 165 feriti e 42 morti.
In nottata al consiglio dei ministri qualcuno propose di mettere la città in stato d’assedio, ma il generale Della Rocca (che era stato frettolosamente nominato responsabile dell’ordine pubblico, ma che dal suo quartier generale al “Gran Comando” di palazzo Guarene in piazza Carlina, aveva potuto fare ben poco) si inalberò assicurando che togliendo dalle strade poliziotti e carabinieri e lasciando solo l’esercito, tutto sarebbe tornato tranquillo.
Anche il Della Rovere, ministro della guerra, molto malato (morì qualche giorno dopo) si alzò dal divano, dove era accasciato, per difendere la città che doveva fare i conti anche con lo sdegno che stava montando del resto del paese a causa delle notizie propalate da Silvio Spaventa che gettavano colpa e discredito sui torinesi.

La città che aveva reso possibile l’unità del Paese, ora era in cattiva luce e non c’erano più ostacoli al trasferimento.
Silvio Spaventa (1822-1893) sottosegretario all’Interno nei governi Farini e Minghetti (dal dicembre 1862 al settembre 1864), principale ispiratore della politica di sicurezza interna dello Stato, lo stesso che organizzò la feroce repressione del brigantaggio meridionale, il 22 settembre fece trasmettere dall’Agenzia Stefani un dispaccio che gettava la colpa sui dimostranti: “Iersera la plebe si è ammutinata sulla piazza Castello alle grida di viva Torino capitale ed essendosi tentato di forzare la linea militar per penetrare nel palazzo del ministero, la truppa dovette far uso delle armi. Vi furono pochi morti e feriti. La città rientrò nella sua calma e oggi riprese il suo aspetto ordinario”.

Il re rientrò in tutta fretta in città per una riunione in via Principe Tommaso a casa della Rosin che a quanto pare fu una delle persone vicine al sovrano che caldeggiarono il licenziamento del primo ministro Minghetti, sostituito dal Lamarmora, e del Ministro degli Interni Peruzzi, fatto che fece mutare favorevolmente l’opinione dei torinesi nei suoi confronti.
Anche la compagnia delle guardie di pubblica sicurezza che stazionava in città venne sciolta.


 

 

Consulta in originale la relazione sui fatti di settembre 1864 compilata nel 1915 da Teofilo Rossi e Ferdinando Gabotto, secondo vecchi e nuovi documenti:

leggi da pag 1 a pag 43
-
leggi da pag 44 a pag. 96

 

 

 

 

 



Torna alla zona - R -