Atlante di Torino


 

image-1Le Tariffe del boia nel 1575:

impiccagione 21 lire
squartamento 36 lire
rogo (per le streghe) 16 lire

Curioso il sistema di pagamento dello stipendio del carnefice: il primo presidente della Corte d’Appello indossava un paio di guanti nuovi, poi firmava il modulo di pagamento e lo gettava sul pianerottolo (quindi bruciava guanti e penna). L’usciere con delle pinze lo prendeva e lo gettava nella tromba delle scale, al fondo delle quali attendeva il boia, il quale era costretto a girare con un mantello rosso per impedire che il sangue, eventualmente schizzato durante un’esecuzione, potesse impressionare la gente.
Spesso i venditori di alimentari non volevano avere a che fare con lui, a tal punto che nel XVI secolo fu emanata un’ordinanza cittadina perché gli si vendesse del cibo. I fornai, però, gli davano il pane rovesciato in segno di disprezzo e, quando le autorità minacciarono di perseguire questa usanza, fecero una forma di pane particolare, ancora detta “pane del boia”.
All’ostracismo popolare si sommava una serie di altre misure che sottolineavano la anomalia sociale del boia: per esempio, nella chiesa di Sant’Agostino il boia godeva del privilegio di sedersi in un banco riservato a lui e alla sua famiglia.

image-1Il costo della forca
Il preventivo manoscritto di un “mastro di bosco” (falegname) corredato anche di schizzi relativi, per la costruzione di una forca nuova (che non viene nominata, ma definita semplicemente cavalletto con due scale). Il costo totale previsto è di 72 Lire

 

 

 

 

 

 

 

 

image-1Il costo di un’esecuzione
Il prospetto manoscritto nel quale sono dettagliate le tariffe per ricompensare gli “esecutori di giustizia” se l’esecuzione ha luogo nella Capitale (Torino):
per detta esecuzione in ragione di L. 3.60 per cadun individuo
per l’erezione del patibolo L 18
per trasporto del medesimo L. 4
Da cui risulta che il boia percepiva
per una esecuzione L. 25.60
Gli assitenti, invece, prendevano L.1.80
Il brigadiere che guidava la scorta L. 3.90 agli otto soldati che la componevano L. 3 a testa.
I diritti di trasferta erano regolati in ragione di 10 miglia al giorno.

 

 

 

 

 

L’esecuzione aveva un rituale preciso: con al collo il laccio e le mani legate (i parricidi venivano incappucciati), il condannato saliva sul carro, che andava, tra la folla, fino al luogo dell’esecuzione, preceduto dai membri della Arciconfraternita della Misericordia che cantavano il Miserere mentre la campana municipale suonava a morto. Sul carro c’erano anche il boia e il prete, al seguito i soldati. Sul patibolo il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato, il prete ripeteva l’assoluzione e dava da baciare il Crocifisso.  
Spesso, avvenuta l’esecuzione, la folla lanciava sassi contro il carnefice in segno di disprezzo.  
Alcuni Boia di Torino: Nicodemo Pantoni XVIII sec. (che operava con la ghigliottina per i francesi), Gaspare Savassa (Rondò della Forca ‘800), Giorgio Porro, Giuseppe Monti-Gianotto, Pietro Pantoni.

Anticamente la giustizia era molto severa:
1723 il valdostano Andrea Ploz fu decapitato per malefici e sortilegi di magia nera contro la moglie Maria Arnod.
1785 Francesca Moretto per aver avvelenato il marito fu condannata dal Senato a “essere appiccata per la gola fino a che l’anima non sia separata dal corpo, questo dopo l’applicazione delle tenaglie infuocate”.
Nel 1834 viene abolita la tortura della ruota e delle tenaglie infuocate, ma la severità della polizia non si allenta sollecitata dal conte Galateri, governatore militare, e dal conte Fabrizio Lazari (1797-1860) ispettore generale di polizia che, ad esempio, manda al Crottone (le celle sotto palazzo Madama) un medico che aveva osato mandare la parcella a un nobile.

image-1Il Boia chiede una dilazione
Con questa lettera Pietro Pantoni, esecutore di giustizia, chiede il rinvio dell’esecuzione di una sentenza, perchè debole causa un’indisposizione.
Il testo:
Illustrissimo Benigno Signoria Avvocato Fiscale Generale
L’umilissimo Pietro pantoni, capo esecutore di giustizia ha l’onore di osservare alla SIgnoria Vostra che per certe picciole sanitarie indisposizioni, cioè dissenteria, e l’umile esponente non trovandiosi concentrato nelle proprie forze non puole disporre nell’attuale seguente esecuzione, perchè debole, epperciò umilmente chiede una dilazione di quattro o sei giorni, che della somma grazia
L’umilissimo supplicante

Pietro Pantoni

 

 

 

 

 

image-1Il Boia chiede l’aumento
La lettera con cui uno degli aiutanti del boia, Giuseppe Monti, chiede un aumento di stipendio (equiparato a quello percepito da Giorgio Porro) per aiutare la vecchia madre

Il testo integrale:
Illustrissimo Signor Avvocato Fiscale Generale
Il povero esecutore di giustizia effettivo rispettosamente espone alla S.V. che avendo cinque sentenze e tutte otimamente senza dare ocasione al popolo di solevarsi e per cio si invitta a ricorrere alla S.V. che voglia dignarsi di farmi otinere il salario che godeva il Porro Giorgio quando prestava servizio di effettivo, il salario di Lire 12.00 a motivo che io ai la mia madre molto tempata di ani 60 circa. Credo che io non posso rifiutare il sostentamento a una madre e percio io bissognai di prendere il mio salario a sostinerla e percio supplicare della S,V, voglia dignarsi di farmi acordare questo salario per potermi aiutare nei miei bisogni.
Che della suma grazia
il umile suplicante
Monti Gianati Giuseppe
esecutore

 

 

 

 

Inizialmente l’esecuzione non era solo pubblica vendetta, ma spettacolarizzazione e monito. Così il corteo del condannato veniva fatto girare per la città. Poi i tumulti che generava, consigliarono di adottare il tragitto più breve tra il carcere e il luogo designato
Così l’esecuzione capitale, in città cambiò spesso di sede. La forca venne eretta:
sulle rive del Po o della Dora
in Piazza delle Erbe, attuale Palazzo di Città, dove ora c’è la statua al conte Verde, e in piazza Reale (San Carlo).
Nel periodo della Rivoluzione francese la ghigliottina operava al centro dell’attuale piazza Carlina (piazza Carlo Emanuele II).
Nell’Ottocento furono le Torri Palatine a ospitare le esecuzioni di piazza, quindi in Valdocco (Vallis Occisorum) piazza Giulio, il celebre “Rondò della Forca” (dal 1835), poi alla Cittadella e ai Magazzini Generali (vicino a Porta Susa) dal 1852.
Nel 1849 le sentenze si eseguivano in piazza d’Armi dove venne fucilato il generale Ramorino.

La forca piemontese consisteva in due pali (sempre gli stessi) che venivano conficcati nel terreno e fissati da due macine da mulino, uniti tra loro da un altro orizzontalmente al quale si legavano due scale contraposte su cui stavano il boia e il giustiziato. Il tutto veniva smontato dopo ogni esecuzione.
L’ultimo impiccato fu Carlo Savio nel 1864, poi si passò alla fuciliazione. L’ultima fu il 4/3/1947 quando alle basse di Stura venne giustiziata la banda di Villarbasse.

image-1Non sempre filava tutto liscio
Il 12 marzo 1853 c’era parecchia gente per assistere all’impiccagione di Antonio Sismondi, parricida, che aveva suscitato notevole clamore in città. Sembrava tutto finito, ma proprio quando stavano preparando il corpo per trasportarlo al cimitero degli impiccati, a San Pietro in Vincoli, ci si accorse che respirava ancora. Provarono a rianimarlo, ma fu tutto inutile: dopo quattro ore il condannato spirò definitivamente.

Il fatto suscitò viva sensazione e un dibattito alla Camera che decise di mantenere la pena di morte, ma di chiudere il cimitero di San Pietro in Vincoli.
Gaspare “Gasprin” Savassa era l’operatore della ghigliottina, venne sostituito da Pietro Pantoni che iniziò la sua carriera a Modena, impiccando il patriota Ciro Menotti. Tra il 1831 e il 1865 giustiziò 127 persone, nello steso periodo il famoso “Mastro Titta” a Roma, mise a morte 232 individui.

E’ interessante notare che in due lettere inviate ai superiori nel 1852 e nel 1853 Pantoni auspica l’abbandono della forca a favore della ghigliottina “per umanità dei poveri pazienti...”.
Ma anche lui aveva i suoi problemi: aveva fatto venire da Parma suo nipote Luigi per avviarlo alla professione di famiglia, ma oltre a risultarne incapace (come risulta dalle missive di protesta dell’assistente Giuseppe Monti-Gianotto), sua moglie Matilde si segnalò per i suoi liberi costumi al punto che Piero, stufo di sentirsi canticchiare canzoncine ironiche sulla facenda, la trascinò in tribunale facendola dichiarare “donna pubblica”.

 

 

 

image-1Qualche statistica

1738-1864 887 esecuzioni capitali
1738-1799 345 impiccati (5,5 in media all’anno) - a Londra furono 348 in 5 anni (1783-1787)
1800-1814 423 tra fucilati, impiccati e ghigliottinati (28 all’anno in media)
1815-1830 51 impiccati (3,2 all’anno)
1831-1848 15 (meno di uno l’anno)
1849-1861 51 (circa 4 all’anno)
1862-1864 2

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Le esecuzioni attiravano un grande concorso di curiosi per un rito che aveva una sua scenografia. Luogo preferito dai borseggiatori con la folla che poteva parteggiare per il condannato, come avvenne per Pietro Mottino (1854), circondato dall’aura del bandito cavalleresco, bello e spavaldo fino all’ultimo; oppure per i delitti più efferati ingiurie e lanci di pietre verso il condannato.

image-1Scandalo sul patibolo
Matilde, la moglie di Luigi Pantoni, aiutante dello zio Pietro, diede parecchio scandalo, creando non pochi problemi “all’esecutore capo di giustizia”.
Nell’archivio del giudice responsabile arrivarono ben presto documenti che provavano l’incresciosa situazione.
Qui a fianco una lettera del 25/7/1859, di Giovanni Micheleta, amante della Matilde, alla sua bella di cui riportiamo il testo integrale:
Mia cara Matilde
A quella ora che tu mi ai deto e io ti atendo con vivo cuore espero di abraciarti ben presto e di sfogarmi la mia pasione con te in tanto io ti dicho che ieri ai incontrato quel Grosso Boia mi a contatto che a compratto del bosco (legno) da voialtri e che a fatto un buon contratto ma spera di farne altro al più presto di rilevare la piazza del tuo maritto e allogio e mi conttato che tu avutto dei quiscione con tua zia e che tu sia stata in tribunale e che tu sei stata aprovata e condannata per una dona publica e con questo mirincresce mi a detto che tu ai dei Bochi overrosia dei Bigati intanto io ti salutto mia cara Matilde il mio cuore mi piange se non posso vederti soventi e ti prego di lasciarti vedere a ora solita io ti saluto di vero cuore io sono il tuo più fido non ciollo altre che te perche tu sai ben ciollare io sono il tuo amicho
Micheleta Giovanni



image-1La canzone dello scandalo
Qui la lettera firmata dal boia Pietro Pantoni, nella quale riporta al giudice i versi della canzone che la gente gli canta per dispregio.

 

Il testo:
Canzone in dialetto piemontese, che rima, che la Matilde moglie di Luigi Pantoni, e da loro inventata cantata sovente ad alta voce per ingiuriare la famiglia di Pietro Pantoni, loro zio:
Li amici e parenti son peggio dei serpenti
Quantunque che ne abbia perso il tempo di una giornata
ma ne hanno avuto una mostazata
Li amici ecc.
Han ben detto la sua ragione
ma non hanno avuto alcuna soddisfazione
Li amici ecc.
Hanno fatto tutto quello che hanno potuto
ma con tutto ciò nulla hanno ottenuto.
Stà pur lì a dar ascolto, ma non siete che
spie e goffi (cioule) del quartiere

 

image-1Gli spettatori valutavano anche l’operato del boia e se questi non era lesto nel suo compito, prolungandolo più del dovuto, si scatenava l’ira poplare. La rabbia scoppiava anche se si veniva meno al rituale, se non si lasciava pregare il condannato, se non si ascoltavano le sue ultime parole, se non si soddisfava l’ultimo desiderio, generalmente una scodella di brodo caldo “il brod d’ondes ore” in ricordo di quando le esecuzioni si svolgevano alle 11 del mattino.
Quindi fischi per il boia impacciato e applausi per quello abile, come a teatro.
Giorgio Porro, ad esempio, fu messo a riposo dopo 18 anni di servizio proprio per la lentezza.
L’esecuzione doveva durare non più di 30 minuti, dall’uscita dal carcere, alla deposizione del cadavere. Il momento cruciale era veramente efferato: Il boia spingeva nel vuoto il condannato, dalla scala su cui si reggeva, quindi gli balzava con tutto il suo peso sulle spalle e con un piede sul collo lo fletteva sulla spalla opposta, mentre in basso l’aiutante (il “tirapiedi” tirava appunto per i piedi il condannato per accelerarne la fine).

Con questo si spiega l’odio e il disprezzo che circondava la figura del boia e dei suoi aiutanti. La retribuzione, in compenso, era buona: nel 1838 un “garzone esecutore di giustizia” guadagnava 100 lire al mese e dopo 8 anni diventava “esecutore effettivo” per 125 mensili (4 lire al giorno), vale a dire più del triplo di un tessitore di seta, il doppio di un muratore specializzato o di un panettiere, una volta e mezzo la paga di un tipografo, la stessa cifra di un professore di prima nomina all’Università.
Una volta promosso, con 1500 lire l’anno, guadagnava il doppio di uno scrivano ministeriale e più del triplo di un maestro delle primarie. In più c’erano gli extra.

image-1Il Rondò della forca
La piazza che si trova all'incrocio tra i corsi Valdocco, Principe Eugenio, Regina Margherita e la via Gian Francesco Cigna (vedi zona Borgodora) venne creata dopo l’abbattimento delle mura, voluto da Napoleone il 23 giugno 1800. Al termine dell’occupazione francese assunse la denominazione popolare di "Rondò della forca" in quanto sede, fino al 1852, delle esecuzioni capitali. Le sentenze venivano eseguite mediante la forca “piemontese”, installata di volta in volta. La carretta giungeva col condannato confortato da un sacerdote ed accompagnato da una scorta armata e dalla Confraternita della Misericordia. San Giuseppe Cafasso (1811-1860) seguì ben 57 di questi sciagurati e per ricordare il santo consolatore di questi miseri peccatori, nel 1961 viene eretto un monumento in suo onore, voluto dai carcerati di tutta Italia ed eseguito dallo scultore Virgilio Audagna (1903-1993) sul luogo del patibolo. L’opera raffigura il Santo nella caritatevole estrema opera di conforto ad un condannato.

L’ultima efferata esecuzione
Nel maggio del 1945 al Rondò della forca ci fu un’ultima esecuzione postuma: venne fucilata la sedicenne Marilena Grill (che abitava in corso Oporto - ora Matteotti - 25), colpevole secondo alcuni di essere una spia, in realtà una semplice ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana. Il comandante partigiano del plotone di esecuzione, il romano Alberto Polidori, quando se la vide davanti, assieme ad altre ragazze in grigioverde altrettanto giovani e spaventate, si rifiutò di sparare. Lo disse con fermezza, disse che non avrebbe potuto assassinare delle bambine. Allora ci pensò un altro, un certo Pierin d' la Fisa, uno deciso a far piazza pulita di tutti i fascisti, innocenti o colpevoli che fossero, incurante del fatto che gli organi di governo della Resistenza avessero ordinato di fermare la mattanza.

 


I documenti proposti sono custoditi nell'Archivio di Stato di Torino


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