Atlante di Torino


dall'inizio al XVII secolo
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image-1 Leggende egizie
Le radici della città affondano nelle affascinanti ma artefatte nebulosità delle leggende: Filiberto Pingone (1525-1582), autore della prima storia di Torino (1577), scrive di un’origine egizia spiegandola col ritrovamento, durante la costruzione della Cittadella, di una lapide dedicata alla Dea Iside.
Anche Emanuele Thesauro (1594 -1675) storico di corte, cercando di far risalire la famiglia regnante ad antiche dinastie, nell’“Historia della città”, ricordando il mito di Fetonte, sostiene che il principe egizio Eridano sarebbe sbarcato in una terra che chiamò Liguria in onore del figlio Ligurio.
Proseguendo poi oltre gli Appennini si sarebbe fermato in una pianura solcata da un grande fiume, simile al Nilo, che chiamò Eridano. Tutto questo sarebbe avvenuto nel XV secolo prima di Cristo.

 

Taurini
Fonti certe del III secolo avanti Cristo attestano che la zona era abitata dai Taurini “popolo delle montagne”. Anche l’origine di questo nome è controversa: la leggenda racconta di un terribile drago che molestava gli abitanti, un contadino allora avrebbe fatto inebriare il suo toro con un otre di vino, aizzandolo contro il mostro. Il toro sconfisse il mostro, ma morì per le ferite riportate. I popolani, in onore del suo coraggio, decisero di chiamarsi Taurini.
Più semplicemente il nome dovrebbe derivare dalla radice indo-ariana taur che significa monte.
Sta di fatto che i Taurini, nel 218 a.c., subirono l’invasione dei Cartaginesi; la piccola città resistette per tre giorni, prima di essere distrutta e incendiata dall’esercito di Annibale, forte di 37 elefanti, 60.000 cavalieri e 20.000 fanti.

Destino militare
In seguito i romani, vista l’importanza strategica della zona, chiave d’accesso occidentale alla penisola italica, favorita anche dalla collocazione tra il Po e la Dora, crearono un insediamento prettamente militare, caratteristica che per diversi secoli contraddistinse la città.
Giulio Cesare nel 58 a.c. fondò Castra Taurinorum che nel 28 a.c., sotto Augusto, fu inglobata nell’Impero col nome di Augusta Taurinorum.

La città romana
Era quadrangolare, con i lati sull’asse ovest-est (da Porta Praetoria a Porta Decumana, lungo l’attuale via Garibaldi) lunghi circa 760 metri, mentre quelli sull’asse nord-sud erano di 680 metri. Il lato a nord-est era smussato per il dislivello del terreno.
Le vie, lastricate con pietre gneiss della Val Susa, sull’asse ovest-est erano denominate decumani, mentre su quello nord-sud cardines, erano larghe tra i 5 e gli 8 metri, formando una griglia di 72 isolati (chiamati appunto insulae), ognuno dei quali di circa 75 metri di lato.
La strada principale era il Cardo Maximus (via Porta Palatina e via S. Tommaso) che si intersecava con il Decumanus Maximus (via Garibaldi). All’incrocio sorgeva il Pretorio, centro di comando romano, poi sede della Curia cittadina e più avanti del Comune.
Sotto le case esisteva un sistema fognario, mentre in superficie scorrevano canali di sfogo delle acque piovane.

image-1Mura e torri
Il perimetro delle mura, alte tra i m. 6,33 e i 7,75, larghe m 2,19, era di circa 2.875 metri. Allo sbocco di decumani e cardines e agli angoli, sorgevano delle torri. La distanza tra le torri era di circa 82 metri (la gittata media di un arciere). Non c’era fossato, quindi nemmeno ponti levatoi.
L’intervallum era lo spazio libero tra la cinta muraria e le case, destinato agli spostamenti rapidi delle truppe. La strada dell’intervallum si chiamava via singularis (ne rimane un breve tratto: l’attuale via Eleonora Duse ex vicolo del Montone).
Nel 1257 il Comune aprì “una via larga e spaziosa, lungo le mura, in guisa da poter passare con carri e cavalli, abbattendo le case addossate alle mura e indennizzando i proprietari”.
Nel Medioevo l’intervallum era detto Lizza e vi si svolgevano anche combattimenti cavallereschi: di qui il significato che assunse la frase “scendere in lizza” intesa per duellare.

image-1Porte
Si aprivano, con varie denominazioni, allo sbocco delle vie più importanti, erano fiancheggiate da torri alte una trentina di metri, sporgenti verso l’esterno per una difesa migliore. Si chiudevano con saracinesche (cateractae).
Quelle principali, la cui funzione più importante era quella di controllare i movimenti commerciali, erano all’uscita del Cardo e del Decumano massimi:
a est: Porta Decumana (dove ora c’è Palazzo Madama),
nord: Porta Palatina (Porta Principalis Dextera),
sud: Porta Marmorea (Porta Principalis Sinistra), particolarmenta ricca di decorazioni in marmo imboccava la strada per Roma,
ovest: Porta Prætoria, poi Susina (all’altezza dell’attuale via Garibaldi 39). Vi era un ponte levatoio chiuso nel giugno del 1713.

Leggi l'approfondimento sulle porte romane e medievali

Porte chiuse per Massenzio
Nel 312 la battaglia tra Massenzio e Costantino combattuta davanti alla porta occidentale, segna l’inizio del declino romano. In quell’occasione i cittadini ebbero parte attiva nelle sorti dello scontro: l’imperatore Massenzio, attaccò con la sua cavalleria, ma Costantino ordinò alla fanteria di aprirsi, di lasciar penetrare i cavalieri, quindi richiudersi per neutralizzarli.
Vista la mala parata gli uomini dell’imperatore si ritirarono per arroccarsi in città, ma i torinesi chiusero la porta Susina sbarrando la fuga e favorendo il massacro da parte dei vincitori che si spianarono così la strada verso Roma.

I Barbari
Nel IV e V secolo compaiono i primi gruppi di barbari inizialmente sono truppe amiche inviate dall’impero a guardia degli sbocchi ai passi alpini: i Dalmati, insediati da Costantino I, poi i Sarmati, e forse, anche gli Alamanni.
Poi, con la crisi dell’impero, iniziarono le incursioni ostili.
La città sfuggì all’invasione dei Visigoti (402), di Attila (452) ma fu devastata dai Borgognoni che attraversarono le Alpi nella guerra contro Teodorico, re degli Ostrogoti.
Nel 569 i Longobardi insediarono in città un loro ducato concentrandosi, vicino alle mura, nella zona di nord ovest, intorno all’attuale Porta Palatina, occupando il Pretorio romano come centro di potere.
Nei due secoli di questo dominio, due duchi di Torino, Agilulfo e Ragumberto, diventarono re Longobardi.
Nel 773 Carlo Magno, sconfitti i Longobardi, entrò in città, rendendola centro di una contea franca.
La crisi delle strutture dell’impero favorì la crescente importanza della gerarchia religiosa che a partire del primo vescovo, San Massimo (morto nel 423) ebbe sempre maggior controllo della città, in nome dell’imperatore.

 


image-1image-1image-1Crisi medievale
Di questo periodo, a parte edifici religiosi in pietra, rimangono poche tracce; per le costruzioni, infatti, si usavano materiali poveri, facilmente deperibili (legno, argilla, paglia, canne, ecc.).
Le case di pietra o in muratura costruite su vari piani, che davano una fisionomia regolare alla città romana, poco a poco scomparvero, troppo grandi per l’esiguo numero degli abitanti che all’inizio del 1400 scendono sotto le 5000 unità.
Epidemie, carestie e le continue distruzioni dei vari invasori favorirono l’esodo verso la campagna, impedendo la costruzione di edifici solidi, spaziosi, imponenti, dotati di condutture d’acqua.
La città oltre ai saccheggi aveva subito il taglio degli acquedotti e l’abbandono delle canalizzazioni, così anche per trovare acqua e viveri, molta gente si era trasferita in campagna riducendo tutte le attività, l’artigianato e i commerci, mentre l’agricoltura, era ridotta a coltivazione di semplice sussistenza. Le persone che avevano case entro le mura non si curarono piú della loro manutenzione.
Tutto questo generò un vero e proprio collasso urbano: la vegetazione invase piazze, vie, edifici, i templi pagani e alcune delle chiese, mentre l’antico tracciato romano cominciò a perdere il suo assetto regolare.
La città decadeva anche come centro di potere amministrativo, civile ed economico. La crisi era destinata a protrarsi per tutto il Medioevo fino al XVI secolo.

image-1forni, alberghi e botteghe dal 1363 al 1464image-1Le Parrocchie nel 1363

Una donna al comando
Politicamente la città era al centro di una vasta contea feudale del Sacro Romano Impero.
Il potere passa da Guido di Spoleto (889) a Arduino il Glabro i cui discendenti, gli Arduinici, governeranno per quattro generazioni fino alla metà del X secolo quando Adelaide, contessa di Susa, primogenita di Olderico Manfredi II, successe al padre, dimostrando abilità e saggezza politica.
Nel 940 viene fondata la Marca autonoma di Torino.

Nel 1045 Adelaide sposa, in terze nozze, Oddone di Savoia, figlio di Umberto I Biancamano consentendo così l’aggregazione di parte del Piemonte a casa Savoia, di origini burgunde.
Da questo matrimonio nacquero Pietro I e Amedeo II, che assunsero, solo nominalmente, il potere alla morte del padre, in quanto tutte le decisioni continuarono ad essere prese dalla madre Adelaide.

Dopo l’anno mille
Nella città in rovina rimanevano comunque le strutture di base, mura, canali e strade, da cui ripartire come aveva sottolineato il vescovo Osorio dicendo che si trattava della fine “di un mondo”, non la fine “del mondo”.
Le porte principali, affiancate da uscite secondarie (le pusterle, già esistenti in età romana, usate solo per il passaggio pedonale), dividevano e univano due mondi distinti ma complementari, città e campagna.
Per soddisfare meglio queste duplici esigenze sorsero magazzini e botteghe nelle vicinanze dei varchi di transito. Dove le abitazioni vennero sopraelevate, il pianterreno acquistò valore preminente ospitando negozi e laboratori artigianali. La creazione di piani superiori favorì la costruzione di portici e logge.
I Santi protettori cristiani rimpiazzarono i Lares compitales romani mentre il Foro venne sostituito dalla cattedrale, non solo come luogo di culto ma di riunione e nuovo centro di comando che, più tardi, si stabilirà nel Comune e nel Castello (il futuro palazzo Madama).
Dai collegia romani nacquero le corporazioni medievali, fenomeno che si sviluppò poiché le botteghe erano a stretto contatto tra loro, usualmente nelle stesse vie, che spesso prendevano il nome dal mestiere che vi era esercitato in prevalenza (contrada dei Conciatori, oggi via Accademia delle Scienze, contrada dei Carrozzai, via Andrea Doria, ecc.). Questo favoriva il controllo della corporazione sui materiali usati, sulle tecniche lavorative e sui prezzi.

Una città rurale
La popolazione si concentrò nelle zone piú sicure o piú salubri all’interno delle mura mentre il territorio restante servì da rifugio per le genti del circondario, in caso di pericolo, o venne adibito alla coltivazione. La città assunse così un aspetto prevalentemente rurale con orti, vigne, edifici per la vinificazione, conservazione dei cereali e anche zone destinate al pascolo.
Spesso le macerie diventarono un impedimento per l’andamento rettilineo delle vie: così le strade medievali si fecero tortuose e a saliscendi per abbreviare le distanze passando sopra le macerie, oppure aggirandole. Le costruzioni più antiche via via crollarono e i materiali riutilizzati per un’edilizia povera.
Le case erano prevalentemente a due piani, così alle vie non veniva sottratta luce, problema che si creò più avanti, nel periodo barocco, quando i piani salirono a quattro o cinque, restando però invariata la larghezza delle strade.
Molti edifici si erano addossati alle mura, riempiendo l’intervallum. Sorsero anche borghi extraurbani e si instaurò un sistema di pedaggi, dazi, peso e controllo delle merci.

La rinascita
Tra il XII e il XIII secolo, cessato il pericolo delle invasioni, la città torna ad essere centro di intensa vita civile, commerciale e militare. Vennero restaurati gli spazi dell’antico foro destinato al commercio e si aprirono piazze per i mercati.
Il potere era diviso tra la Chiesa e l’amministrazione civica retta dalle famiglie emergenti che attestavano la loro potenza costruendo torri e palazzi rappresentativi, mentre il clero rispondeva edificando chiese romaniche.
I monaci esuli dal monastero valsusino della Novalesa si insediarono nella chiesa di S. Andrea, presso la torre angolare romana di nord-ovest e, nell’XI secolo, la arricchirono di un maestoso campanile, lo stesso che ancora oggi affianca il santuario della Consolata.
In questo periodo Torino ricopre ancora un ruolo marginale nell’ambito della regione mentre Asti e Chieri sono i centri di maggior importanza.
Tra Monferrato e Savoia
Alla morte di Adelaide di Susa si scatena la lotta fra i signori locali e i Savoia, ancora visti come stranieri e costretti, in un primo momento, a ritirarsi nel feudo di Moriana.
Nel XII secolo nasce una struttura comunale in cooperazione tra alcune antiche famiglie e il vescovo, in opposizione ai Savoia.
La situazione caotica e altalenante derivava dal fatto che in città la lotta tra Impero e Papato era appoggiata solo in funzione degli interessi locali, cambiando quindi partito secondo gli eventi. L’Impero, dal canto suo, non voleva che si stabilisse una forte dinastia feudale in questa zona che controllava il passaggio verso nord ovest.

La congiura delle famiglie
Nonostante l’appoggio imperiale (prima del Barbarossa, poi di Federico II di Svevia), la coalizione cittadina non fu in grado di impedire che, nel 1251, Tommaso II di Savoia ottenesse la città in feudo proprio da Federico II. Nel 1280 suo figlio Tommasino III completò la conquista strappandola militarmente al marchese Guglielmo VII del Monferrato.
Continuarono comunque le lotte tra i guelfi (filopapali e sabaudi) e i ghibellini (filoimperiali monferrini e astigiani).
In questo periodo viene costruita la Casaforte degli Acaia, oggi Palazzo Madama, fortificata da Guglielmo VII e residenza dei successori di Tommaso III. Venne edificata in mattoni intorno alla porta Decumana, che fu sostituita da una nuova porta, la Fibellona, aperta nelle mura romane. Da questo transito partiva la via “Pontis Padi” che procedeva fino al Po e lungo la quale si sviluppava il borgo omonimo.
Tra il 1300 e il 1400 in città sono ancora potenti alcune grandi famiglie in lotta tra loro. Da una parte i Sili e gli Zucca, che favorivano la supremazia di Asti, uniti contro i Beccuti, i Borgesio e i Della Rovere, partigiani dei Savoia. Nel 1334 Giovanni Zucca, prevosto della città, ordì una congiura, fallita, per aprire le porte al marchese di Saluzzo.
Intanto perde d’importanza l’antico Cardo Maximus soppiantato, verso il 1300, dalla strada che conduceva alla porta di S. Michele (l’attuale via Milano) in quanto attraversava la piazza del Mercato (davanti all’attuale Municipio).

Anno.....Capifamiglia..... Nobili........... Popolari............ Imponibile (in lire)
1363......... 134................. 65................. 69...................... 9.094
1415......... 115................. 51................. 64...................... 2.854

Tra il 1300 e il 1400 le nobili famiglie più importanti in città sono: Beccuti, Borgesio, da Gozzano, Ainardi e Arpino

Contrasti tra Savoiardi e Piemontesi
Agli inizi del XIV secolo Amedeo V divise i possedimenti francesi dei Savoia da quelli italiani e Amedeo VI “il Conte Verde” nel 1360 eliminò gli ultimi organi autonomi comunali.
Nel 1404 viene fondata l’Università.
Il potere diviso tra i principi di Acaia, feudatari piemontesi, e il ramo principale della famiglia dei conti di Savoia creava un conflitto che si risolse solo nel 1418, quando i primi furono costretti a cedere anche il controllo formale del territorio ai cugini. Per la città non ci fu alcun cambiamento traumatico: da 50 anni infatti gli Acaia non avevano più indipendenza politica.

image-1Quattro quartieri
Nel milletrecento la città era divisa stabilmente in quattro quartieri (Porta Doranea, Porta Marmorea, Porta Nuova, Porta Pusterla) composti da carignoni (cioè isole o isolati) intitolati al nome di santi. Le porte erano otto: Nuova, Marmorea, Fibellona, Doranea o Palazzo, del Vescovo, di San Michele, Pusterla, Segusina o Susina. Agli abitanti era affidata la difesa del tratto di mura vicino alle loro abitazioni.

 



L’ultimo antipapa
Alla morte di Amedeo VII (il conte Rosso) gli successe il figlio Amedeo VIII, strabico e balbuziente, che nel 1416 trasforma la contea in ducato avviando un processo di unificazione amministrativa (anche per l’estinzione del ramo Acaia-Savoia), con la creazione di un consiglio ducale a Torino. Dopo aver lasciato il potere al figlio Ludovico, Amedeo VIII nel 1438,anche se non era un religioso, venne eletto papa, dal concilio scismatico di Basilea, col nome di Felice V. Il popolo, che lo considerava un saggio, iniziò a deriderlo, burlandosi dei suoi abiti pontificali anche se viveva ritirato tra la Svizzera e la Savoia. Quando morì il pontefice romano, Eugenio IV, lo scisma terminò con le dimissioni di Felice V “per l’unità dei cristiani” (1449) in favore di Nicolò V, nuovo eletto in Vaticano.

Carlo il Buono
Nel 1504 il duca di Savoia è Carlo II (1486-1553), detto il buono, perchè troppo condiscendente, al punto di subire anche un clamoroso raggiro: un suo segretario traditore, Giovanni Dufour, aveva compilato falsi documenti che attestavano un debito verso Berna di 200 mila fiorini e verso Friburgo di 150 mila. Il duca, temendo le bellicose milizie delle città svizzere, pagò.
Del tutto diverso sarà suo figlio, Emanuele Filiberto, risoluto fin da ragazzo al punto di venire soprannominato “testa di ferro”. Quando un suo precettore Claudio Luigi Alardet, che divenne poi vescovo di Mondovì e Losanna, gli propose di organizzare l’omicidio dell’eretico Calvino che viveva nella vicina Ginevra, il giovane saggiamente disse di no.

Occupazione francese
Il 27 marzo 1536, minacciato dalle truppe francesi di Francesco I, il duca Carlo II fuggì verso Vercelli, trasportando con barconi sul Po le artiglierie e quanto poteva essere sottratto agli invasori.
Occupata la città, il viceré francese, il signore di Mont-Jean si stabilì nel palazzo del Vescovo, già abitazione ducale, iniziando subito i lavori di fortificazione della città che doveva servire come base operativa durante la guerra contro Milano.
Per sicurezza fu abbattuto tutto quanto era fuori le mura, anche i borghi abitati.
Ai quattro angoli delle mura furono eretti grandi bastioni per le artiglierie. Oltre il fossato fu predisposto un argine di terra.

Emanuele Filiberto
Mentre Carlo II si rifugia a Vercelli, dove morirà depredato e abbandonato da tutti (la sua salma fu lasciata per anni su un armadio della sagrestia della cattedrale), il figlio Emanuele Filiberto entra nell’esercito spagnolo col quale vince la battaglia di San Quintino (1557) che sancisce il predominio spagnolo sull’Italia e, come ricompensa, la restituzione del ducato ai Savoia.

 

I torinesi cambiano carattere
L'avvento di Emanuele Filiberto, secondo quanto raccontano i viaggiatori dell'epoca, cambiò il carattere dei torinesi: prima giudicati imbelli, spensierati e festaioli, cambiarono. Ecco quanto scrisse un ambasciatore di Venezia: "cambiando costume in guisa che, mettendo quei primi a confronto con questi d'oggi, non appariscono usciti da un paese medesimo".

 

Vedi: l'albero genealogico completo dei Savoia


image-1image-1image-1Capitale
Col ritorno di Emanuele Filiberto (1563) la città assume una nuova dimensione. Anzitutto il duca risolve il problema della sicurezza e del mantenimento dello Stato iniziando la costruzione della Cittadella (1564) e organizzando un esercito permanente. Quindi si preoccupa di dare al suo territorio una capitale che gli dia prestigio. Questo impegno sarà portato avanti dal figlio Carlo Emanuele I con l’aiuto determinante dell’architetto Ascanio Vitozzi.
La città era in condizioni disastrose: “L’aria malsana et le case suffocate per la quantità degli habitatori, strettezza delle strade ed altezza d’edifficij” - scrive lo stesso Emanuele Filiberto, con le strade “talmente sfondate e guaste che non si può passar per esse nè a piedi né co’ cavalli”.
Così si procede alla modifica dell’assetto delle vie, con le rettifiche al tracciato sinuoso di quelle piú importanti; scomparvero anche i portici medievali ad arco acuto che si aprivano in via Garibaldi e nella piazza del Palazzo di Città,
Le esigenze e la mentalità militare favorirono il mantenimento della struttura quadrata con strade dritte e larghe, comode per i trasferimenti delle truppe.
Andrea Palladio (1508-1580 grande architetto veneto, dedicò la seconda parte dei suoi Quattro Libri sull’Architettura a Emanuele Filiberto rimarcando che solo lui, tra i governanti dell’epoca, riviveva lo spirito eroico dei costruttori dell’antica Roma) le chiamava strade militari in quanto permettevano lo spostamento veloce di soldati, cavalli e carriaggi connettendo rapidamente le porte al centro, facilitando mobilità e la sorveglianza.

image-1Una città palcoscenico
Emanuele Filiberto non vive nel castello degli Acaja, ma preferisce il palazzo del Vescovo, in attesa che si demoliscano le casette intorno alla Cattedrale per costruire una nuova residenza.
E’ una scelta significativa, un taglio al periodo precedente: si allontana dalla predominanza francese e legittima il suo potere con la vicinanza della Chiesa. Ne consegue l’abbellimento di piazza Castello, centro vitale della nuova capitale.
Anche il trasferimento della Sindone da Chambery, a parte la versione ufficiale di favorire e abbreviare il viaggio di Carlo Borromeo che, nel 1578, desiderava vederla, è un voler arricchire la nuova capitale col tesoro più prezioso e famoso della sua dinastia.
Altra scelta significativa è la costruzione della Cittadella, una fortezza che serviva a difendere dai nemici esterni, ma pure da eventuali sollevazioni interne.
Il nuovo status di capitale imponeva la città come palcoscenico, bellezza e magnificenza per legittimare il ducato che puntava dichiaratamente a diventare regno.
Per questo il Barocco era l’ideale, il trionfo delle sue simmetrie si esalta sul preesistente nucleo a scacchiera romano.
Anche le famiglie nobili, testimoniano tangibilmente la potenza e la continuità della loro casata, costruendo grandi palazzi. Per questo spesso le costruzioni erano più grandi del necessario, i proprietari occupavano così solo il primo piano (da qui la denominazione di piano nobile), mentre il resto era lasciato al ramo cadetto o affittato.

image-1Un progetto indipendente
Significativa anche la collocazione del nuovo palazzo Reale che, rispetto al palazzo Vecchio, ruota di 90 gradi portando la sua facciata, che si rivolgeva al Duomo, verso piazza Castello e la città nuova. E’ un cambio che modifica anche l’arteria principale, non più il Decumanus Maximus (via Garibaldi), ma la Contrada Nuova (via Roma).
Il Duomo, così, pur vicinissimo al centro di comando, vive in una piazza che ne è del tutto avulsa. Come pure la chiesa di San Lorenzo, a fianco di palazzo Reale, ma senza facciata, per non turbare le simmetrie della piazza e per sottolineare che il vero e unico centro del potere è il palazzo Reale.
I Savoia, quindi, in un primo tempo si collocano nel cuore del potere religioso, poi una volta legittimati, spostano l’asse della città donando lotti di terreno ai nobili fedeli a patto che costruiscano entro determinati periodi di tempo e secondo le loro indicazioni.
L’importanza della città e del suo territorio, con l’evolversi degli equilibri internazionali, cresceva: così come Venezia era stato il baluardo orientale contro i Turchi, ora Torino e il Piemonte erano il bastione occidentale contro le invasioni di Francia e Spagna.
La cultura architettonica della città rimase profondamente militare. Gli ingegneri, che in passato avevano progettato le macchine da guerra e d’assedio, col progredire delle tecniche, ora potevano avvalersi del disegno topografico che consentiva uno studio e una visione d’insieme del territorio, permettendo così di programmare ampi e coordinati progetti urbanistici.

image-1Serve una città più grande
Sotto Carlo Emanuele I l’influenza di Giovanni Botero, il Machiavelli sabaudo, sottolinea che l’importanza di una città dipende dal numero dei suoi abitanti: così si avviano gli ampliamenti, con il problema di popolare le nuove contrade.
Botero spiega che per muovere la gente serve l’autorità, la forza, l’utilità o il piacere.
Nel 1605 il progetto di Ascanio Vitozzi per i portici di piazza Castello abbandona la tradizione dei portici piemontesi bassi e propone un disegno nuovo, monumentale e scenografico, più consono alle aspirazioni del duca.
Vitozzi (1539-1615), umbro, ufficiale, spia, specialista in fortificazioni, fu uno dei tre architetti stranieri (gli altri furono Guarino Guarini, modenese, e Filippo Juvarra, siciliano) che contribuirono a cambiare radicalmente il volto della città.
Il Barocco che delizia la vista e i sensi, sprona la curiosità risulta straordinario e meraviglioso, ideale a soddisfare le nuove esigenze: bellezza e utilità, proprio come aveva suggerito Botero.

L’Architettura politica
Nel 1619 il taglio per aprire via Palazzo di Città, effettuato contro il parere del Municipio, ribadisce il dominio del duca.
Il 10 marzo 1621 Carlo Emanuele I istituisce il Magistrato delle Fabbriche che sovraintende all’edilizia pubblica e privata, stabilisce requisiti minimi e provvede all’abbassamento dei costi. Un’istituzione importante per controllare la qualità delle costruzioni e l’uniformità ai dettami degli architetti ducali.
Anche l’architettura è un’espressione politica: nel XVII secolo, ad esempio, al centro delle piazze veniva posta la statua del regnante del momento, celebrazione e monito ai cittadini per un potere spesso ottenuto con la violenza; due secoli più tardi le statue saranno quelle degli antenati, proprio per legittimare un potere che non deriva più dalla forza ma dal diritto di nascita della stirpe.
Così nella nuova capitale palazzi e chiese devono uniformarsi: nessuno, nè nobili, nemmeno la Chiesa, potevano emergere, col loro palazzo, dalla concezione unificata del potere assoluto. Il Duca dimostrava la sua potenza non tanto con la magnificenza del suo palazzo, ma con tutta la sua città.
Salvacondotto per la Città Nuova
Per portare gente nel primo ingrandimento della Città Nuova si attuano provvedimenti straordinari: viene concessa la cittadinanza a qualunque straniero che costruisca nel nuovo territorio; coloro che avessero edificato case in questo territorio sarebbero stati esonerati dal servizio nella milizia per tre generazioni e nessuno di questi avrebbe potuto essere perseguito per debiti nel corso della costruzione. Chiunque poteva aprire negozi o praticare una professione in questo territorio senza licenza ducale. Inoltre veniva soppresso il mercato di San Tommaso, nella città vecchia, e aperto uno nella contrada di San Carlo. Nell’ampliamento era permesso anche il macello di animali. Le nuove case, inoltre, non avrebbero pagato tasse per 25 anni. Ma non basta: esuli e fuggitivi da altri paesi avrebbero avuto un salvacondotto se vivevano o costruivano nella città Nuova (solo eretici e traditori erano esclusi da questo privilegio, mentre anche i banditi forestieri erano ben accetti). Unica condizione era che: “Chi vorrà fabbricare nella detta Città Nuova debba regolare la fabbrica secondo il disegno di detto Castellamonte”.

I torinesi cambiano carattere
L’avvento di Emanuele Filiberto cambiò il carattere dei torinesi: prima giudicati imbelli, spensierati e festaioli, mutarono radicalmente come testimonia una relazione di un ambasciatore veneziano: “....cambiando costume in guisa che, mettendo quei primi a confronto con questi d’oggi, non appariscono usciti da un paese medesimo”.

La peste
Nel 1630 scoppiò la peste che indusse, chi poteva, a trovar rifugio fuori dalle mura. Meno di metà della popolazione rimase in città e di questi oltre ottomila perirono.
L’epidemia, come racconta il protomedico Giovanni Fiochetto diede il via a uno strano fenomeno: il cadavere del consorte era ancora caldo e già il marito, o la moglie, si risposavano. Qualcuno spiega questa fretta con l’intento di salvaguardare i beni di famiglia, soprattutto per coloro che avevano acquisito proprietà vincolate da benefici nella Città Nuova
Finita l’emergenza continua la costruzione dell’ampliamento, soprattutto per quanto riguarda la parte più costosa: i bastioni. Nel 1632 il duca fa venire 500 uomini da Faucigny per accelerare il lavoro. Inoltre si apre un canale tra il Po e Porta Nuova per facilitare il trasporto delle pietre da Moncalieri e Cavoretto. Secondo il contratto i costruttori erano impegnati a costruire 200 trabucchi (600 metri) di muro ogni settimana. L’architetto che sovraintende al tutto è Carlo di Castellamonte (1560-1641) uno dei maggiori interpreti del Barocco piemontese.

La reggenza di Cristina di Francia
Dopo la morte di Vittorio Amedo I (1637) inizia la reggenza di sua moglie Maria Cristina, sposa a 13 anni, che insieme a Carlo Emanuele I e Vittorio Amedeo II risulterà una delle tre figure più importanti del secolo per Torino e il Piemonte.
Cristina, conosciuta come Madama Reale, governa in nome del figlio Francesco Giacinto (1632-1638) e dopo la sua morte, dell’altro figlio Carlo Emanuele (1634-1675) ingentilisce il carattere militare del ducato. Crea una corte sul modello di quella dei suoi genitori, il re di Francia Enrico IV e Maria de Medici, con un codice cavalleresco che, tra l’altro, prevede per ogni dama, a corte, un cavaliere ufficiale che doveva riverirla e indossare i suoi colori. Il prescelto non doveva mai lasciarla sola in pubblico e mai doveva avvicinarla in privato.
Il suo cavaliere, e anche qualcosa di più, era Filippo d’Agliè La reggenza si divide in tre periodi: reggenza contestata (1637-1642), legittima (1642-1648) e dissimulata (1648-1663).

 



Guerra civile
Subito dopo la morte di Vittorio Amedeo i suoi fratelli, il principe Tommaso (a sinistra), capostipite del ramo dei Savoia Carignano, e il cardinal Maurizio (a destra), supportati dalla Spagna, tentano di tornare in Piemonte dalle Fiandre per controllare la reggenza. Ma alle spalle di Cristina c’era il cardinale Richelieu e la Francia, così si scatenò una feroce guerra civile tra madamisti e principisti che culminò nell’assedio di Torino (1639-40).
La situazione è complessa: Cristina e i suoi fedeli filo-francesi rifugiati nella Cittadella, assediati dagli spagnoli che occupano la città, assediata dall’esercito francese, circondato a sua volta da truppe spagnole.

 

 


image-1Il Cannone Corriere
Sui muri della città ci sono ancora conficcate 3 palle di cannone sparate durante quel conflitto. Per l’occasione i francesi usarono il cannone anche per lanciare messagggi in città, mentre gli spagnoli lo adoperarono per tirare approvvigionamenti di sale ai cittadini.
Nel giugno del 1642 Cristina raggiunse un accordo con i cognati, concedendo loro le luogotenenze di Nizza (cardinal Maurizio) e di Ivrea e Biella (Tommaso Francesco di Savoia) nonché la mano della figlia Ludovica al cardinal Maurizio (previa dispensa papale per quest’ultimo che a 49 anni sposa la figlia tredicenne di Maria Cristina e di suo fratello Amedeo I.

image-1image-1Il salotto della città
Nel 1642 Cristina rientra in città, dove i francesi rimarranno fino al 1657, e continua l’opera del marito aprendo piazza Reale (San Carlo) che un editto, nel 1620, aveva previsto come mercato del vino.
Il progetto di Cristina è più ambizioso e per arricchire la piazza che sorgerà nella zona della vecchia cinta muraria, quindi di proprietà demaniale, regala i terreni ai nobili che le sono stati più fedeli, sempre con l’impegno di costruire rapidamente seguendo i progetti del Castellamonte.


Al banchiere Giovanni Antonio Turinetti va la zona d’angolo dalla parte dell’attuale chiesa di Santa Cristina. Gli altri lotti vanno a Gaspare Graneri, ufficiale a corte, al marchese di Villa, suo consigliere e altri tra precettori, senatori e nobili leali durante la rivolta.
Piazza Reale diventa così il salotto della città, entrando anche nella storia del disegno urbano: è la prima composta da strutture residenziali, senza edifici pubblici, con le due chiese che fanno solo da fondale per una scenografia più vasta. La sua caratteristica, voluta dal Castellamonte, è ancora una volta l’uniformità. Sembra un palazzo unico.

 

image-1Il Genio delle curve
Nel 1666 il quarantaduenne frate Guarino Guarini è nominato ingegnere e matematico di Carlo Emanuele.
L’incarico, che manterrà per quindici anni, gli permette di esprimere il suo genio che sembra rifuggere le linee rette, per privilegiare le curve, in realizzazioni che sembrano sfidare la gravità, suscitando spesso la perplessità dei muratori. La sua architettura esalta l’uso della materia, il mattone a vista, che l’architetto aveva apprezzato nelle cave del natio modenese. La luce fu per lui un mezzo fondamentale per suscitare spazi architettonici.

 


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