Atlante di Torino


dal XVIII secolo ad oggi

dall'inizio al XVII secolo


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image-1image-1L’assedio
Tra il 1701 e il 1714 la guerra di successione spagnola coinvolse la città che fu assediata per due anni dai Francesi, dal 1705 al 1706. L'assedio si concluse con la battaglia vittoriosa grazie all’intervento congiunto di Vittorio Amedeo II e del cugino Eugenio di Savoia-Soissons, uno dei più brillanti generali del Settecento.
Principe di Savoia-Carignano e conte di Soissons, (1663-1736) militò giovanissimo al servizio degli Asburgo, divenendo comandante dell’esercito imperiale. Fu anche un abile riformatore dell’esercito austriaco, vero precursore della guerra moderna. Fu il terrore degli eserciti turchi e francesi, a quei tempi alleati contro l’Austria. Conosciuto anche come il Gran Capitano, combatté la sua ultima battaglia a 72 anni. Fatto unico nella storia militare, in suo onore, quattro diverse navi da guerra di quattro diverse marine: italiana, austriaca, tedesca e inglese, ebbero il suo nome. È considerato l’ultimo dei grandi capitani di ventura

Passpartout salva la città
In uno degli ultimi giorni dell’assedio si registrò l’eroico gesto di Pietro Micca, detto Passpartout, il quale sacrificò la vita facendosi saltare con una galleria invasa dai francesi, che per quella via sarebbero agevolmente penetrati in città.

 

 

 

 

 




Il Ducato diventa Regno di Sardegna
Il Trattato di Utrecht, nel 1713, trasformò il Ducato in Regno e assegnò ai Savoia anche la Sicilia che, pochi mesi dopo venne scambiata con la Sardegna. Nasceva così il Regno di Sardegna la cui capitale venne abbellita sotto la regia di Filippo Juvarra, uno dei maestri del Barocco.
Dal 1729 ridisegna l’assetto della città col raddrizzamento delle vie Milano, Corte d’Appello e Garibaldi, ideale completamento scenografico alla nuova facciata di palazzo Madama.
Intanto Vittorio Amedeo II e i suoi successori irrigidirono la posizione assolutistica esautorando sempre di più le autorità cittadine.

Vedi l'approfondimento: La numerazione delle strade

Rivoluzione
Nubi turbolente si addensano sul regno: si inizia nel 1787 con una grave crisi nell’industria della seta, fondamentale per l’economia del Piemonte.
Nel 1791 gli universitari si ribellano alla polizia che aveva arrestato uno di loro, per motivi di privata moralità. Vengono addirittura assalite le carceri del Vicariato.
Un anno dopo sobillatori francesi innescano tumulti tra studenti e operai che, dopo l’intervento della polizia, lasciano sul terreno morti e feriti.
Il Piemonte entra in guerra a fianco dell’Austria contro la Francia. Il giovane generale Napoleone rende vano il sacrificio del marchese Filippo del Carretto che nel vecchio castello della Cosseria combattè con 1000 uomini, senza cibo nè munizioni, utilizzando le baionette.
Morì dicendo: “I granatieri piemontesi non si arrendono”

image-1image-1Napoleone
L’8 dicembre 1798, dopo un conflitto durato alcuni anni, Carlo Emanuele IV, sconfitto abdica forzato dal generale Emmanuel Grouchy (lo stesso che mancherà all’appuntamento decisivo a Waterloo) lasciando Torino per ritirarsi in Sardegna, rinunciando ai suoi diritti sul regno.
In piazza Castello fu innalzato l’albero della libertà, il consiglio decurionale fu sciolto e sostituito da una municipalità di tipo francese con a capo un Maire, molte vie piazze cambiarono nome, sorsero svariati clubs politici, vennero aboliti i titoli nobiliari e introdotto l’uso dell’appellativo cittadino.
Venne creata la Repubblica Piemontese e subito si iniziò a discutere se Torino, ed il Piemonte, dovessero unirsi alla Repubblica Cisalpina di Milano oppure annettersi direttamente alla Francia.
Nel 1799, in seguito ad un plebiscito, pilotato dal governo di Parigi, ci fu l’unificazione alla Francia eTorino divenne capoluogo del dipartimento dell’Eridano.

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Nello stesso anno l’intervento delle truppe della coalizione austro-russa guidate dal generale russo Alessandro Vassilievic Suvarov cacciò provvisoriamente i francesi entrando trionfalmente con i suoi cosacchi da via Po.
Il presidio francese della Cittadella, comandato dal generale Fiorella, iniziò a cannoneggiare la città, anche se i danni furono limitati in quanto gli artiglieri, in maggioranza piemontesi, indirizzarono i colpi soprattutto verso i prati della Vanchiglia.

Nel 1800, dopo la vittoria di Marengo, le truppe napoleoniche rientrarono in città per rimanervi 14 anni.
Venne abbattuta la cinta delle mura, la torre civica e i beni ecclesiastici furono incamerati dallo Stato.

 

 

 

 

 

 

image-1La Restaurazione
Con la caduta dell’imperatore rientrò il re Vittorio Emanuele I che per celebrare la Restaurazione fece costruire la chiesa della Gran Madre. L’ancient regime non poteva però essere più quello di prima: la tempesta rivoluzionaria aveva lasciato il segno incentivando le inquietudini romantiche, le aspirazioni all’unità d’Italia, i movimenti carbonari e poi mazziniani, primi segni del Risorgimento.
Per il momento viene riformato l’esercito: i comandi d’ora in poi verranno impartiti in italiano, non più in francese.
Alla morte di Carlo Felice (nel 1831), con l’estinzione del ramo principale dei Savoia, il trono passò al ramo cadetto dei Savoia-Carignano e fu proclamato re Carlo Alberto.

I bastioni sostituiti dai corsi
Nell’agosto del 1817 un decreto stabilisce la creazione dei grandi viali alberati lungo il tracciato dei Bastioni abbattuti dai francesi. Nascono i corsi che in buona parte prendono i nomi dei bastioni stessi: San Maurizio, Santa Barbara (poi Giulio Cesare), San Massimo, Principe Eugenio, Casale, del Re (poi Vittorio Emanuele II), Valdocco.

 

 

image-11821 I fatti del Teatro d’Angennes.
L’11 gennaio 1821, al teatro D’Angennes (in via Principe Amedeo 26) recitava la stella dell’epoca, Carlotta Marchionni, nel pubblico tre studenti vercellesi indossano un berretto rosso con fiocco nero (secondo l’uso delle loro parti), ma vengono scambiati per carbonari e immediatamente arrestati. Il giorno dopo all’Università scatta la protesta: due compagnie di soldati entrano nell’Ateneo ferendo sessanta studenti e arrestandone trenta. L’Università viene chiusa e gli studenti delle provincie rimandati a casa. Dopo un mese gli arrestati vengono liberati. Il fatto, che più tardi assunse connotazioni rivoluzionarie che non aveva, testimonia dello stato di tensione e di timore delle autorità nei confronti delle nuove idee che parlavano di Costituzione e unità.

 

 

 

 

 

Salute
La denutrizione e le condizioni di vita disagiate, gli orari di lavoro massacranti (12-14 ore al giorno) la mancanza di pulizia e igiene, si riflettevano sullo stato della popolazione.
Nel decennio 1828-37 il 25% dei coscritti aveva una statura tra i 154 e i 162 centimetri, il 18% era rivedibile con una statura tra i 141 e i 154 (minimo richiesto). Alla leva 4 su 10 erano scartati per motivi sanitari.
In quel periodo la durata media della vita era di circa 33 anni (in Francia era di 28 anni e mezzo, prima della rivoluzione, e di circa 40 intorno al 1848).
Diffuso l’etilismo (c’erano circa 500 rivendite di vario genere di vino) e il gioco del lotto. Nel 1838 solo il 6,9 % dei torinesi superava i 60 anni.
Nel 1848 il 31,6% dei maschi e il 49,3% delle femmine era analfabeta.

Una città mattiniera
Nell’800 I mercati aprivano al levar del sole e chiudevano alle 8 del mattino (in estate e primavera) e alle 10 (nelle altre stagioni). I funerali avvenivano tra le 5 e le 6,30, le messe domenicali con predica si celebravano alle 5 o alle 6. Le impiccagioni erano alle 5, mentre le corse dei cavalli tra le 6 e le 7. All’ospedale San Giovanni il pranzo era alle 10 e la cena alle 17. A corte re Carlo Alberto fissò le udienze particolari alle 6.

image-1image-1Un Re controverso
Carlo Alberto, che a 12 anni a Parigi era stato nominato conte dell’Impero da Napoleone, con un vitalizio di 100.000 franchi, dietro rinuncia formale al trono del regno di Sardegna, inizialmente, mantenne un atteggiamento conservatore e filo-clericale, ma dal 1843 grazie a consiglieri come Vincenzo Gioberti e Massimo d’Azeglio si aprì a un cauto riformismo.
Attuò alcuni cambiamenti per svecchiare le strutture dello stato: riformò i codici, abolì i diritti feudali, incentivò agricoltura e commercio, permise l’inizio di un dibattito politico, promosse la scienza, fondò la biblioteca Reale, l’Armeria Reale, la pinacoteca, l’accademia delle Belle Arti, la Deputazione reale di storia patria e la Corte di Cassazione.

Il 4 marzo del 1848 a seguito dei moti scoppiati in tutta la penisola, proclamò lo Statuto che porta il suo nome e che rimase in vigore in tutta Italia fino all’emanazione della nuova costituzione repubblicana nel 1948.
Per l’occasione venne adottato come bandiera il tricolore che, eliminato lo scudo sabaudo, resta bandiera dello stato.

Ma l’esercito, fiore all’occhiello del sovrano, era stato riorganizzato male, non tenendo conto delle nuove strategie introdotte da Napoleone, con generali ancora troppo legati alle vecchie concezioni. Questo portò alla sconfitta di Novara, 1849, nella I° guerra d’Indipendenza, che pose fine al suo regno. Un mese dopo la sua morte un gruppo di deputati propose di rinominare la città “Carlarbertopoli”.
La febbre di italianità porterà anche alla proposta di rinominare i Murazzi “Lungarno”.

Intanto era salito al trono il figlio, Vittorio Emanuele II, mentre in parlamento grazie al “connubbio”, la coalizione tra la destra liberale (D’Azeglio e Cavour) e la sinistra (guidata da Urbano Rattazzi) venne messa in minoranza la vecchia aristocrazia fondiaria e clericale e definivamente avviato il Risorgimento. Il primo ministro Camillo Cavour, con un’astuta tela di rapporti diplomatici, avvicinò la Francia alla causa italiana, contro l’Austria asburgica. Torino divenne riferimento e rifugio di tutti gli esuli e i liberali, che anteposero alla causa repubblicana quella dell’unità, da ottenere con la collaborazione del Re di Sardegna.

image-1Le prime elezioni amministrative
Dopo la concessione dello statuto albertino, vennero approvate, il 7 ottobre 1848, le norme per le prime elezioni amministrative.
Il sistema rappresentativo adottato è fortemente limitativo, essendo ammessi al voto unicamente una parte dei maggiori contribuenti, i membri delle accademie, gli impiegati civili e militari di nomina regia, gli insegnanti, i decorati e poche altre categorie, mentre ne sono esclusi gli analfabeti, le donne, gli interdetti, i condannati ...

Con la nuova legge, l'amministrazione del Comune muta sensibilmente; scompaiono il vicario, quale rappresentante del Sovrano, il Consiglio Generale, la Congregazione e i due sindaci; gli amministratori non si denominano più decurioni, ma consiglieri. Il governo locale risulta composto da un Consiglio Comunale di 80 membri, un Consiglio Delegato (Giunta Municipale) di 12 membri di cui 8 effettivi e 4 supplenti con a capo il sindaco al quale è concessa la facoltà di delegare una parte delle sue attribuzioni a vice-sindaci, scelti fra i consiglieri e in numero massimo di otto.

Cadono quindi i vincoli circa l'origine nobiliare o borghese, cessa definitivamente la tutela del
vicario sull'amministrazione, il sindaco ne diviene l'unico responsabile ed acquisisce la nuova attribuzione di ufficiale
del governo, restando ancora, sino al 1895, soggetto alla nomina da parte del re.
Alle prime elezioni amministrative svolte si a Torino il 7 novembre 1848 gli elettori chiamati alle urne sono 3.158 su una popolazione di 125.268 abitanti. Risultano eletti, tra gli 80 consiglieri,
Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, Roberto d'Azeglio ed altri illustri personaggi del Risorgimento italiano.

Non tutti erano d’accordo
Una minoranza dell’aristocrazia non era per niente favorevole alle istanze del Risorgimento. La baronessa Olimpia Savio scrisse: “...il pittore D’Azeglio era un rapin, uno spurcaciun, un Don Chisciotte della politica e il Cavour un Sancio Panza, infatuati entrambi di una Dulcinea (l’Italia) tutta d’un pezzo che non avrebbe esistito mai che nella loro fantasia”.

image-1Ferreo controllo di polizia
La città viveva sotto un rigido controllo di polizia. Erano ben sei le istituzioni preposte a questo controllo:
Polizia Civile dipendente dal ministero degli Interni, comandata dal commissario Tosi che aveva ai suoi ordini i cosiddetti arcieri.
Polizia Militare sotto il ministero della guerra, che era la più tollerante.
Polizia Urbana, del Municipio, detta del Vicariato, guidata dal marchese Michele Cavour, padre di Camillo.
Carabinieri del conte Fabrizio Lazzari.
Ecclesiastica che dipendeva dalla Curia, controllata in segreto principalmente dai gesuiti.
Polizia universitaria che dipendeva dal Magistrato della Rifoma (vescovado), aveva quattro prefetti (uno per rione). Gli studenti che venivano da fuori potevano alloggiare solo in pensioni con apposita licenza, dovevano rincasare alle nove di sera e chiedere il permesso anche per andare a teatro.
Le dimostrazioni politiche non erano tollerate, così si manifestava in diversi modi: per salutare lo statuto concesso da papa Pio IX i liberali si misero d’accordo di indossare tutti cravatte bianche e gialle (i colori del Vaticano), portando all’occhiello un mazzetto di fiori dello stesso colore. Dopo l’immediata proibizione, i manifestanti uscirono indossando una medaglietta del papa, ma pure questa iniziativa venne subito vietata.

Il primo parlamento italiano
La vittoria nella Seconda Guerra d’Indipendenza, e la Spedizione dei Mille permisero, nel 1861, di inaugurare a palazzo Carignano il primo Parlamento italiano dove sedevano gli eroi dell’Unità: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi. La città ornata a festa, accolse ospiti da ogni parte d’Italia, celebrando la sospirata unificazione.
La città cambia
1830 si inizia il rifacimento dei manti stradali, lastricando i portici, a partire da piazza Castello.
1843 si installano nelle contrade le guide carrabili e i marciapiedi in pietra. Si iniziano anche a eliminare le Doire (i ruscelletti che scorrevano al centro delle strade principali).
1853 viene istituita la prima cinta daziaria disegnata in prospettiva. Sarà il futuro tracciato dei grandi viali di circonvallazione della città industrale: i corsi Tortona, Novara, Vigevano, Mortara, Svizzera, Tassoni, Ferrucci, Lepanto, Bramante, Giovanni Lanza e Quintino Sella.
1864 collegata Porta Nuova con Porta Susa
1868 il piano regolatore di Edoardo Pecco abbandona la griglia a scacchiera, sviluppandosi lungo le direttrici (via Nizza, corsi Francia e Regio Parco) che portano all’esterno.

Distinzione e mescolanza
In città, nonostante l’inevitabile e rigida distinzione tra le classi, c’era comunque una particolare mescolanza: nei caffè, sotto i portici e nella case. Un palazzo era un microcosmo sociale: al piano terreno le botteghe, negli ammezzati i bottegai, al piano superiore, denominato appunto piano nobile, nobili e famiglie ricche, poi salendo borghesi sempre meno abbienti e, nelle soffitte, i più poveri.
Anche se i nobili avevano lo scalone principale a loro riservato, il solo fatto di vivere sotto lo stesso tetto portava almeno a conoscere l’esistenza di una realtà diversa e, dall’altra, la vicinanza favoriva una maggiore ambizione di uniformarsi, negli atteggiamenti e nel modo di vestire, soprattutto delle donne.
Pure il tradizionale passeggio sotto i portici, d’inverno, e lungo i viali, d’estate, vedeva camminare vicini, incrociandosi, gente di corte, ministri, borghesi e popolani, anche se c’erano consuetudini abbastanza seguite.
Nel passeggio di piazza Castello e di via Po la gente elegante non superava mai la chiesa di S. Francesco da Paola, sull’angolo del Fiorio stazionavano damerini e giovani ufficiali, la messa era di moda seguirla in San Lorenzo. Ma bisognava essere vestiti in modo consono, per non essere respinti da un ispettore del vicariato che, con due guardie armate, controllava all’ingresso.
Mescolanza, anche se divisa, nei caffè e a teatro con i ricchi nei palchi a far salotto e a giocare d’azzardo, magari disturbando la rappresentazione, i borghesi in platea (dove non c’erano sedie riservate ma panche dove bisognava conquistarsi un posto con lunghe code) e il popolo nel loggione, denominato paradiso.
In dieci secoli di dominio sabaudo in città non si registrò nessun attentato alla vita del sovrano, benchè fosse facile incontrarli anche per la strada, specialmente a passeggio sotto i portici di via Po.

Il Massacro e la crisi
Nel 1864, prima del definitivo trasferimento a Roma, la capitale del Regno d’Italia fu portata a Firenze. I torinesi manifestarono per le strade dando vita a disordini che causarono un vero e proprio massacro. In quell’occasione i carabinieri scrissero la pagina più nera della loro storia gloriosa. Vedi la pagina di approfondimento

Dopo quattro secoli la città perdeva il suo status di capitale, costretta a trovare una nuova identità. Il trasferimento della corte e di tutto l’apparato amministrativo provocò un’inevitabile crisi dell’economia locale.

image-1Il Rilancio e la tempesta
Le Esposizioni, soprattutto quelle del 1884 e del 1911, furono occasione di rilancio. Al Valentino venne costruito il Borgo Medioevale e riassestato il parco. Ma quel che più conta si registrò un forte impulso che vide la nascita del cinema e dell’industria automobilistica.
Tra l’inizio del secolo e quello del primo conflitto mondiale un quarto del potenziale industriale italiano era concentrato in città. Con lo scoppio della guerra lo sviluppo produttivo si focalizzò nella produzione di materiale bellico.

 

image-1Non tutto è all'avanguardia
La Croce Verde, ad esempio, nonostante il proliferare dei mezzi motorizzati, continuò a lungo ad usare ambulanze trainate di corsa dai suoi operatori.

 

 

 

 

 

image-1Una storia non scritta: la rivolta di Torino
La prima guerra mondiale stava andando male e la ripercussione più tangibile, in città, era la mancanza del pane. Il 22 agosto 1917 la Stampa scrive: “Il Municipio ha distribuito migliaia di buoni coi quali poteva essere prelevato dai fornai il pane fresco. La distribuzione dei buoni è avvenuta in modo assurdo. Uscieri e guardie li distribuivano a chiunque si presentasse senza controllo alcuno. Sul buono era indicato il numero dei famigliari unicamente dietro denuncia del richiedente. Vi furono dei lestofanti che ebbero sei, sette buoni con indicazioni fantastiche di componenti la famiglia. Ci si informa che molto di questo pane, comprato in simil modo, sia stato più tardi rivenduto a privati, a ristoranti, naturalmente a prezzi superiori al calmiere. In pochi minuti i negozi furono sprovvisti dei quantitativi destinati alla cittadinanza per la giornata, mentre si continuò imperterriti la fabbrica e la distribuzione dei buoni, cioè di pezzetti di carta bianca con apposto un semplice timbro».
Il giorno dopo la Cronaca Cittadina parla ancora del pane riportando però larghi spazi bianchi dovuti alla censura. Una ventina di giorni più tardi (il giorno 11), il quotidiano accenna a «dolorosi avvenimenti» e a una «brutta settimana» nel mese d’agosto.

Ma che cosa era avvenuto? Dopo oltre quarant’anni (l’8/6/1960) il giornalista Carlo Casalegno (lo stesso che poi verrà ucciso dalle Brigate Rosse), riesaminati gli archivi segreti, sempre su La Stampa racconta quello che avvenne: «Vogliamo il pane! Vogliamo la pace! La folla furente invade e saccheggia la più grossa pasticceria in via Milano. Salumerie, macellerie, negozi d’abbigliamento vengono presi a sacco in vari quartieri, scoppiano scontri tra via Garibaldi e via Cernaia, mentre sorge, in via Bertola, la prima barricata.

Incomincia con la sera uno sciopero che nessuna autorità sindacale ha dichiarato, ma che il mattino del 23 agosto paralizza tutte le fabbriche. La protesta per il pane è diventata rivolta contro la guerra. In Borgo San Paolo e nelle Barriere di Nizza e di Milano esplode la sommossa: non organizzata, caotica, ma violenta. Rotaie, alberi abbattuti, tram rovesciati, cavalli di frisia servono a bloccare i corsi e i crocevia strategici. La folla cattura armi nelle botteghe degli armaioli e nelle caserme delle guardie municipali.
Ormai lo scontro assume i connotati di un’autentica battaglia. L’autorità militare schiera le truppe a difesa del centro e divide in due la città per impedire agli insorti di unire le forze. Il 24 agosto gli insorti tentano di impadronirsi del centro ma vengono respinti. I militari passano all’attacco e le barricate cadono ad una ad una. La rivolta può dirsi finita. Il 28 ha termine anche lo sciopero. Quasi tutti i dirigenti socialisti e sindacali vengono arrestati, pur essendo stati anch’essi colti di sorpresa dal carattere spontaneo della rivolta”.

La dimensione e la gravità dei fatti rimase a lungo occultata. Studi recenti hanno stimato che i dimostranti ebbero 50 morti e 200 feriti, truppe e polizia una decina di morti e una trentina di feriti. I dati trasmessi dai Carabinieri in una comunicazione riservata al comando dell’Arma indicavano 38 morti tra i civili (di cui 5 donne) e tre militari oltre a 151 feriti. Gramsci, invece, scrisse di 500 morti e duemila feriti.

image-1Il Fascismo
Gli anni del dopoguerra che precedettero il fascismo furono contraddistinti da profonde crisi sociali: alle agitazioni operaie seguirono le repressioni. Spesso si sparava per le strade e proprio questo clima di disordine e incertezza favorì l’ascesa della dittatura.
Nel 1919 vennero fondati i Fasci torinesi, nell’ aprile del 1921 fu assalita e incendiata la Camera del Lavoro, nel 1922 fu distrutta la sede di Ordine Nuovo la rivista diretta da Antonio Gramsci.
Poco dopo la presa del potere di Mussolini, a dicembre del 1922, ci fu un altro violento scontro tra fascisti e operai, culminato in una caccia all’uomo nei quartieri di Nizza e San Paolo.
Il 18 e 19 dicembre del 1922 dopo uno scontro in barriera di Nizza in cui perdono la vita due fascisti, scatta la vendetta e gli squadristi di De Vecchi e Brandimarte scatenano la caccia all’uomo che produce 11 morti accertati e decine di feriti.
La violenza dell’operazione suscita sgomento in città e critiche anche all’interno del partito.
Le vittime del 18/12: Carlo Berruti preso nell’ufficio delle Ferrovie di c. Re Umberto 48 (non più esistente) ucciso a Nichelino
Leone Mazzola esercente dell’osteria di v. Nizza 300, ucciso nel retro del suo locale.
Giovanni Massaro abitava in v. Nizza 27, ucciso alla Cascina del Maletto
Matteo Chiolero preso in casa in v. Molinette 7, ucciso per strada
Andrea Chiomo preso in v. San Rocchetto, ucciso in v. Pinelli
Pietro Ferrero preso davanti alla Camera del Lavoro, poi abbandonato sfigurato davanti al monumento di corso Vittorio Emanuele II.
Erminio Andreoni preso davanti a casa sua in v. Alassio 25, ucciso vicino alla cascina Ceresa
Matteo Tarizzo preso in casa in v. Canova 35, ucciso in mezzo ai prati .
19 dicembre:
Angelo Quintagliè preso nel suo ufficio delle Ferrovie in c. Re Umberto 48, massacrato sul posto morì all’ospedale
Cesare Pochettino preso in v. Balangero 22 ucciso in collina
Evasio Becchio nell’osteria di via Nizza

Consulta un documento della Questura che mostra il clima di violenza che regnava in città.

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image-1La Balilla
L’11 luglio 1932 nasce la Fiat 508, più nota come Balilla. In quell’anno circolavano in Italia 119.000 auto (una ogni 50 famiglie). Raggiunge gli 80 chilometri l’ora, con un litro di benzina fa 12 chilometri costa 10.800 lire (circa 9.600 Euro - il prezzo medio delle vetture dell’epoca era sulle 25.000 lire, vale a dire 22.200 Euro). Uscirà poi una versione ancora più economica a 9.000 lire (circa 8.000 Euro) e, nel 1934, la versione a quattro marce. L’auto in Italia rimane comunque accessibile a pochi: ce n’è una ogni 50 famiglie (in USA una ogni 2, in Francia e Inghilterra 1 su 5 o 6). Un operaio specializzato guadagna 450 lire al mese (circa 400 €).

image-1Durante il fascismo Torino continuò la sua espansione industriale accogliendo immigrati veneti e meridionali. La politica coloniale del regime favorì lo sviluppo della FIAT, che seppe così superare la depressione causata dal crollo di Wall Street.
In questi anni in città nacque la moda italiana, continuando la tradizione delle sartine torinesi, e la radio. Allo scoppio della seconda guerra mondiale l’industria si convertì ancora una volta alla produzione bellica.
Nel 1943 prima una rivolta degli operai, poi a settembre l’occupazione tedesca. Molti si diedero alla macchia entrando nella Resistenza.
Il 18 aprile 1945 uno sciopero paralizzò la città, il 26 i partigiani iniziarono la liberazione di Torino, conclusasi il 30. Il 3 maggio gli Alleati entrarono in una città già liberata.

 

Dopoguerra
I primi anni del dopoguerra furono drammatici con l’economia dissestata, il patrimonio edilizio e le fabbriche gravemente danneggiate. La FIAT divenne il vero e proprio centro di potere, monoculturale, con cui la città fu costretta a confrontarsi, nel bene e nel male, a partire dai primi anni ‘50.
L'arrivo massiccio degli immigrati causò una crescita repentina. Tra il 1951 e il 1971 la città aumenta del 75% passando da 720.000 abitanti a 1,278.000. La grande immigrazione inizia dalle campagne, poi dall’est e dal sud creando una serie di problemi, dall’abitazione ai servizi. L’arrivo disordinato e incontrollato dei nuovi residenti generò conflitti di mentalità e cultura.

image-1Agitazioni, tensioni e proteste
Nel 1961, centenario dell’unità, la città era una metropoli di oltre un milione di abitanti, ma al cosidetto boom economico seguirono forti tensioni sociali che sfociarono nelle proteste degli studenti nel sessantotto, sull’onda di quanto stava avvenendo in Francia, nell’autunno caldo sindacale e infine negli anni di piombo del terrorismo.
All’inizio degli anni ‘70 i sindacati, che avevano ottenuto importanti vittorie contrattuali, si trovavano ad avere posizioni di forza nelle fabbriche. Nel 1972 l’occupazione di Mirafiori. Nel 1975 venne eletta per la prima volta una Giunta di sinistra, mentre la crisi petrolifera costringeve la FIAT alla prima cassa integrazione.
La crisi economica degli anni ‘70 ebbe il culmine con la marcia dei quadri intermedi della Fiat: 40.000 persone sfilando chiesero la riapertura dei cancelli di Mirafiori, paralizzati da 35 giorni di sciopero. Fu la svolta che fa riaprire le fabbriche e tornare al lavoro

Ridisegnare il futuro
Gli anni ‘80 e ‘90 cambiano ancora una volta il volto della città, ridimensionando l’impiego nelle industrie a favore del terziario. La ricerca, le nuove tecnologie, i servizi per le imprese, la finanza e la cultura sono i settori in cui si cercano nuove opportunità di crescita. La popolazione è diminuita: il censimento del 1991 riporta che i torinesi sono scesi sotto il milione. In compenso inizia il fenomeno dell’immigrazione degli extra comunitari, dal nord Africa e dai paesi dell’est.
La conferma delle potenzialità cittadine viene dalle Olimpiadi invernali del 2006, quando Torino sale positivamente alla ribalta del mondo, finalmente scoperta dai media internazionali che ne hanno apprezzato le qualità.


La Storia (1): dagli inizi al XVII secolo


vedi la cronologia della storia della città

vedi la cronologia della storia della città nella sezione enciclopedica