Atlante di Torino


 

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Trincotto isola di San Giorgio San Clemente verso la zona - L - verso ovest (Q) verso est (S) verso sud (Z)

 

I numeri dei titolini corrispondono a quelli dei rispettivi isolati sulla mappa di riferimento qui in alto
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image-1image-190 - Trincotto
Quest’isola, a fine 700, ospitava il Trincotto Grondana, nell’ala settentrionale del palazzo. Usato come teatro in sostituzione del Carignano, mentre questi veniva ricostruito nel 1752.

90 - Galleria Geisser-Natta
Nel palazzo che era appartenuto al conte Federico Tana (1647). In via Roma, con sbocco in via Teresa e nel vicolo 3 Quartini (via Viotti). Costruita nel 1858 dal marchese Giuseppe Natta d’Alfiano, ospitava il caffè ristorante Meridiana, ritrovo di artisti e scrittori, tra cui De Amicis e Giacosa, poi trasformato in cinema. Nel 1876 fu venduta al commendator Geisser che acquistò tutto il palazzo. Fu demolita in occasione della ricostruzione di via Roma dove sorse l’attuale galleria S.Federico.

90 - Galleria San Federico
L’attuale galleria venne aperta nel 1933 nell’anniversario della marcia dei fascisti su Roma, prende il nome dal Santo cui era dedicato l’isolato. Ospitava il cinema Lux . Qui avevano sede il quotidiano cittadino “La Stampa”, prima di trasferirsi in via Marenco, e la Juventus.

90 - Albergo Reale
Costruito nel 1647 dal conte Federigo Tana di Entraque, aperto fino al 1834. Il conte capitano della guardia degli archibugieri a cavallo, uomo arrogante e dalla vita tumultuosa, fu protagonista di una clamorosa conversione che lo vide morire monaco
Nel 1704 in questo albergo alloggiavano Riccardo Hill, inviato della corona inglese, e monsieur Vandermer, ambasciatore d’Olanda. Nel 1784 ospitò il re Gustavo Aldolfo III di Svezia sotto falso nome (conte Haga).
La sua cucina preparava il cibo per i pranzi, alle feste e alle cacce di corte.

90 – Ambasciata di Napoli
In quest’isola di San Federico era ubicata l’Ambasciata di Napoli e più tardi il Governatore della Provincia di Torino Filippo Paulucci delle Roncole che, essendo stato per molti anni al servizio dello zar di Russia, lo aveva convinto a patrocinare, al Congresso di Vienna del 1822, la candidatura di Carlo Alberto al trono di re di Sardegna.

90 - La “Bela Rinin”
Prima del rifacimento di via Roma, nel 1925, all’angolo tra la piazza San Carlo e via Santa Teresa, c’era l’albergo-caffè “Gran Cairo”.
Qui, nel 1925, nella camera n. 8, venne assassinata Erina Barbero, detta la “Bela Rinin”, una prostituta, poi rinvenuta a pezzi, in diverse zone della città. Venne arrestato, e poi condannato a 30 anni, il marito-protettore Francesco Cattaneo, spacciatore che, con due complici, aveva compiuto il misfatto per tacitare la poveretta, testimone di un altro precedente delitto del marito che aveva ucciso un tedesco trafficante di cocaina (rinvenuto in collina in quella che poi sarà denominata Strà di’j mort). Per rilanciare il locale il proprietario del Cairo inserì, con dubbio buon gusto, nel menu lo “Spezzatino alla Rinin”.

 

Vedi le immagini di via Roma vecchia

 

image-1image-1La fontana scomparsa
La fontana di San Eusebio, detta anche del candelabro, progettata dal Genta e costruita nel 1907 era situata all’incrocio tra via XX Settembre e via Santa Teresa. Fu tolta per facilitare la circolazione durante la ricostruzione di via Roma.
Solo da pochi anni si sono rinvenute alcune parti in un magazzino municipale. Il basamento pare si trovi in una villa della collina.
Ai primi del 1900 in questo incrocio c’era un semplice "toret".

 

 

 

 

image-1image-1La Sindone sempre in piazza
Sui quattro angoli di piazza San Carlo, dalla seconda parte del 600, erano dipinte raffigurazioni della Sindone. Due sono state distrutte dai bombardamenti della II guerra mondiale, rimangono quelle sull’isola di San Giorgio (91).

 

 

La vendetta di Contarini
Il musicista Alessandro Stradella (1642 - 1682) che era stato ingaggiato a Venezia come maestro di musica per l’amante del nobile Contarini, si innamorò della donna e fuggì con lei a Torino. Qui fu raggiunto dai sicari dell’infuriato veneziano che lo assalirono, ferendolo, in piazza Reale (San Carlo). Il musicista guarì, scappò a Genova dove però non riuscì a sfuggire alla vendetta assassina del Contarini.

 

 

 

 

 

91 - San Carlo il caffè dei patrioti
Si chiamava caffè Piazza d’Arme. Nel 1822 per primo adottò l’illuminazione a gas. Era il ritrovo dei patrioti durante il risorgimento. La contessa d’Agoult: “si respira una tranquilla atmosfera di libertà e di vera uguaglianza che dispone alla gioia.” Davide Bertolotti, nella Descrizione di Torino, del 1840: “Sembra una reggia” .

image-191 – Vittorio Alfieri
In piazza San Carlo 206, palazzo Villa di Villastellone (poi Avogadro di Collabiano), dal 1772 al 1778, abitò Vittorio Alfieri.
Era una casa eccentrica in cui il giovane Alfieri riuniva un’allegra brigata retta da regole d’ammissione, voti e “buffonerie diverse”: testimoni raccontano che un cavallo era solito andare libero su e giù per le scale del palazzo
Nel palazzo di fronte, Turinetti di Cambiano, abitava la donna che gli fece perdere la testa: la marchesa Gabriella Falletti di Villafelletto, sposata con Giovanni Antonio Turinetti marchese di Priè, conosciuta e amata, nel 1773.
E’ la dotta Frine, come viene definita nei Giornali, e l’odiosamata signora e tristo amore maggiore di lui di nove anni.
La relazione dura dalla metà del 1773 fino al febbraio del 1775, con un breve intervallo nel maggio del 1774, quando va a Roma con la speranza di dimenticarla.

Lo stesso Alfieri racconta di "trovarsi incappato" per la quarta volta in uno di quelli che egli dice intoppi amorosi, e la catena che lo legava alla marchesa Gabriella Turinetti di Prié, gli pesava, disgustandolo per il serventismo a cui lo aveva ridotto. Tentando inutilmente di liberarsi da quella servitù, una sera, mentre assisteva l’amica ammalata, annoiato, ricordando alcuni arazzi, che era solito vedere nella casa di lei, rappresentanti vicende di Antonio e Cleopatra, incominciò a schiccherare, prima in prosa (nonostante quanto afferma nell’autobiografia) e poi in versi italiani, alcune scene intorno a tale soggetto. Ripreso il lavoro qualche tempo dopo, col fermo proposito di condurlo a compimento, riuscì ad appiccicare alla peggio i cinque atti della tragedia.

Attenendosi ai giudizi e consigli di padre Paciaudi, tornò a rifare il tutto con più ostinazione e arrabbiata pazienza, e infine la tragedia, intitolata Cleopatra, venne messa in scena al teatro Carignano il 16 giugno 1775.  Per dedicarsi solo ed esclusivamente alla letteratura per lungo tempo, arrivò a farsi legare alla sedia da Elia, in un famosissimo episodio (sopra, a destra, vediamo la sedia dove era solito farsi legare ).
Per troncare la sua storia con la marchesa Turinetti decise di tagliarsi la lunga e ricca treccia dei suoi capelli rossi mandandola all’amico coetaneo Arduino Tana, chiedendogli anche di aiutarlo a sopportare quella straordinaria prova. Vergognandosi di mostrarsi in pubblico, non sarebbe uscito di casa per molto tempo, così non sarebbe andato più a trovare la sua amica, dalla quale lo dividevano solo poche decine di metri.

91 - L'arresto dell'ambasciatore
Nel 1703 nel palazzo Villa, in piazza San Carlo 216, aveva sede l'ambasciatore di Spagna, Antonio de Silva marchese di Villamaior, che venne arrestato a seguito della dichiarazione di guerra a Francia e Spagna. Il conflitto venne dichiarato dopo che le truppe sabaude erano state disarmate e imprigionate a sorpresa, a San Benedetto Po, dal maresciallo francese Vendome.

91 – Il Gelso
Nel cortile di piazza San Carlo 196 c’era un gelso pluricentenario che sopravvisse all’assedio del 1706 e alle bombe della II Guerra mondiale ma in seguito morì di malattia.

image-191 - Caffè Torino
Salotto elegante della città inaugurato nel 1903 in via Alfieri angolo piazza San Carlo, col nome di “cafè d’la sacrestia”. Con i lavori di ampliamento di via Roma, nel 1930, si trasferisce nella sede attuale. Sopra il banco bar vi è la citazione di Talleyrand: “dolce come l’amore, puro come un angelo, caldo come l’inferno” (si riferisce al caffè). Frequentato da Cesare Pavese, De Gasperi ed Einaudi.

 

 

 

 

91 – Il comandante della cavalleria
In questo palazzo (piazza San Carlo 197) nel 1780 abitava il marchese san Martino d’Agliè, comandante della cavalleria e della 2° compagnia guardie del corpo del re.

Qui a fianco la bandiera del Savoia Cavalleria del 1735.

 

 

 

91 - Il passaggio segreto degli amanti
Nel 1666 in piazza San Carlo 160 viveva, nel palazzo che porta il suo nome, il bellissimo Francesco Giuseppe Villecardet marchese di Trivero Mortigliengo signore di Fleury, comandante della prima compagnia del reggimento delle Guardie. Nel 1663 aveva guidato la spedizione contro i ribelli valdesi. Al tempo della guerra civile suo padre aveva salvato Madama Reale, Cristina di Francia, dalle insidie dei cognati, facendola rifugiare nella Cittadella. Anche per questo era stato ricompensato col terreno in piazza San Carlo.
Il marchese aveva una relazione con Maria Giovanna di Trecesson di cui era invaghito anche il duca Carlo Emanuele II.
La Trecesson, che più tardi avrà due figli illegittimi proprio da Carlo Emanuele, prima di sposare Maurizio Pompilio Benso di Cavour, avo del famoso Camillo, abitava nell’appartamento a fianco di quello del Fleury, così i due, praticata un’apertura nel muro, potevano incontrarsi senza problemi.

Il fatto venne scoperto dallo staffiere francese Francesco Cornavin che, non avendo il coraggio di raccontare tutto al duca (Carlo Emanuele II), si confidò con il primo paggio di corte.
Il Fleury venne a sapere della delazione e, pochi giorni dopo, il cadavere del Cornavin fu ripescato nella Stura. Il duca si insospettì e scoprì la verità sul delitto: gli esecutori materiali del misfatto vennero mandati sul patibolo, il Fleury venne condannato al carcere a vita, comminato nell’esilio nonostante la sua offerta di 100.000 scudi in cambio del perdono totale. Cacciato dal ducato, divenne così un fuorilegge che ispirò anche storie romanzesche. Entrò nelle armate imperiali come colonnello. Anni più tardi Madama Reale lo perdonò e gli consentì di tornare a Torino dove morì nel 1735 quasi centenario.
Nell’ottocento il numero civico del palazzo era il 2 e vi aveva sede una scuola di ballo.

91 - Il cenacolo che ospitò Casanova
Al n. 156 di piazza S.Carlo la casa del marchese Turinetti amico di Rousseau, Diderot, Voltaire, ospitò anche Giacomo Casanova. Quando il marchese vinceva al gioco, al mattino seguente convocava a palazzo artisti cui regalava manate di monete d’oro.

Il rumoroso amplesso di Casanova
Durante il suo soggiorno, nel 1760, Giacomo Casanova (1725-1798) ebbe una strana avventura, con la figlia della sua lavandaia, che ricorderà divertito per tutta la vita. Un giorno si nascose in un luogo appartato in attesa del suo passaggio. Quando arrivò non tardò a persuaderla ad accettare i suoi favori, ma “... il nostro congiungimento era appena iniziato che un’esplosione, non debole invero, rallentò alquanto il mio ardore, molto più che la giovinetta si coverse il viso con le mani, quasi per nascondere la vergogna di ciò che le era sfuggito. La consolai con un tenero bacio e ricominciai. Gran Dio! Un rumore ancor più lacerante del primo mi colpisce contemporaneamente orecchi e... naso. Volli insistere. Un terzo e un quarto, un rumore a ciascun movimento, con regolarità sincronica come quella di un croniometro che segni il tempo delle battute d’una musica. Il fenomeno bizzarro, la confusione della povera ragazza, la nostra positura, tutto mi sembrò così comico che l’ilarità s’impadonì di me sino a costringermi a lasciar la preda...”
Casanova ebbe anche altre avventure più fortunate, ma tutte piuttosto costose: si innamorò di Lia, figlia di un sensale di cavalli ebreo di Porta di Po, ma per ottenerne le grazie dovette comprare cavalli e carrozza. Per riservatezza affittò una casa a duecento passi dal Castello, con una porta sull’esterno della città, dove ospitò in diverse riprese le compiacenti lavoranti di madame R., una modista francese di cui Casanova, nelle sue memorie, non rivela il nome. Anche in questo caso il piacere gli costò l’acquisto di parecchia mercanzia che si faceva recapitare a casa dalle ragazze, con il beneplacito e la benedizione della padrona.
La sua fama indusse il Vicario di polizia, Francesco Flaminio san Martino conte d’Agliè, a intimargli di lasciare la città entro tre giorni. Imperativo che venne disatteso grazie all’amicizia del cavaliere Riberti, responsabile della segreteria degli Esteri.

Tutti i negozi in piazza
Durante la riedificazione di via Roma, con la demolizione di tutti i vecchi edifici, nel ventennio fascista, tutte le attività commerciali della via vennero trasferite temporaneamente in appositi box in piazza San Carlo

 

 

 

La strage di piazza San Carlo
vedi la pagina monografica

 

 

 

 

Il capro espiatorio della strage
Giancinto Chiapussi, dal 1860 al 1864, fu il primo questore di Torino capitale d’Italia. Avvocato, poliziotto abilissimo aveva sgominato, nel 1855, la banda di Giuseppe Pavia, genio delle serrature, abilissimo nel fabbricare perfette chiavi false, soprannominato Arsenio Lupin. Fuggì dal bagno penale di San Bartolomeo di Cagliari, tornò in città dove operò fino al 1861, quando venne catturato nuovamente.
Risolse anche il delitto del sacerdote Giovanni Cavallo, strangolato nel suo letto nel febbraio 1856. L’assassino era Giuseppe Coltelli, un toscano di ventisei anni, senza casa, che da alcune notti dormiva presso il sacerdote, che lo ospitava. Confessa e al processo sostiene di aver ucciso sdegnato dalle proposte omosessuali. I giudici preferiscono credere che lo abbia strangolato mentre dormiva per derubarlo e lo condannano a morte. Sulla scala della forca confessa di avere commesso un’altra rapina, rimasta impunita.
Chiapussi, seppure incolpevole, diventa il capro espiatorio dei tragici fatti del settembre 1864, la strage di Torino consumata in buona parte proprio davanti alla Questura (che era a fianco della chiesa di S.Cristina in piazza San Carlo) e viene rimosso dall’incarico.

image-1Colonnato debole
Raffronto tra la situazione originale della piazza, in alto a destra, con le aperture tra le colonne e, più sotto, quella attuale, attuata nel 1770 a causa dell’instabilità dovuta alla friabilità dei materiali usati.


image-1Nella parte superiore delle colonne di piazza San Carlo, fin dalla prima metà del 1700 era stata posta una cerchiatura in ferro per impedire lo sfaldamento dovuto al carico eccessivo. Nella foto a fianco si nota lo spostamento verso l’esterno delle colonne originali, costruite con materiale instabile e sottoposte a carichi eccessivi. Per questo motivo si dovettero ingabbiare con una struttura compatta,
riempiendo gli spazi tra le due colonne affiancate e consolidando il tutto con una struttura di supporto dalla parte interna dei portici.


image-1image-1Nella raffigurazione del 1682, in alto, si notano le colonne ancora aperte, mentre la facciata della chiesa di S.Carlo è un falso in quanto completata solo nel 1834

 

 

 


image-1La madre del caduto
Nel maggio del 1928 un episodio commosse tutta la città: erano state portate a Torino le bandiere dei reparti che avevano partecipato alla 1° guerra mondiale, per essere esposte alla Mostra della Vittoria. Mentre sfilavano in piazza San Carlo, una signora madre di un ufficiale caduto in combattimento, vista la bandiera del 39° Fanteria, a cui suo figlio apparteneva, gridò: "Viva il 39°!".
L'ufficiale superiore di scorta, fece fermare il reparto e donò alla signora un lembo della già lacera bandiera del Reggimento.

 

 

 

 



Vedi l'approfondimento su piazza San Carlo

Vedi altre immagini di piazza San Carlo

image-1image-1image-192 - La sede della Gestapo
L’Albergo Nazionale, che fino a qualche anno fa era ancora aperto nell’attuale piazza CLN 254, dal 1943, fu sede del comando delle SS e della Gestapo diretta da Rudolf Albrect. Tristemente famoso poiché al suo interno venivano interrogati e torturati i prigionieri politici detenuti alle Nuove.

image-1Piazza CLN
Fu creata con il rifacimento di via Roma durante il fascismo.

 

 

image-192 – San Carlo
La chiesa di San Carlo risale al 1619, quando fu donata agli Agostiniani Scalzi per l’edificazione. La facciata venne completata solo nel 1834.
Qui venne battezzato Camillo Benso di Cavour, i suoi padrini furono il principe Borghese e la moglie Paolina Bonaparte.

 

 

Vedi le foto della Chiesa di San Carlo

 

 

 

image-192 - Il delitto del chierico
Nella notte del 24 febbraio 1856 Giovanni Cavallo, chierico della chiesa di San Carlo, viene strangolato nel suo letto in via di Porta Nuova 15. Due giorni dopo al caffè dei Ripari viene arrestato Giuseppe Coltelli che da alcune notti era ospitato nella casa del chierico. Coltelli confessa dicendo che voleva difendersi dalle proposte omosessuali del padrone di casa, ma i giudici preferiscono la versione secondo cui ha proceduto allo strangolamento per derubare la sua vittima. Il 5 giugno 1856 Coltelli viene impiccato e mentre sale sulla forca confessa un’altra aggressione.

image-1image-192 - Il Portone del Diavolo
Palazzo Trucchi di Levaldigi, in via XX Settembre 40, venne costruito sul terreno che era stato dei Carmelitani Scalzi per Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi (1617-1698), ministro generale delle Finanze del duca Carlo Emanuele II, detto il Colbert del Piemonte in quanto ne risanò le finanze. Suggerì la creazione del Collegio dei Nobili.
La comparsa del portone intagliato, una mattina del 1675, alimentò la credenza popolare che quell’opera fosse stata realizzata con l’ausilio del diavolo e dal quel momento venne così ribattezzato, anche per una testa luciferina sullo stesso e per le feste e gli avvenimenti drammatici che capitarono nel palazzo. In effetti, il portone giungeva da Parigi, dopo essere stato ideato da un artista italiano, Pietro Danesi, fu montato in una sola notte.
La famiglia inoltre possedeva dal 600 una villa denominata la Generala (nell’attuale corso Unione Sovietica) che divenne poi casa di Custodia con lo stesso nome; più tardi fu trasformata in correzionale e intitolata a Ferrante Aporti.

Vedi le immagini del Palazzo Trucchi di Levaldigi

92 –Il delitto della ballerina
Intorno al 1790 durante una festa di Carnevale, nel palazzo Trucchi di Levaldigi, fu organizzato da Marianna Carolina di Savoia uno spettacolo di danza il cui tema era l’inferno. I danzatori si esibirono tra fiamme e fumi infernali fino a quando la ballerina Emma Cochet venne pugnalata per gelosia da una gitana Elima De Heredia. C'è chi dice che, da quel giorno, il fantasma della ballerina si aggiri per le stanze del palazzo chiedendo giustizia. Il delitto rimase impunito.

92 – Un ballo di 28 ore per 3.540 persone
Fra il 27 febbraio e il 3 marzo 1791 venne organizzata una festa da ballo per consolidare i legami tra nobili e borghesi, secondo la politica avviata da Vittorio Amedeo II: in base agli inviti era prevista una partecipazione di circa duemilacinquecento persone ma nelle ventotto ore furono 3540 a partecipare danzando, bevendo e giocando, mentre all’esterno vennero accese 75 fiaccole sotto la sorveglianza di un centinaio di granatieri e dragoni a cavallo. Le carrozze erano posteggiate nella vicina piazza San Carlo.

image-192 - La spia scomparsa – Il cadavere murato
Nel 1797 il maggiore Melchiorre du Perrin che doveva recarsi a Parigi per una missione segreta, informò il capitano Girard, responsabile dei servizi di sicurezza, di aver ricevuto un biglietto con oscure minacce. Prima di partire il maggiore si fermò al palazzo Levaldigi per fare colazione, dopo un po’ di tempo il postiglione che lo attendeva con la carrozza, lo cercò in tutto il palazzo, ma di lui non c’era traccia. Nè mai più lo si rivide. Una ventina d’anni dopo alcuni muratori, abbattendo un muro, trovarono lo scheletro di un uomo alto e robusto, con il cranio fratturato da un colpo violento. Con I mezzi del tempo non fu possible stabilirne l’identità e il tutto rimase avvolto dal mistero.

 

 

92 – L’inventore dei trasformatori
In via XX Settembre 40 morì Galileo Ferraris (1847-1897), inventore del motore asincrono. I suoi studi sul funzionamento e sul rendimento dei trasformatori cambiarono il mondo. Nel 1889 fondò presso il Regio Museo Industriale Italiano una Scuola di elettrotecnica, la prima di questo genere in Italia successivamente incorporata nel Politecnico. In questa scuola insegnò fino alla morte.

 

 

 

 

 


92 – Il pioniere del Cinema

In via S. Teresa, vicino all’angolo con piazza S.Carlo, all’inizio del ‘900 Arturo Ambrosio, pioniere del cinema italiano, aveva un negozio di fotografia.

92 – Generose in via Roma
La “Nuova Torino” del 1876 riporta che gli inquilini di via Roma vecchia 26, di fronte all’albergo Trombetta si rivolsero al questore perchè alcune “generose” esercitavano spudoratamente il loro mestiere, minacciando la tranquillità dell’edificio.

96 – Lo scudiero del Re
In via Nuova (via Roma vecchia) 17 abitò il conte Enrico Morozzo della Rocca, amico fin dall’infanzia, scudiero e compagno di baldorie di Vittorio Emanuele II. In gioventù una sera Vittorio Emanuele, ancora principe, sotto il severo controllo del padre Carlo Alberto, visto che a palazzo era proibito giocare a soldi, per interessare le partite a biliardo col Morozzo, scommetteva fagiani. Il principe ne perse 80.000 per un controvalore di 400.000 lire.
Della Rocca divenne poi generale, Capo di Stato Maggiore e Ministro della Guerra. Nonostante la lunga amicizia il re ebbe una relazione anche con sua moglie, Irene. Nel 1864 il Morozzo fu comandato a fronteggiare la reazione dei torinesi al trasferimento della capitale che sfociò nella strage di piazza San Carlo.
In questa casa crebbe anche il fratello Casimiro, colonnello ucciso a Genova durante i tumulti del 1848 che innescarono una feroce repressione.

image-1Vicolo del Montone
Faceva parte della zona più antica di Torino. Più che una contrada era un vicolo che corrisponde all'odierna via Eleonora Duse. Prese nome di Mon­tone da un albergo di infimo ordine detto del Montone d'Oro.
Più tardi il locale divenne un postribolo di bassa categoria. Con il vicolo della Verna e del Teatro, è quanto resta dell'antica strada di circonvallazione interna delle mura. Fra questi vicoli è la contrada dell'Agnello d'Oro (poi dei Canestrelli, poi della Palma ora via Viotti); una fila di case e catapec­chie ove oggi è via Roma.

 

 

 

 

 


image-197 - Collegio dei Nobili

L’attuale sede del Museo Egizio fu costruita dai gesuiti per ospitare, nella zona centrale della città, un Collegio per i giovani nobili.
Il Palazzo, sede anche dell’Accademia delle Scienze (via Maria Vittoria 3), non ospitò mai il collegio.

 

 

 

 

 



 

 

97 - Museo Egizio
ll Regio Museo delle Antichità Egizie venne fondato nel 1824, con l’acquisizione da parte di Carlo Felice di Savoia della collezione raccolta in Egitto da Bernardino Drovetti che aveva seguito Napoleone in alcune campagne e per i suoi meriti era stato nominato Console di Francia in Egitto. E’ considerato il secondo al mondo, per importanza, dopo quello del Cairo.

Vedi le immagini del Museo Egizio

image-197 – Scandalo al Museo Egizio
Nel marzo del 1832 re Carlo Alberto scriveva: “Ho saputo oggi una cosa tremenda: cioè che il cavaliere Giulio Cordero di San Quintino, che dirigeva il Museo, l’ha completamente rovinato e l’ha messo in un tale stato che eccita il riso e la compassione di tutti gli stranieri. Ha spinto la barbarie fino a far dipingere di rosso, blu e verde tutti gli antichi monumenti, facendo così perdere tutto il loro aspetto, ha fatto raschiare parecchi di loro, facendo così togliere quella onorevole ruggine acquisita nel corso dei secoli, ha fatto dipingere di rosso dei geroglifici, in modo che non si riconosce più niente, altri geroglifici sono stati cancellati per suo ordine e, al loro posto ha fatto tracciare delle altre figure a modo suo, ha unito con del cemento dei pezzi delle statue egizie e quelle romane, ha infine tolto tutte le etichette sia dai monumenti che dalle statue, in modo che non si riconosce più niente. Ho dunque messo a riposo questo animale e ho incaricarto quattro membri dell’Accademia di fare tutti gli sforzi possibili per riparare, per quanto si potrà, a tutto il male fatto”.

image-197 - Accademia delle Scienze
Nel 1757 il conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio insieme a Luigi Lagrange e Giovanni Cigna, fondano la Società Scientifica che, nel 1783 con Vittorio Amedeo III, diventa Accademia Reale delle Scienze. Durante il periodo napoleonico venne riformata e divisa in due parti: quella letteraria-artistica e la scientifica. Lo stesso Napoleone ne divenne nel 1804 presidente perpetuo a titolo onorario, e nel 1805 fregiò l’istituzione del titolo di Accademia Imperiale.

Dal 1783 al 1801 Tommaso Valperga Caluso, definito l’uomo più dotto d’Italia, ne sarà segretario.
Con la Restaurazione venne ripristinata la suddivisione vigente ancor oggi, tra Scienze fisiche, matematiche e naturali e Scienze morali, storiche e filologiche.
Oltre alle periodiche adunanze delle due Classi, l’Accademia organizza incontri scientifici di alto livello come, nel ‘63, nella ricorrenza del 150° anniversario di Lagrange, nel 1968 su Guarino Guarini e l’internazionalità del Barocco; nel 1983 ha festeggiato i due secoli di vita.

image-197 - L’osservatorio astronomico
La costituzione di un vero e proprio osservatorio astronomico è dovuta all’illuminato mecenatismo di Vittorio Amedeo III che nella seduta del 28 giugno 1789 dell’Accademia Reale delle Scienze, decise la costruzione di una Specola sul Palazzo del Collegio dei Nobili, oggi Palazzo dell’Accademia delle Scienze. L’inaugurazione ebbe luogo il 30 novembre 1790 e nell’anno successivo vennero in essa trasferiti gli strumenti di Beccaria, scomparso nel 1781, ancora custoditi presso il piccolo osservatorio dell’Università in via Po. I responsabili della specola, dopo il Beccaria, furono Antonio Maria Vassalli Eandi, Tommaso Valperga Caluso e (dal 1811) Giovanni Plana.
La specola è stata attiva sul Palazzo dell’Accademia delle Scienze dal 1790 al 1813. Successivamente l’osservatorio fu trasferito sul tetto del palazzo Madama

 

 

 

image-197 – La casa dell’astronomo
Sul lato del palazzo che si affaccia su via Maria Vittoria abitò l’astronomo Giovanni Plana (1781-1864).
Matematico e meccanico celeste, fu una delle maggiori personalità dell’Ateneo del suo tempo e dell’astronomia torinese di sempre. I suoi insegnamenti della matematica e dell’astronomia erano all’altezza delle migliori Università d’Europa. Fu anche il vero fondatore dell’Osservatorio che prima operò nella specola sopra l'Accademia delle Scienze, quindi in quella allestita sopra palazzo Madama. 


97 – La prima litografia
Al piano terra del palazzo sul lato di piazza Carignano, nel 1819, aveva sede la bottega di Felice Festa, prima litografia in Piemonte.

98 – Diplomatico raffinato
In via Maria Vittoria 2, al tempo del Risorgimento, aveva sede l’Ambasciata di Francia. Responsabile era il principe Henry de la Tour, diplomatico raffinatissimo: a Vittorio Emanuele II che non senza rozzezza gli parlava male del suo re, Napoleone III, rispose: “Vostra Maestà voglia scusarmi di non aver ascoltato una sola parola che avete pronunciato”.

image-1image-198 - Il palazzo più bello
In piazza S.Carlo 183 palazzo Solaro del Borgo (Isnardi di Caraglio), sorto fra il 1644 ed il 1656 come residenza del marchese lorenese Harvard de Senantes, nel 1963 passa agli Isnardi di Caraglio.
Qui ebbero luogo nel 1771 i festeggiamenti per il matrimonio fra Maria Giuseppina di Savoia ed il futuro Luigi XVIII, offerti dall’ambasciatore di Francia che vi risiedeva. Nel 1782 il palazzo fu acquistato per 350 mila lire dal marchese Giuseppe Solaro del Borgo che, all’epoca apparteneva alla famiglia più ricca del regno, con un patrimonio valutato tra i 3 e i 5 milioni del tempo. Nel 1827 fu affittato all’ambascatore russo, conte Woronzoff Daschkoff. Vennero spese cifre favolose per abbellirlo (532 mila lire dell’epoca).

Nel 1836 ogni mattina un contadino saliva lo scalone d’onore, seguito dalla sua capra, per portare direttamente il latte al marchese Solaro.
Dal 1838 sede dell’Accademia Filarmonica e dal 1947 del circolo Società del Whist (fondato nel 1841 dal conte di Cavour). E’ il palazzo più bello della città, purtroppo chiuso al pubblico.

image-198 - Accademia Filarmonica
Nell’ottobre del 1814 cinquanta appassionati di musica cominciarono a radunarsi in casa dell’avvocato Dubois in piazza Carignano, poi dai fratelli Billotti in via Doragrossa (via Garibaldi). Erano i primi passi dell’Accademia che, nel 1816 affittò una sede in casa Spigno, in via della Basilica, per passare, l’anno dopo, in via San Carlo (via Alfieri).
Nel 1826 l’Accademia si trasferì nuovamente in una casa Balbiano di Viale, ora demolita, vicino all’attuale piazza Solferino, nella quale il socio architetto Talucchi fece costruire una grande sala per le esercitazioni musicali, e poi, nel 1837, nel palazzo Truchi di Levaldigi, in via XX Settembre.


Gli Accademici si radunavano a suonare chiamando talvolta anche dei professionisti, per quelle parti per le quali non vi erano accademici disponibili. Venne creata anche una scuola gratuita di musica vocale e strumentale per coloro che non potevano permettersi studi a pagamento. Le due scuole si ridussero poi a una, quella vocale e, a partire dal 1838, si cominciò ad aprire l’Accademia, oltre che allo studio e alle esercitazioni musicali, anche ai balli.
Nel 1838 venne acquistato il palazzo del Marchese Solaro del Borgo, in piazza San Carlo. Per problemi di acustica il grande salone di ingresso si rivelò inadatto ai concerti e alle esercitazioni, per cui si deliberò di costruirne uno nuovo, disegnato appositamente, dall’architetto Talucchi, come sala da musica: l’attuale Odeon, finito nel 1840, la cui acustica è perfetta. La scuola di musica durò comunque ancora, con alterne vicende, fino al 1859. Di questa tradizione rimane la ricca biblioteca musicale. L’Accademia Filarmonica si trasformò quindi definitivamente in un circolo, e così rimase fino all’unione con la Società del Whist.

image-1image-198 - Il circolo del Whist
La sua creazione, nel 1841, fu iniziativa personale di Camillo di Cavour su sollecitazione dell’ambasciatore di Francia.
Voleva un club, diverso dai circoli che già esistevano in Italia, simile invece a quelli delle grandi capitali europee.
I primi 40 soci scelti personalmente, rappresentavano la società che contava. Con loro Cavour intendeva passare le ore libere giocando al whist (l’antesignano del bridge), o a scacchi, o in conversazione fra persone di gentile educazione come stabilisce lo Statuto del 1847. Fra i 40 soci fondatori almeno 10 discendevano da famiglie che nel 1788 appartenevano alla “Patriottica Nobile Società del Casino” approvata e specialmente protetta dal Re Vittorio Amedeo III. Scioltasi al momento dell’occupazione francese, la sua documentazione originale fu tramandata all’archivio della Società del Whist.
Il Whist andò assumendo sempre più le caratteristiche di un club all’inglese, dove si riuniscono soci con un comune modo di vivere, educazione e ambiente. Così, fino all’unione con l’Accademia Filarmonica il Whist è rimasto un circolo fondamentalmente, ma non esclusivamente, aristocratico.
Dato il carattere prevalentemente militare dell’aristocrazia piemontese, il Whist ha dato un contributo di sangue, e di valore (19 medaglie d’oro), dalla prima guerra d’indipendenza fino all’ultimo conflitto mondiale e alla Resistenza.
Dopo il Caffè Florio, dove fu fondato nel 1841, la Società ebbe come sedi la trattoria dell’Universo, fino al ‘42, poi palazzo San Germano in piazza Castello fino al ‘43, palazzo Birago in via Carlo Alberto fino al 1867, palazzo Pollone in piazza Castello fino al 1918 e via Accademia delle Scienze angolo piazza Castello fino alla ricostruzione dell’Accademia Filarmonica nel 1949.
Dopo i bombardamenti del 1942, nel 1946 il Whist offrì ai soci dell’Accademia, ospitalità nelle proprie sale. Questa decisione prendeva atto della nuova composizione dell’élite torinese e riuniva in un unico sodalizio le tradizioni migliori della città, rappresentate dai due circoli.
Con il 1949 si completarono i lavori di ricostruzione e il nuovo club iniziò la fase attuale della sua attività.

98 – La casa dell’Ospizio di Carità
Nel 1887 il commerciante Varrone fa donazione all’Ospizio di Carità della sua casa in piazza San Carlo angolo via Maria Vittoria.

98 – Palazzo Turinetti – Barbaroux
Con l’ingresso in via Giolitti 1, fu il primo a essere costruito sulla piazza da Giorgio Turinetti nel 1644.

image-199 – Il delitto di via Lagrange
Nel 1879 Giovanni Pipino, commerciante di Borgo Nuovo (via Mazzini), fu accusato di aver accoltellato il dottor Angelo Mustone, in via Lagrange 14 (proprio vicino alla Questura centrale che all’epoca si trovava in piazza San Carlo, a fianco della Chiesa di S.Cristina), e la sua domestica Lucia Magris, che lo avevano sorpreso mentre rubava. Dopo un processo che fece grande scalpore fu condannato a morte.

L'isola di Santa Cristina sembra avere un legame particolare con la cronaca nera, oltre alla presenza della Questura (da dove, tra l'altro, partirono gli spari che nel 1864 insanguinarono la piazza nella strage di Torino - vedi la pagina monografica) e al delitto Pipino, al numero 16 di via Lagrange ebbe luogo un altro fatto di sangue:

image-199 - Un altro delitto nell'isola di S.Cristina
La sera del 1° ottobre 1925 i passanti di via Lagrange sentono sparare al n. 16, alcuni entrano nel cortlle e vedono una giovane che, in preda al terrore, si lancia dal balcone del 1° piano. I passanti riescono ad afferrarla.
E' Maria Ramella maritata Imazio. Risaliti al primo piano trovano in un lago di sangue, la madre Palmira. A terra c'è una rivoltella scarica. Nell’appartamento si trova un’altra donna, Eugenia Imazio, cognata di Maria. Alla sua vista la giovane si riprende e grida: “E’ lei. l'assassina. E' lei. Quella donna ha ucciso mia madre”.
Viene arrestata. Nel corso del dibattimento spiega che quando Maria aveva sposato suo fratello Gaudenzio, erano andati via per un mese, e la madre, la defunta Palmira, si era trasferita a Milano, nella casa libera dei novelli sposi, conducendo una vita sregolata, ricca di avventure adulterine. Per questo lei indusse il fratello a lasciare la giovane Maria, rimandandola a casa. Questo scatenò le ire e le accuse della madre contro Eugenia che si recò in via Lagrange per chiedere spiegazionispiegazioni. Palmira tentò di spararle, ma nella collocazione la pistola cadde, Eugenia la raccolse e sparò lei. Dopo un processo che fece epoca venne assolta per legittima difesa.

image-1 image-1image-199 - Nasce la FIAT
Il palazzo Cacherano di Bricherasio, in via Lagrange 20, agli inizi del ‘700 era dei conti Solaro di Monasterolo
Nel 1851 vi morì il poeta Giovanni Berchet.
Dal 1855 dei Cacherano di Bricherasio.
Il 1° luglio 1899 qui nacque la Fiat fondata da Giovanni Agnelli, Cesare Goria Gatti, Michele Lanza, Roberto e Carlo Biscaretti di Ruffia, Giovanni Ceirano e Aristide Faccioli. Il nome Fiat fu adottato a seguito della proposta dell’ingegner Faccioli. La prima fabbrica, che inizialmente doveva essere a fianco dell’Ospedale Mauriziano, sorse invece sul terreno del conte Peracca, dove c’era la Galleria del Lavoro per l’Esposizione del 1898: circa 9.500 metri quadri pagati 66.300 lire (circa 250 mila Euro)
Il palazzo nel 1950 venne donato all’Opera don Orione e nel 1990 acquistato dalla società Palazzo di Bricherasio.

99 – Santa Cristina
La chiesa di Santa Cristina (1638) sorge su un lotto di proprietà di Carlo Castellamonte, venne acquistato da Madama Reale, Cristina di Francia, quindi donato alle Carmelitane Scalze per costruire la chiesa).
Nel 1802 i francesi cacciano le monache e il convento venne adibito a Borsa di Commercio (che nel 1851 viene trasferita in via Alfieri 9), in seguito l'edificio fu utilizzato come Questura centrale e demolito nel 1935 per la riedificazione di via Roma.
Era chiamata “Chiesa delle serve” perchè frequentata dal personale di servizio delle famiglie nobili.
A metà ‘800 vi si celebrava la messa in piemontese.

99 - Il primo scandalo dell’Italia unita
Nell’agosto 1861, si verifica un clamoroso e grave scandalo che coinvolge un funzionario della Pubblica Sicurezza. Tutto inizia con le rivelazioni di un giovane criminale pentito torinese, Vincenzo Cibolla, che collabora con la giustizia. Nel corso di un primo processo (1860), Cibolla ha accusato numerosi complici, che formavano con lui un'associazione criminale, detta Coca, che aveva terrorizzato Torino negli anni tra il 1856 e il 1858. Cibolla, nell’agosto 1861, durante un secondo processo, accusa nuovi complici e rivela con prove inoppugnabili che il capo dell’associazione criminale era Filippo Curletti, delegato della questura torinese. Curletti intanto ha fatto carriera. Incaricato di tutelare la sicurezza pubblica nelle nuove province del regno d’Italia, risiede a Napoli, una delle città “difficili” del regno. Dopo un drammatico confronto con Cibolla in tribunale a Torino, Curletti, ormai smascherato e compromesso, non viene arrestato, ma soltanto sospeso dall’impiego. Ha così il tempo di fuggire all’estero, tra feroci polemiche giornalistiche che denunciano varie complicità nei suoi confronti.

Leggi un approfondimento su le Coche torinesi

99 – La morte del diavolo nero
In via Cavour 3, nel cortile, dove c’era la sede dell’UDA, il 22 aprile 1944 fu ucciso il partigiano Mario Costa detto il “Diavolo Nero”. Testimoni dissero che fu Piero Brandimarte, noto gerarca torinese, a chiamare gli assassini con una telefonata.

Il Salotto della città - Piazza San Carlo
Fu la prima piazza d'Armi per le esrcitazioni miltari.
Alla fine del Cinquecento un ponte attraversava il vallo delle mura, era largo sei metri e lungo circa trenta. Serviva per uscire dalla cinta romana ed entrare nel nuovo ampliamento urbano realizzato agli inizi del Seicento. Il ponte non aveva caratteristiche monumentali e funzionò per breve periodo. Quando dal 1638 s’incominciò ad edificare l’area di piazza San Carlo il vallo fu interrato.

Gli scavi del parcheggio hanno portato alla luce i resti di tre dei suoi piloni, con un tratto di mura che conteneva il vallo. Scoperte anche cinque sepolture dell’alto Medio Evo, davanti al caffè Torino
Il 27 fabbraio 1662 la piazza fu teatro di un clamoroso duello tra due personaggi della nobiltà: il cavalier Scaglia di Verrua uccise Francesco Ternengo, conte di Mussano.
Nel 1600, tre volte alla settimana, la piazza nei portici di ponente ospitava il mercato del grano, mentre dall’altra parte si vendeva la frutta. Per l’occasione le materassaie sotto i portici stracciavano le foglie dei sagginali e della meliga per riempire i sacconi dei pagliericci.

Palcoscenico barocco
La piazza è studiata come un grande palcoscenico dove le facciate barocche degli edifici non sono solo il piano frontale che racchiude le case, ma pareti di uno spazio vuoto: la piazza.
Nel ‘700 vi si ordinavano i soldati che montavano la guardia in città.
Sotto i portici venne organizzata la prima infermeria per i feriti, durante l’assedio del 1706, e vennero parcheggiati i carriaggi e acquartierati soldati del reggimento Guardie.
Padre Sebastiano Valfrè vi eresse un altare per celebrare la messa alle truppe e alla popolazione.

image-1Il Caval d’bruns
La statua di Emanuele Filiberto, di Carlo Marochetti, ritenuta uno dei monumenti equestri più belli al mondo, voluta da Carlo Alberto, venne inaugurata nel 1838 alla presenza del sovrano. Durante lo scavo per il basamento fu trovato un vero e proprio tesoro in monete d’oro che fu confiscato dal Ministero dell’Interno.

image-1La statua fusa in Francia fu esposta al Louvre, prima del trasporto a Torino. Il duca è raffigurato mentre rinfodera la spada, in segno di vittoria e di pace, dopo la battaglia di San Quintino (1557).
Al lieve arretramento del busto è contrapposto quello del cavallo e il gruppo ne riceve una straordinaria vivacità.
Fu il primo monumento eretto in una piazza di Torino, prima non venivano nemmeno posizionati nè alberi nè fiori.

 

 

 

 


In città sono rappresentati al massimo livello tre stili di monumenti equestri:

Classico: i Dioscuri del Sangiorgi, davanti palazzo Reale Rinascimentale: Emanuele Filiberto di Carlo Marochetti in piazza San Carlo Moderno: Amedeo di Savoia di Davide Calandra, al Valentino.

Tradizionalmente nelle statue equestri la posizione delle zampe del cavallo ha un significato ben preciso.
Se ha tutte e 4 le zampe a terra significa che il suo cavaliere è morto di morte naturale.
Se invece ha una zampa sollevata la morte è avvenuta in seguito ad una ferita riportata in battaglia.
Se ad essere sollevate sono due zampe, il protagonista è morto combattendo.


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