Atlante di Torino


 

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via ViottiSan Lorenzo San Lorenzo verso la zona - R - verso la zona - I - verso la zona - M - verso la zona - E - portici degli stoccatori palazzo Madama Il cantone di Donna Matilde

I numeri dei titolini corrispondono a quelli dei rispettivi isolati sulla mappa di riferimento qui in alto
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image-1image-1image-1image-183 – Chiesa senza facciata
L’antichissima chiesetta di Santa Maria del Presepio fu restaurata nel 1563 e dedicata a San Lorenzo dal duca Emanuele Filiberto per il voto fatto durante la Battaglia di San Quintino il 10 agosto 1557, giorno dedicato appunto a quel santo.

image-1image-1All’esterno non presenta una sua facciata, come era stata disegnata dal Guarini, ma è uniformata a quella dei palazzi di piazza Castello: i Savoia non lasciarono che fosse realizzato il progetto perché non volevano che la piazza, simbolo del loro potere assoluto, avesse elementi che distraessero lo spettatore dall’osservazione del Palazzo Ducale (Reale) e di Palazzo Madama, simboli della supremazia regale.




vedi la monografia sulla chiesa di San Lorenzo












 

image-184 - Albergo Firenze
Dove ora ha sede la Regione Piemonte era ubicato l'Albergo Firenze distrutto dalle bombe delle seconda guerra mondiale..

 




I dentisti in carrozza
Verso il 1866 se entravate in piazza Castello dalla contrada dei cestai (l'attuale via Palazzo di Città), girando a destra avreste trovato subito una carrozza sormontata da grandi cartelli e quadri rappresentanti bendaggi. Era lo studio dove operavano i cavadenti "Viano padre e figlio".



 

Via Garibaldi - vedi le immagini delle antiche attività commerciali della via

 

 

 

 

 


image-185 - I portici degli stoccatori
A metà dell’800 nel tratto di portici tra l’inizio di via Garibaldi e quello di via Roma, stazionavano gli “stoccatori”. Si trattava in buona parte di borghesi decaduti che con la loro eloquenza abbordavano i passanti ritenuti danarosi per chiedere un prestito, motivandolo con situazioni dolorose.

 

 

 

85 - Le tazzine col manico
All’inizio di via Garibaldi, al 3b, c’era il Caffè Calosso (ribattezzato “Caffè della Lega Italiana”) che nel 1843 introdusse per primo l’uso della tazzina con il manico.
Nel Risorgimento era il ritrovo di patrioti e letterati: Vittorio Bersezio racconta che Michele Novaro (1822 - 1855), secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano, una sera dell’inverno 1847 entrò gridando: “Ho scritto l’inno, l’inno a cui pensavo da tempo. Volete sentirlo?” Gli amici lo seguirono nella sua abitazione, dietro l’angolo, al terzo piano di Via XX Settembre 68 per ascoltare le note con cui aveva musicato il testo che gli aveva mandato Goffredo Mameli.
Più tardi ospitò la libreria Lattes.

85 - L’inno di Mameli
Nella casa di via XX Settembre 68-70 ? Michele Novaro, il 10 novembre 1847, compose la musica che, con le parole di Goffredo Mameli, diventò l’inno nazionale.
Nella stessa casa abitò Lorenzo Valerio, uomo di spicco della sinistra risorgimentale.
La città degli inni
A Torino sono stati composti, oltre all’inno di Mameli, la Marcia Reale, l’inno fascista Giovinezza e anche quello del Piave. La sera del 23 giugno 1918 stimolato da una manifestazione patriottica in piazza Carignano, un impiegato napoletano delle Poste, Giovanni Gaeta, scrisse su un modulo di vaglia telegrafico il testo della famose canzone: ”Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio...” firmandosi poi con lo pseudonimo che divenne famoso E.A. Mario. La sera successiva i versi già circolano tra la folla che, riunita di nuovo davanti al teatro Carignano, la cantò fino a tarda notte.-

 

 


La Diagonale non ancora aperta
La Diagonale, via Pietro Micca, venne realizzata nel 1885.

 

 

86 – Il Fischietto
In via Guardinfanti 5 (Barbaroux) dal 1848 si stampava “Il Fischietto”, primo giornale umoristico satirico italiano.
Il primo direttore fu il poeta Carlo A-Valle, seguito nel 1854 dallo scrittore Vittorio Bersezio, nel 1855 da Francesco Redenti, e nel 1870 dal caricaturista Camillo Marietti. Successivamente il periodico fu diretto da Arturo Calleri (noto con lo pseudonimo di Caronte), che si alternò con Luigi Sapelli (Caramba) e Giorgio Ansaldi (Dalsani).
Cessò le pubblicazioni il 19 luglio 1916. Nel 1923 un tentativo di resuscitare la rivista sotto la direzione di Giovanni Manca non ebbe successo.

 

 

 

 

 

86 - Il palazzo delle streghe
Il 22 gennaio 1656 in città moriva il Principe Tommaso di Savoia Carignano, stroncato da una violenta febbre, misteriosamente contratta alcuni giorni prima all'assedio di Pavia. Che un guerriero di quella statura, dopo aver sfidato ripetutamente la morte sui campi di battaglia, dovesse proprio soccombere a cagione di un semplice morbo, parve talmente incredibile ai piemontesi, che subito si iniziò a favoleggiare di malefici, d'interventi di forze sovrannaturali o, per essere più esatti, della vendetta postuma del defunto Bagnolo fatto decapitare dal Principe per le sue sediziose attività. Al fine di dissolvere in precedenza gli eventuali dubbi dei contemporanei e dei posteri, il Conte Thesauro volle precisare che si trattava di «sortilegi veri e reali, essendosi nella sala del suo palazzo udito il ballo delle streghe e veduta la pedata loro nella cenere sparsa nella detta sala, benchè serrata di notte poco avanti alla morte di quel principe, e la fiamma sopra le tegole, e il segno dato col rompimento nel suonar la sua passata». Il luogo cui il Thesauro allude quale teatro di fatti così terrificanti è la vecchia dimora dei Principi di Carignano, denominata «Palazzo Vecchio». Questo palazzo, donato al Principe Tommaso dal padre Carlo Emanuele I, era situato in quell'angolo della piazza Castello, dove inizia via Pietro Micca, in quella zona cioè che, nelle antiche piante, corrispondeva al cantone di San Gregorio, nel punto ove s'incrociavano le vie del Guardinfante e dell'Anello d'Oro. Ma più che un palazzo era un aggregato di tre costruzioni diverse, probabilmente già verso la fine del secolo XVIII passato in proprietà della famiglia Perrone e demolito nell'800.

87 – Il cantone di Donna Matilde
Il palazzo uno dei più ricchi della città, costruito da Carlo Emanuele I e dato a Beatrice Langosco in cambio del suo palazzo in piazza San Giovanni (l’attuale palazzo Chiablese). Beatrice, che era considerate una delle donne più belle del suo tempo, fu amante di Emanuele Filiberto. Il palazzo poi prese il nome del secondo marito di Beatrice, il generale bresciano Francesco Martinengo di Malpagna, che combatteva per i Savoia. Il Martinengo in seguito passò al servizio dei veneziani, fu processato contumace per tradimento e il palazzo venne assegnato a donna Matilde legittima figlia di Emanuele Filiberto e Beatrice Langosco. Matilde sposò il conte Carlo Simiana che fu poi decapitato come traditore. Il figlio Giacinto divenne ministro della guerra e utilizzò il palazzo come ministero nel 1672. Successivamente l’edificio passò ai Francavilla, ai Solaro del Borgo, al banchiere Martini e Melano.
Qui c’era l’albergo dell’Anitra (poi Londra quindi Caccia Reale) che dava il nome alla via della Caccia (il tratto iniziale di via Pietro Micca).

87 - Palazzo Martini, isola di San Emanuele, nella via Roma vecchia
Venne abbattuto nel 1931 per la ristrutturazione della via.



87 - La prima Cooperativa in Italia
Nel 1850 veniva fondata la società generale degli operai di Torino, che dopo quattro anni apriva uno spaccio di generi alimentari di prima necessità. Si tratta della prima impresa cooperativa italiana. L’obiettivo del neonato ‘magazzino di previdenza’ era comprare merci all’ingrosso e rivenderle al dettaglio ‘al prezzo del primitivo costo’, per cercare di tutelare il potere d’acquisto  dei salari in una fase di crescente inflazione. Il negozio fu effettivamente inaugurato nel settembre 1854 in via Palma n. 7 (oggi via Viotti). Uno degli ispiratori dell’iniziativa fu Giuseppe Boitani, funzionario del Ministero delle finanze del Regno di Sardegna, segretario della Società generale degli operai di Torino. Molto vicino a Camillo Cavour, apparteneva a quelle élite liberali progressiste che credevano in una crescita ordinata delle società.

87 - Un asino volante
Nel 1826 una compagnia di girovaghi pose le tende accanto a palazzo Madama pubblicizzando un evento straordinario: avrebbero fatto volare un asino.
Lo spettacolo, fissato per l’ultima domenica di maggio, riempì la piazza di curiosi. Prima di iniziare i saltimbanchi raccolsero la “buona grazia” l’obolo degli spettatori, quindi messo al sicuro il denaro, comparve l’asino che con una carrucola venne issato fino al tetto dell’edificio dell’albergo della Caccia Reale, da dove era tesa una fune fino all’imbocco di via Doragrossa. Il povero animale terrorizzato ragliava e si dimenava al punto che l’imbragatura si ruppe e il malcapitato rovinò a terra tra le proteste del pubblico.

87 – Torre Littoria
Costruita durante il fascismo nel 1934 dove in precedenza c’era palazzo Martinengo. E’ stato il primo edificio torinese in struttura metallica elettrosaldata dalle Officine Savigliano. I balconi d’angolo, illuminati, davano l’impressione visiva di una fascio littorio. E’ alta 87 metri.

 

 

 

88 – Piero Gobetti
Al n. 60 di via XX Settembre abitò Piero Gobetti. Sull’angolo opposto di via Bertola i suoi genitori avevano una drogheria. Si trasferì poi in via Fabro 6, da dove espatriò costretto dalla persecuzione fascista.

 

 

 

 

 





image-1Via Viotti
Appartiene alla parte più antica di Torino. Originariamente si chiamava Contrada dell'Anello d'Oro prendendo nome da un albergo attivo nella via. Fu in seguito denominata via della Palma, dal nome di una osteria che sull'insegna aveva dipinta una palma.



 

Vedi le immagini di contrada della Palma - ora via Viotti

 

 

 

 


image-189- Teatro Trianon
Costruito, in via Bertola angolo via Viotti, in stile Liberty sul modello dei più fantasiosi palazzi presenti nelle località termali e di villeggiatura. Offriva varie possibilità di svago: caffè-birreria, ristorante, teatro per i concerti, sala da ballo, locale per le aste, gioco del biliardo e della pelota, giardino con fontane e pergolati per gli intrattenimenti estivi. Inaugurato nel 1911, diventa cinema Italia, poi Sabaudo, Umberto, Odeon quindi Astor.

90 - A "La Stampa" i macchinari più moderni al mondo
Il 1° agosto del 1933 il quotidiano La Stampa trasferì la sua sede da piazza Solferino al nuovo palazzo della nuova via Roma utilizzando il “più moderno macchinario al mondo”. Il 15 agosto del 1968 si trasferirà poi in via Marengo dove rimarrà 44 anni. Si sposterà infine all’attuale sede di via Lugano 15.









94 – Il conte coreografo
Anticamente quest’isola ospitava il “Trincotto della veritina” e a metà del 600 il palazzo del conte Filippo d’Agliè, della famiglia San Martino, marchesi di San Germano. Era l’uomo di fiducia e molti dicono anche amante della reggente Cristina di Francia. I francesi lo individuavano come il vero padre di Carlo Emanuele II.
Il conte (morto nel 1667) era anche ballerino e coreografo abilissimo. Mentre il cardinal Maurizio era in visita a Parigi, la regina Anna gli chiese di organizzare uno spettacolo divertente. I cortigiani insinuarono subito che un montagnard (così venivano definiti i Piemontesi a Parigi) non fosse all’altezza. Così il cardinale mandò a chiamarlo, in breve, allestì il balletto “çes Montagnards o gli Habitatori de’ Monti” che ottenne un successo strepitoso e dovette essere replicato più volte.

 

 

 

 

image-1image-194 – Portici della Fiera
Così chiamati perchè, per due secoli vi si festeggiò la Fiera di San Germano. Dopo i d’Agliè il palazzo passò ai San Germano che nel 1685 ottennero il permesso di organizzarla. Edmondo De Amicis passeggiando sotto i portici nelle sere d’inverno (1880) notava: “par d’essere in una galleria d’un palazzo grandissimo, dove i convitati sfilino rispettosamente”. E Guido Gozzano in “Torino d’altri tempi” vedeva nei Portici della Fiera in Piazza Castello una folla immensa capace di recitare il suo passeggio “disposta a coppie come nelle incisioni in rame e nelle stoviglie di Savona”.

image-1Alla fine del 1700 una corte variopinta e schiamazzante di giocolieri, saltimbanchi, prestigiatori, dentisti, cantastorie, orsi e scimmie danzanti diede vita a una fiera permanente che aveva come protagonisti: Gioanin d’j osei il primo burattinaio girovago, Toni ‘d le servente poeta dialettale, Batista che per vendere unguenti miracolosi raccontava i fatti più raccapriccianti, Dolcitto il nano, l’altro nano Bagonghi che perì miseramente nel Po, l’imbonatore arabo Ramlech, e tanti altri che componevano.
Nel 1705 il palazzo ospitò l’ambasciata olandese.

94 – La patria dell’aperitivo
Nel 1786 nella liquoreria Marendazzo (il locale di piazza Castello angolo via Viotti) lavorava come aiutante Antonio Benedetto Carpano (1764-1815) che cercò di ottenere una versione aromatizzata del moscato, utilizzando erbe, spezie e ricette apprese dai frati delle valli del Biellese. Creò così il Vermouth (in Tedesco significa assenzio) che ebbe subito successo al punto che il locale divenne per i 140 anni successivi, uno dei più frequentati della città. Un cesto del prodotto fu donato a Vittorio Amedeo III che lo trovò squisito al punto di disporre la sospensione della produzione del rosolio, fabbricato a corte.
La nascita del Punt e Mes, versione amara del Vermouth, risale al 1870. Un giorno, nella bottega Carpano, un gruppo di agenti di borsa discuteva sull’andamento della giornata. Uno di questi, nell’intento di ottenere un Vermouth corretto con una mezza dose di china, inavvertitamente ordinò un punt e mes.
Tutti risero, ma tale variante al Vermouth Classico ottenne rapidamente un gradimento tale da diventare la specialità che ha reso famosa la casa Carpano nel mondo.
Tra le 18 e le 19 era il momento di maggior affollamento, a volte compariva al bancone anche re Vittorio Emanuele II e con lui molti alti dignitari di corte. Chiuse il 16 gennaio del 1916.

image-1image-194 - Albergo Europa
Aperto nell’aprile del 1827 sulle rovine dell’albergo Reale, poi Bordino, quindi Trombetta e Universo. Ospitò Balzac, Flaubert, Melville, Ruskin, Stendhal, Henry James, il maresciallo Radetzky, Eleonora Duse e Mussolini. Qui Dumas padre incontrò Garibaldi, decidendo di seguirlo nell´Impresa dei Mille, per redigerne le memorie.
Balzac giunse a Torino l’1/8/1836 e si fermò per 11 giorni. Era accompagnato dalla sua amante Carolina Marbouty di Limoges, e per non dare scandalo preferì travestirla da uomo, presentandola come il proprio segretario.
Nel 1860 ospitò Carlo Farini (1812-1886) venuto per portare l’adesione dell’Emilia-Romagna al regno d’Italia e Bettino Ricasoli (1809-1880) giunto dalla Toscana per lo stesso motivo.
Nel 1862 vi morì Carlo di Borbone, principe di Capua, fratello di Ferdinando II re delle due Sicilie.
Sempre all’Hotel Europa avvenne l’incontro tra Edmondo De Amicis e Gabriele D’Annunzio (nel 1902) e quì dormì Mussolini durante la visita del 1923.
Nel 1930 quando venne demolito si scoprì una camera mai usata perchè aveva la porta murata.

94 - Il poeta romano che amava Torino
Negli anni 50 del secolo scorso Filippo Tartufari era il proprietario di un negozio di elettrodomestici in questo isolato, ma la sua vera passione era la posia. Cantò Torino pubblicando: "Torino bella" (le piazze) sonetti in romanesco, edito da Rattero (1953).

94 - Eleonora Duse
La stella del teatro dell’800, Eleonora Duse, era solita alloggiare all’albergo Europa, in piazza Castello. Una delle sue mete preferite era la libreria Beuf (poi Casanova, ora Luxemburg, in piazza Carignano, aperta nel 1872). Un giorno l’attrice si soffermò a carezzare un gatto d’angora sospirando: “Sarei felice di avere un gatto così…”. Francesco Casanova, titolare della libreria, ordinò subito al suo garzone di portare l’animale all’albergo della diva che non se ne separò più.
Il compenso per la Duse (e per il padre), pagato dal teatro Carignano nel 1881, fu di 7.250 lire (circa 26.357 Euro).

 

 

 

94 - Il bar del portiere
Il 23 maggio del 1933 all’angolo tra via Roma e la piazza viene inaugurato il bar Combi, di proprietà di Gianpiero Combi (1902-1956), uno dei più forti portieri della Juventus e del calcio italiano. Poi divenne bar Motta e attualmente negozio di abbigliamento.

image-1In contrada della Palma (via Viotti) il ritrovo dei giacobini
La contrada della Palma anticamente era chiamata contrada dell'Anello d'Oro e poi dei Canestrelli, dal nome di due alberghi che vi sorgevano. Anche il nome della Palma le fu attribuito per la presenza di un albergo con questo nome. Fra questa contrada e quelle del Tea­tro e del Montone, prima dell'apertura della contrada Nuova (via Roma d'oggi), c'era una fila di casucce abbattute per far appunto luogo alla nuova arteria. La contrada della Palma corrisponde circa all'odierna via Viotti, quantunque gli sventramenti e rifacimenti di via Pietro Micca prima e di via Roma poi, le abbiano apportato vari cambiamenti.
Negli ultimi anni del 1700 era qui assai noto il Caffè Marsiglia cenacolo dei giacobini torinesi.

image-195 - Piazza Carignano
Fu creata col secondo ingrandimento della città nel 1663. Si denominò sempre piazza Carignano in quanto si formò con la costruzione dell'omonimo palazzo. Durante il periodo della dominazione francese fu ribattezzata piace de la Bourse, perché la piazza fu sempre convegno della gente d'affari e di commercio, sede della Borsa Merci.
I Principi di Carignano, prima d'aver una sede propria e degna del loro rango, abitarono nel palazzo Madama ed in seguito in un edificio all'inizio della contrada dei Guardinfanti (via Barbaroux d'oggi), a lato dell'albergo Bonne Femme, fabbricato poi demolito con lo sventramento per la formazione di via Pietro Micca.
Nel 1680 il principe di Carignano Emanuele Filiberto il sordo-muto fece innalzare il palazzo detto Carignano su disegni dell'architetto Guarino Guarini. Mentre erano in corso i lavori di costruzione, che durarono fino al 1685, il Principe acquistò dai Gesuiti l'area per formare la piazza antistante il palazzo. Il retro del palazzo si affacciava su un giardino chiuso che ora è la piazza Carlo Alberto e sul fondo c’erano le scuderie (dove ora c’è la Biblioteca Nazionale). Durante il periodo di occupazione francese nel palazzo ebbe sede la Prefettura del Dipartimento del Po.
Salito al trono, Carlo Alberto alienò al Demanio il suo palazzo, che fu destinato ad uffici amministrativi statali. Nel 1848 il grande salone centrale da ballo venne adattato ad aula per la Camera dei Deputati, aula che intatta si conserva tuttora.
La parte più nuova del palazzo prospicente la piazza Carlo Alberto fu cominciata nel 1863 per dare una sede funzionale alla Camera dei Deputati del nuovo regno d'Italia. Il progetto si deve agli architetti G. B. Bollati e G. Ferri. Il trasferimento della capitale a Firenze fece poi cambiare la primitiva destinazione per cui era sorta quest'aggiunta al palazzo originario.
Di fronte al palazzo Carignano vi è il teatro omonimo. Nel 1703 il principe Emanuele Filiberto acquistò da certi fratelli Berlenda il Trincotto Rosso (trincotto era un locale per il gioco del pallone), e fece adattare l'interno per modesti spettacoli e si ebbe cosi il primo teatro di S.A. il principe di Carignano. Seguirono altri lavori di adattamento, ma il locale sempre modesto col passare degli anni peggiorò talmente da rendersi indispensabile una ricostruzione totale, attuata nel 1752, su disegni dell'architetto Benedetto Alfieri per la sala, e dell'architetto G. B. Borra per la facciata. Nel 1786 un incendio distrusse completamente il teatro. Fu subito ricostruito su disegni dell'architetto G. B. Ferrogio. Nel 1885 furono apportate modifiche, specialmente interne dall'architetto P. Carrera.
Ai due lati del teatro, cioè ai numeri due e sei e formanti con esso un solo isolato, sono le due porzioni del palazzo Morelli. La facciata comune al teatro fu nel 1752 eseguita su progetto degli architetti G. B. Borra e F. A. Bellino. Al piano terreno, sulla destra del teatro si apre sulla piazza uno dei più famosi caffè ristoranti ( ora soltanto più ristorante) di Torino: il Caffè Ristorante del Cambio. Il nome derivò al locale dalle operazioni di cambio della moneta che ivi si eseguivano essendo, come si disse, la piazza Catignano centro di affari, di transazioni e borsa delle merci. Il locale frequentato da personalità illustri quali Cavour, d'Azeglio, Gioberti, La Marmora, Rattazzi, Lanza, Sella, ebbe momenti di grande celebrità specie nel periodo risorgimentale. Si conserva memoria del posto ove soleva sedersi il Cavour ed in una lunetta è dipinta una sua pseudo caricatura.
Chiude la piazza a sud-ovest il fianco del palazzo dell'Accademia delleScienze, ala sopraelevata dall'architetto Mazzuchetti nel 1867.
Al centro della piazza è il monumento a Vincenzo Gioberti opera dello scultore G. Albertoni, inaugurato nel 1859.

95 - La casa di Pitigrilli
In via Principe Amedeo 1, nel 1975, morì Dino Segre, conosciuto come “Pitigrilli” autore di grande successo negli anni tra le due guerre mondiali: «un ebreo che per le sue vicende personali non aveva simpatia per gli altri israeliti», entrò nel maggio del 1930 nel libro paga dell’Ovra, la polizia politica fascista, fu assunto quale informatore per la Francia sulle organizzazioni massoniche parigine come la Concentrazione antifascista e Giustizia e Libertà. Durante la guerra viveva in corso Peschiera 28.

 

 

 

 

 

 



image-1image-1image-195 - Teatro Carignano
Aperto al pubblico come spazio per il gioco della palla corda menzionato già nel 1608 come “Trincotto Rosso”, venne occupato dalle truppe durante la guerra civile tra madamisti e principisti. Nel 1703 fu acquistato dal principe Emanuele Filiberto, suo figlio Vittorio Amedeo lo aprì al pubblico nel Carnevale del 1711. Dopo quarant’anni, pericolante, venne ricostruito e inaugurato il 7 luglio 1753.
Tenne a battesimo le prime tragedie di Vittorio Alfieri.
image-1Distrutto da un incendio (1786) e poi ricostruito nel 1787 da G. B. Feroggio, in stile neoclassico. Nel 1798 i Savoia Carignano lo cedettero a privati per l’arrivo dei francesi, ma nel 1815 il giovane Carlo Alberto tornò ad esserne proprietario.
Vi si esibì anche Leopoldo Fregoli con il suo spettacolo di trasformismo nel febbraio del 1898.
Nel 1922 vide l’ultima recita della carriera di Sarah Bernard.
Il 12 dicembre 1953 Totò era tra il pubblico per assistere all’Amleto recitato dal giovane Vittorio Gassman. Alla fine si recò nel camerino per congratularsi, assicurandogli una luminosa carriera.

95 - Paganini non ripete
Nel 1818, dopo un concerto eseguito magistralmente da Niccolò Paganini, il re Carlo Felice chiese la ripetizione del brano, ma il musicista rispose con la celebre fras:e "Paganini non ripete". Il sovranosi offese e fece annullare il concerto successivo. Il musicistà raccontò il fatto scrivendo all’amico Germi “La mia costellazione in questo cielo è contraria. Per non aver potuto replicare a richiesta le variazioni della seconda Accademia, il Governatore ha creduto bene sospendermi la terza…” (25 febbraio 1818)
“In questo regno, il mio violino spero di non farlo più sentire” (11 marzo 1818)
Non sarà così infatti Paganini nel giugno 1837, regnante Carlo Alberto, eseguì due concerti per violino a “beneficio dei poveri” . Il ricavato delle due serate (di 9.885 lire) venne distribuito tra i parroci della città per ordine del re, destinato alle famiglie bisognose.

95 – Il vicolo del peccato
Il vicoletto dietro al teatro, dalla parte di via Cesare Battisti, ora chiuso da un cancello, agli inizi dell’800 era un sito malfamato dove le prostitute si appartavano con i clienti adescati all’uscita del teatro.

image-1image-195 - Ristorante del Cambio
Aperto nel 1770 era anche stazione della diligenza per Parigi e si effettuava pure servizio di cambio della valuta.
Era il preferito da Cavour che aveva un tavolo riservato che gli consentiva di tenere d’occhio la finestra del palazzo Carignano, sede del parlamento, da cui il suo segretario gli faceva un cenno, in caso di situazioni particolari in aula.



95 - Il caffè di Casanova
Giacomo Casanova, che a Torino assunse il nome di barone di Seingalt, frequentava abitualmente i caffè del Cambio e del Commercio (in contrada Doragrossa (Garibaldi) 4. Dove era solito leggere i giornali.
Al Cambio conobbe l'amante dell'anziano conte di Saint-Gilles e l'avventuriero veneziano racconta che la fanciulla «era più interessata alla borsa che alla persona del suo vecchione».
Casanova visitò la città sette volte: la prima solo per un breve cambio di posta mentre si recava in Francia, poi, tra il maggio e il giugno del 1750, in occasione delle nozze tra l’erede al trono Vittorio Amedeo di Savoia e Maria Antonia di Spagna. Grazie ai festeggiamenti si recò più volte al Teatro Carignano appena costruito.
L’ultima visita risale al 1770, quando si fermò per ben tre mesi. Di Torino apprezzava molto la cucina. Secondo quanto scrive, non vi era luogo in cui si mangiava e si beveva meglio che nella capitale sabauda.
“Tutto bello, i palazzi, le strade, la corte”, anche se non gradisce il gran numero di mendicanti e le ingerenze della polizia. Non manca un suo parere da esperto sulle dame cittadine: “Tutte belle, a cominciare dalle duchesse di Savoia”. Non manca un suo paragone con le parigine: “Tanto belle le sabaude, quanto laide le parigine”.

image-195 – Nasce il pinguino
Nella gelateria Pepino (tuttora esistente), fondata nel 1884 da Domenico Pepino, venne proposto per la prima volta il gelato da passeggio, brevettato nel 1937 col nome di pinguino.




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95 – L’amico del re
In contrada Nuova 17 (via Roma) abitò il marchese Morozzo della Rocca, amico e confidente di Vittorio Emanuele II

 

 

 

 

 


Il premier pazzo
Luigi Carlo Farini, emiliano, patriota, membro della Carbonieria e della Giovane Italia nel 1849 ottenne la cittadinanza piemontese. Nel 1849 deputato liberale, ministro con Massimo D’Azeglio e stretto collaboratore di Cavour. Nel 1859 presidente dell’Emilia della quale gestì l’annessione al Piemonte.Tra il 9 dicembre 1862 e il 24 marzo 1863 fu a capo del Governo anche se la malattia mentale incalzava. Un giorno assalì re Vittorio Emanuele, urlando che bisognava dichiarare guerra alla Russia. Dovette rassegnare le dimissioni. Abitava in stradale del Re (c. Vittorio Emanuele) 18.

 

 

 

 

image-1image-1Piazza Castello

Leggi la monografia su Piazza Castello

 

 

 

 

image-1Dal 1578 ogni 4 maggio c’era l’ostensione della Sindone.


Nel 1612 Carlo Emanuele I donò i portici costruiti per il matrimonio del 1608 ai padroni delle case con l’impegno che avrebbero dovuto costruirci sopra due piani, secondo i disegni del Vitozzi. Chi non voleva adempiere all’ordinanza doveva vendere la proprietà al valore corrente.

image-1Nel 1842 viene aggiunta la cancellata di Pelagio Pelagi fusa nell’officina Colla e Odetti allora in c. S.Maurizio 23.

 



Tornei medievali
La piazza era lo scenario per i tornei medievali. Celebre quello del 1449 che vide in campo il cavaliere siciliano Giovanni di Bonifacio, contro Giovanni de Compey, signore di Torens. Dopo tre giorni d’assalti con mazza, daga e lancia, avrebbero dovuto vedere i due contendenti misurarsi con la spada, ma i giudici stabilirono la fine anticipata assegnando la vittoria a Compey.

La fucilazione dell’untore
Il 3 agosto 1630 un soldato della guardia, Francesco Giugulier, accusato di aver propagato la peste, viene archibugiato dal boia in piazza Castello. La situazione era tremenda, così decisero di sparargli direttamente su una catasta di cadaveri ammucchiati nella piazza, per poi dare fuoco al tutto. I parenti dei morti, però, lo prendono come uno spregio ai loro cari e si accende una disputa. Così, prima dell’esecuzione, viene sgombrata la piazza.

La Giostra
A inizio gennaio nel secolo XVII in piazza Castello si disputava una Giostra, chiamata anche corsa al facchino o corsa all’uomo armato. Veniva predisposto un gigante di legno armato di bastoni, montato su un perno. I cavalieri dovevano centrarlo in mezzo al petto, altrimenti la giostra girava colpendoli col bastone.

Le Gallerie
Nel 1497 fu costruita la galleria che collegava il Castello al palazzo del Vescovo poi abbattuta dai francesi.
La piazza in passato era divisa da due gallerie: la piccola che da palazzo Madama si allungava, a sud, verso palazzo San Germano. Conteneva la collezioni d’armi di Carlo Emanuele I e fu abbattuta nel XVII secolo. La grande eretta da Ascanio Vittozzi nel 1608 sui residui delle antica mura romane metteva in comunicazione le due residenze ducali, il Paradiso (che sarà poi palazzo Reale) e il Castello. Incendiata nel 1667, ricostruita dal Castellamonte era unita a palazzo Madama con il padiglione ad archi demolito poi dai francesi nel 1801. Rimase la parte adibita a Biblioteca e Armeria reale.

La Porta diventa Casaforte
Al tempo dei romani la porta Decumana era collocata nella parte posteriore dell’attuale palazzo Madama. Dopo l’XI secolo venne anche chiamata porta Fibellona perchè era stata occupata da Bellones de Turre e poi dai suoi figli “filii Belloni” da cui derivò il nome Fibellona.
Più tardi se ne impadronì Guglielmo VII che a ridosso della costruzione romana edificò la sua casaforte che ostruì il passaggio dell’antica porta romana. Così si aprì un altro passaggio, verso la strada di Po, difeso da un ponte levatoio.

image-1Palazzo Madama
Dietro l’attuale facciata barocca, verso via Garibaldi, c’era in età romana la porta Decumana e le mura che circondavano la città. Nel XIII secolo accostata alla porta venna costruita una casa fortificata, centro di comando politico e militare. Per consentire il transito da e verso il Po venne aperta la Porta Fibellona, il cui lato occidentale sfruttava le strutture adiacenti all’antica porta romana, inserendosi in una breccia del muro romano (ancora visibile all’interno di Palazzo Madama).
Nel 1381 il palazzo ospitò la contesa tra Genova e Venezia con l’arbitrato del conte Verde.
Ludovico d’Acaja, nel 1408, acquistò dal vescovo il terreno che circondava il castello (per 880 fiorini a rate). Quel prato era sempre stato il campo di battaglia per chi voleva assalire il Castello, così il principe decise di fortificare la zona.

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image-1image-1Il complesso fu trasformato in fortezza e quindi, nei primi anni del Quattrocento, da Ludovico D’Acaja, in un grande castello con altre due torri verso oriente.
Nei sotterranei c’erano le segrete dove nel 1599 troviamo il napoletano Giovanni Marchetti, accusato di diffondere la peste “con empiastri introdotti a mezzo dei domestici”.

All’inizio del 600, generalmente a Carnevale, venivano allestiti per la corte, nella sala grande di palazzo Madama, spettacoli acquatici detti Piscatori. Veniva edificata una piscina in muratura e isolotti galleggianti in legno per musici e spettatori. Alla fine tutto veniva smontato e l’acqua scaricata nel fossato del Castello.
Cadde in disuso nel 1619, sostituita dai balletti acquatici sul Po.


image-1L’edificio assunse un nuovo ruolo nella storia cittadina quando le due Madame reali, Maria Cristina e Giovanna Battista, lo scelsero come dimora. La duchessa prima, reggente per il figlio Carlo Emanuele II, iniziò i lavori che trasformarono l’austera fortezza in uno degli edifici istituzionali più importanti della città. L’originario cortile fu convertito nel grande salone d’entrata dal Castellamonte, che lo coprì con una volta a crociera, ricavando al piano superiore una grande sala.
L’intervento fondamentale fu quello di Filippo Juvarra, che disegnò la sontuosa facciata verso via Garibaldi, addossata al corpo medievale, e lo scenografico scalone a due rampe che si riuniscono al piano nobile.


Durante l’assedio del 1706, il 12 luglio, una cannonata arrivò a circa dieci metri della garitta della sentinella la quale si gettò nel fosso che circondava il palazzo. Il soldato venne punito col carcere per aver abbandonato il suo posto.

image-1Il 20/1/1716 le campane suonano i rintocchi lenti dell’allarme per l’incendio che devasta una delle torri verso via Po anche per la mancanza d’acqua dovuta al gran freddo che aveva gelato la bialera che la portava in città.
Nel 700 all’ultimo piano abitava Benedetto Alfieri con il suo studio d’architetto.
Nel corso del periodo napoleonico il palazzo fu sede del governo provvisorio francese, anche se rischiò di essere demolito per ben due volte perchè individuato simbolo del potere reazionario, come la Bastiglia.

La facciata per ripicca
Nel contesto di una piazza uniforme, spicca la facciata dello Juvarra espressamente imposta da Maria Giovanna, la seconda Madama reale, nel 1718 perchè voleva che superasse in bellezza quella del palazzo reale, dove risiedeva il figlio, Vittorio Amedeo II, che l’aveva privata della reggenza.

Una donna salva il palazzo
Fu una donna a salvare il palazzo una prima volta: Anna De Gregori, che godeva di un forte ascendente sul generale Jourdan lo convinse a non ratificare l’ordine di demolizione emanato dal governo provvisorio. Fu quindi il cavalier Ferdinando Dal Pozzo che presentò un’istanza direttamente a Napoleone (allora primo console) il quale annullò l’approvazione di abbattimento già firmata dal nuovo governatore, il generale Jacques Francois Menou (ritratto qui a fianco) che lo aveva definito “una vecchia baracca”. Napoleone che gli rispose: “Sei tu una vecchia baracca mio caro Menou!”

 

 

 



image-1image-1Il Crottone e la "Madama"
Le prime due compagnie del corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza vennero istituite (una a Torino, l'altra a Genova) l’11 luglio del 1852. Come sede, in città, venne scelto Palazzo Madama. Da questa collocazione derivò l'appellativo di «madama» per la Polizia.
Dal 1852 al 1862 il palazzo ospitò la Questura e, nei sotterranei, il carcere detto “Crottone”.

 

Primo Parlamento Subalpino
L’8 maggio del 1848 il palazzo visse una grande pagina di storia, con l’insediamento del Senato del primo Parlamento Subalpino.

Nel 1861 nel corpo di guardia tentò il suicidio, sparandosi un colpo di carabina, Domenico Cappa, il super poliziotto, per molti anni al servizio diretto di Cavour come guardia del corpo. Si riprese e venne adibito al servizio di protezione della Rosina.Era stato un grande detective: tra il 1865-67 la città era invasa dalle banconote false, al punto che nei negozi accettavano solo più le monete. Cappa risolse il caso con un’irruzione solitaria, a lume di candela, nel covo dei malviventi. Nel 1892 pubblicò le sue memorie.

Dal 1822 palazzo Madama fu sede dell’osservatorio astronomico a cura di Giovanni Plana che dall’Accademia delle Scienze (dove era stato fondato nel 1759) lo trasferì sulla sommità di una delle torri del palazzo. Nel 1912 venne spostato nella sede attuale a Pino.
Dal 1848, fino al ‘8 dicembre 1864, il palazzo ospitò il Senato costituzionale prima del Regno di Sardegna, poi dell’italia unificata. L’aula fu sacrificata per i lavori di restauro generali del 1927. In seguito ospitò fino al 1923, la Corte di Cassazione.

Il 29 marzo del 1849, subito dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto, il nuovo re, Vittorio Emanuele II, giurò fedeltà alla Costituzione in Senato. Mentre saliva le scale di palazzo Madama per recarsi alla cerimonia cadde un rosone dalla volta sfiorando il generale Menabrea che camminava al suo fianco, strappandogli la spallina dell’uniforme. Scampato il pericolo il re si rivolse a Menabrea e in dialetto gli disse: ”Ch’ai fassa nen atension, j ‘na vedroma bin d’aotre!”. (“Non ci faccia caso, ne vedremo ben altre !”)
A fine 800 anche l’architetto Alessandro Antonelli si pronunciò a favore di un eventuale abbattimento che “avrebbe dato risalto, con una spianata erbosa, al palazzo Reale”.
Il palazzo è oggi sede del Museo Civico di Arte Antica.

Il capitano traditore
Nel carcere sito nella torre, nel 1587 fu rinchiuso il capitano Giuseppe Rubato accusato di aver avuto contatti segreti con la Francia per cedere Cuneo, Roccasparviera e Carmagnola. Fu condannato a morte trascinato al patibolo a coda di cavallo e decapitato.

Il futuro premier in prigione
Francesco Crispi, nel 1853, futuro primo ministro per due volte (1887/1891 e 1893/1896) fu imprigionato per circa un mese nelle segrete di palazzo Madama, in quanto coinvolto nelle cospirazioni mazziniane. Qui conobbe Rosalia Montmasson, savoiarda, aiutante stiratrice del carcere che si trasferì con lui in via Vanchiglia 11. Poi lo seguì a Malta dopo l’espulsione dove lo sposò con una cerimonia improvvisata. Più tardi, finita la miseria, Rosalia si diede all’alcol riempiendo la casa di animali, tra cui 12 pavoni che dormivano nella sua stanza. Crispi la lasciò per sposarsi con Lina Barbagallo e venir accusato di bigamia. Venne assolto perchè il vincolo maltese non risultava registrato.
Crispi che non era certo amico dei preti, durante il suo travagliato soggiorno torinese, abitava in via Vanchiglia, era poverissimo e più volte fu aiutato da Don Bosco.

 

 


La palla di mezzogiorno
Fino al 1848 il mezzogiorno e l’Ave Maria della sera venivano scanditi da un drappello di pifferi e tamburi che percorreva via Dora Grossa (Garibaldi).
Nell’800, a mezzogiorno una palla rossa arrivava al culmine di un’asta e allo scoccare esatto dell’ora ricadeva giù. Era uno spettacolo che attirava sempre curiosi, come il cambio della guardia.

Il mitico Unicorno
I Savoia sono sempre stati molto superstiziosi. La tradizione vuole che a palazzo Madama custodissero un corno prelevato dal mitico unicorno. L’amuleto considerato potente portafortuna venne trafugato dal generale francese Carlo Cossé de Brissac e proprio alla sua scomparsa venne imputata la morte prematura del piccolo Francesco Giacinto di Savoia, nel 1638.
Il dono dei milanesi
Il 10 aprile 1858 venne inaugurato il monumento all’Alfiere, donato dai patrioti milanesi, scolpito da Vincenzo Vela che usò come modello Giuseppe Morello , un giovane dell’oratorio di Don Bosco.

Revolverate a Marino
Giovambattista Marino (1569-1625) nel 1608 era in città e con i suoi componimenti adulatori entrò nelle grazie del duca Carlo Emanuele. Nacque così una feroce rivalità col poeta Gaspare Murtola che scrisse accuse in versi di immoralità, sodomia e ateismo. Marino rispose con una composizione che sbeffeggiava il rivale: “della Murtoleide”. Questi se ne ebbe a male al punto di tentare di ucciderlo, lo attese all’imboccatura di via Dora Grossa (Garibaldi) dalla parte di piazza Castello dove gli sparò alcune rivolverate mentre si trovava in compagnia dell’amico Francesco Aurelio Braida. Un proiettile sfiorò il Marino, mentre il Braida venne colpito piuttosto gravemente. Sfuggito all’agguato Marino ottenne l’ambito posto di poeta di corte mentre Murtola incarcerato, fu graziato dopo non molto, per intercessione del nunzio pontificio, e dello stesso rivale. I ripetuti attacchi del Murtola ebbero comunque un effetto: proprio in quel 1609 l’Inquisizione aperse una pratica sul Marino. Nel 1611 fu di nuovo imprigionato con l’accusa di aver scritto componimenti satirici offensivi nei confronti del duca; ottenne poi la libertà e restò in città fino al 1615.

 

 

 

L’albero della Libertà
Nel 1798 in piazza Castello venne innalzato l’Albero della Libertà, simbolo della rivoluzione francese e del nuovo regime instaurato in città dai francesi.

image-1image-1Galileo Ferraris diventa Cavaliere
Il monumento a Galileo Ferraris, situato a fianco di palazzo Madama, è stato spostato nel corso omonimo e sostituito da quello dedicato ai Cavalieri d'Italia .

 



Diciotto Chilometri di portici
I primi portici risalgono al Medioevo, in piazza delle Erbe davanti al Municipio.
Nel 600 diventano componente importante della scenografia cittadina con la costruzione della piazza Castello, iniziando dal tratto compreso tra via Barbaroux e via Palazzo di Città, con progetto di Ascanio Vitozzi, quindi di piazza San Carlo (Amedeo di Castellamonte).
Durante gli assedi furono utilizzati per acquartierare i soldati e come rifugio degli abitanti delle zone più a rischio per le cannonate.
Nel 1756 Benedetto Alfieri riprende e attua il progetto dei nuovi portici sulla piazza Palazzo di Città.
Nell’800 altri spazi porticati si aggiungono a quelli esistenti: piazza Vittorio Emanuele I (ora Piazza Vittorio Veneto) ad opera dell’architetto Frizzi (1823), poi piazza Carlo Felice, G. Lombardi (1830) e Carlo Promis (1850), e infine piazza Statuto ad opera dell’ingegner Bollati (1864).
Con circa 18 chilometri di sviluppo, di cui 12,5 km continui e connessi, lastricati con stili diversi, dalla pietra grigia di via Po al marmo di via Roma, i portici torinesi sono un caso urbanistico, architettonico, estetico e socio-economico unico.
Il tratto di 2 chilometri di portici da palazzo Reale a piazza Vittorio Veneto, fu voluto espressamente da Vittorio Emanuele I per le sue passeggiate. In caso di pioggia, camminando sul lato sinistro della via, interamente coperto anche nelle traverse, i reali non si bagnavano.
Entrando sotto i portici a Porta Nuova si può raggiungere l’altra stazione, Porta Susa, senza mai uscire dai portici. Lo stesso dicasi da piazza Vittorio Veneto.

Carnevale
Ebbe il suo culmine tra il 1860 e il 1870 con feste che avevano il loro centro in piazza Castello.
La Fiera del Vino si teneva in piazza Castello, via Po e parte di piazza Vittorio dove venivano eretti anche quattordici balli a palchetto.
I giovani artisti fondarono un’associazione “Gran Bogo dell’Universo” che con l’”Accademia degli Uccelletti” dava vita a scherzi e trovate divertenti. Veniva anche organizzato uno spettacolo “Le Gianduieidi”.
Ci furono 6 edizioni la prima nel 1868, quindi 1869, 70, 73, 87 e 93. Nel 1886 si tenne in città il congresso delle maschere italiane.

L’Abbazia degli Stolti
Nel Medioevo oltre alla società di arti e mestieri, si crearono anche società di buontemponi. La più famosa fu l’abbazia degli Stolti, guidata da un abate e composta da monaci. Prosperarono anche la Compagni degli Asini, dei Folli, del Malgoverno, tutte particolarmente attive durante Carnevale.
Una delle usanze che contribuivano al finanziamento di questi gruppi era il Diritto di Taglia o di Barriera: chi sposava una forestiera o i vedovi che si risposavano dovevano pagare una gabella (abitualmente non doveva superare l’uno per cento della dote).
Chi si faceva percuotere dalla moglie veniva prelevato, messo a cavalcioni di un asino e portato in giro circondato dai “monaci” (soprattutto studenti) che soprassedevano allo sberleffo solo in cambio di un’adeguata contropartita.

Altra usanza era la Chiabra: chi si sposava in 2° o 3° nozze era messo su un asino per essere sbeffeggiato a meno che pagasse un pegno. Fu vietata nel 1343 ma era talmente radicata che continuò e nel 1699 si dovette emanare un editto specifico per proibirla.

image-1Via Roma
Quella che era contrada Nuova venne ribattezzata con il nome attuale il 29 marzo 1871 come atto significativo con cui si attribuiva il nome della nuova capitale alla strada più importante della città.
Nel 1914 ospitava 4 alberghi (Zecca, Nord, Cavallo Grigio e Verna) e 6 cinema (Ghersi, Vittoria, Borsa, Splendor, Minerva e Galleria Nazionale).

Ricostruzione: 1° tratto dal 18/5/1931 al 28/2/1933.
2° tratto fu aperto il 5/4/1937.
E’ interessante notare la diversa larghezza dei portici: m. 5.80 nel primo tratto, m. 6.40 nel secondo.
Il primo tratto, tra le piazze Castello e San Carlo, rifatto rispettò lo stile settecentesco precedente per saldarsi senza traumi ai palazzi di piazza Castello.
L’altro tronco, fu disegnato dal Marcello Piacentini, l’architetto del fascismo, con uno stile che pur richiamando i canoni del regime, risulta abbastanza neutro.

 

 

image-1Leggi la monografia:
Mario Guarnieri racconta la “vecchia” via Roma all’inizio del ‘900

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte dell’anarchico
L’anarchico Dezzani il 17/5/1915 venne ucciso in via Roma nel corso di una dimostrazione. Secondo la questura venne copito da un proiettile sparato dai dimostranti contro la cavalleria, impiegata per disperdere i dimostranti.


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