Atlante di Torino


Via Roma agli inizi del 900

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Questo ricordo della "vecchia" via Roma è stato rielaborato da un articolo,scritto nel 1969, da Mario Guarnieri (1886-1974) che fu capo cronista alla Gazzetta del Popolo e collaboratore di varie pubblicazione, profondo conoscitore della vita cittadina dei primi anni del ‘900.

La "Vecchia" via Roma com'era alla fine '700: image-1

È con l'Esposizione del 1911 che la fino allora tranquilla vita cittadina riceve uno scossone profondo. Via Roma - centro commerciale ele­gante e frequentatissimo con i suoi attraenti negozi - acquista maggiore movi­mento. Scocca l'ora dell'impresa libica. La Stampa pubblica gli articoli e corri­spondenze di Giuseppe Bevione sulle bellezze e ricchezze della nuova colonia che il go­verno di Giolitti è incitato a conquistare. La Gazzetta del Popolo pubblica invece articoli dell'onorevole Emilio Pinchia contrario all'impresa, ma non hanno alcun effetto.

image-1Gio­vanni Corvetto compone la canzone "Tripoli, bel suoI d'amore ", subito di gran moda.
La cantano anche le stelle dei caffè-concerto avvolte nel tricolore e suscitando entusiasmo.
Quando la guerra alla Turchia è dichiarata, la Confederazione del Lavoro e il Partito Socialista proclamano uno scio­pero generale di protesta che a Torino fallisce completamente.

A salutare i sol­dati che partono per l'Africa c'è una folla enorme che da Via Roma sfocia verso la stazione di Porta Nuova per una grande manifestazione di affetto e di augurio.

 


image-1La città è in pieno cambiamento: si sono sviluppate le industrie e la disoccupazione è quasi scomparsa. Il costo della vita è favorevole. I divertimenti e gli svaghi numerosi. Nella Via Roma, ai due cinematografi Borsa e Odeon; se ne è aggiunto, maestoso e signorile, un terzo - il Ghersi -.
Il prezzo del biglietto d'ingresso - due lire - sembra esagerato e suscita proteste (Venti centesimi era la tariffa dei primi tram a cavalli. Sul tram elettrico, più tardi, per molti anni, , la corsa costava dieci centesimi. Prendendo il biglietto di " corrispondenza.” cioè per due corse, la tariffa era di quindici centesimi).
Tutti i teatri sono aperti: commedie al Carignano, operette al Vittorio Emanuele e al Chiarella, opere al Regio, varietà al Maffei, al Romano, al Miche­lotti. Teatro dialettale al Rossini, drammoni popolari allo Scribe.

image-1Nella galleria Natta, ora San Federico, c'è pure un varietà popolarissimo, affollato sem­pre di soldati e di giovani.
A esibirsi sono cantanti avanti negli anni alle quali si chiede la «mossa» malgrado i loro seni siano cadenti. I vecchi comici sono piuttosto sfiatati, ma provocano lo stesso risate con le barzellette più grasse.
Un pasto nei ristoranti costa poco più di una lira.

Ma nell'agosto del 1914, mentre gran parte dei torinesi sono già in montagna o sulla riviera di ponente ai bagni, scoppia la guerra più grande e più spaventosa. Dalla Francia invasa i treni arrivano a Porta Nuova e scaricano gli emigrati italiani fuggiti ai primi colpi di cannone. Sono presi dal panico e dal­la paura.
Tra gli altri intervistati, uno mi dice che gli avevano proposto di sca­vare trincee. Perché abbia rifiutato me lo dice con una sola parola: «La pelle ».

image-1Scatenatosi da Roma in tutta Italia lo scontro violento tra interventisti e neutralisti, una sera genera una rissa tra le due fazioni anche nella nostra città: in prossimità dell'albergo Ligure le cui sedie sono impugnate come armi.
Interviene la polizia che per la prima volta fa uso di randelli che cadono imparzialmente sulle teste degli uni e degli altri.

Della via Roma del tempo ricordiamo un grande magazzino che può consi-
derarsi precursore dei moderni supermercati. Vendeva «mille articoli».
Il sim­patico proprietario, che cenava una sera da Cesare, un ristorante frequentato da alcuni giornalisti, raccontava come aveva guadagnato le prime lire.
Fatta incetta di bottiglie di profumi vuoti presso i parrucchieri e riempitele di un intruglio puzzolente le aveva spacciate con altri squattrinati come lui a Porta Palazzo, il grande mercato torinese che ha avuto veri sovrani come il re delle banane e il re delle calze. In seguito i suoi affari migliorarono fino a consentirgli di
aprire il grande magazzino.

image-1La malavita locale aveva i suoi centri nei dintorni del Palazzo di Città e in
alcune vie dei vecchi bassifondi.
Si teneva lontana dalla via Roma perché la Que­stura era troppo vicina: la vecchia sede era infatti in piazza San Carlo nell'ex convento delle Carmelitane Scalze attiguo alla Chiesa di Santa Cristina.

I delitti non si consumavano con tanta larghezza come ora. Memorabile
un solo atroce assassinio in un albergo di via Roma. Una mondana - la Rinin fu uccisa barbaramente dal marito, con altri criminali, perché al corrente di un precedente delitto commesso dalla stessa banda.

image-1Per le notizie della cronaca i giornalisti, quando non accorrevano sul posto avvisati dalla Questura centrale o dai Commissariati, si recavano a prendere visione del libro nero sul quale i fatti erano registrati in succinto, alla Polizia giudiziaria, alla Mobile ed alle guardie che stavano in permanenza all'ospedale San Gio­vanni, nell'attuale Via Giolitti.

A fermarsi talvolta negli uffici dei vari funzionari, si poteva fare la conoscenza con i più vari tipi di delinquenti e si assisteva a scene talvolta comiche, talvolta penose.

Uno spettacolo piuttosto triste era dato dalle ragazze cosiddette allegre e dalle anziane veterane del marciapiede, sottoposte a interrogatorio sbrigativo do­po che, cadute nelle retate notturne, avevano trascorso la notte in guardina.
Spettinate, pallide o senza trucco, timide o spavalde, anche le giovani non apparivano certo come delle irresistibili adescatrici di uomini. Quelle che erano al loro primo incontro con la polizia, interrogate sulla loro attività, rispondevano di essere domestiche disoccupate, mentre le recidive si limitavano a ridere e ad alzare le spalle.



image-1Non mancavano a Torino le case chiuse e talune non erano in quella specie di ghetto rappresentato da Via Conte Verde e da Piazza IV marzo. Due di esse, molto frequentate con scandalo della gente onesta che abitava nei pressi, erano in via Principe Amedeo, e un'altra nella via Viotti prossima a Piazza Castello, scomparsa soltanto con la demolizione di Via Roma.
Nondimeno erano abbastanza numerose le peripatetiche che preferivano battere il marciapiede pur senza arrivare come ora al Valentino, in corso Massimo d'Azeglio e nelle vie adiacenti al Corso Vittorio Emanuele. L'opera della polizia nei loro riguardi era allora impotente o poco efficiente come adesso.


image-1Nelle case chiuse, invece, la polizia riusciva spesso a sorprendere dei pre­giudicati e dei sospetti. Una volta vi prese anche un disgraziato che si chiamava Parlamento. Costui era venuto dalla Francia per rivedere il padre ammalato. In attesa della corsa che lo doveva portare al paese, al suo capezzale, aveva avuto l'infelice idea di attenuare il suo dolore cercando l'amore in una casa chiusa. Era privo di documenti e fu trattenuto in attesa di informazioni che ad arri­vare ci misero una quindicina di giorni. Nel frattempo il padre era defunto. Del­l'episodio se ne parlò persino alla Camera dei deputati. Come finì il caso del cittadino Parlamento colpevole soltanto di essere stato pescato in una casa chiusa e rimasto due settimane in carcere? Nell'ilarità del Parlamento.

Caso comico fu quello di un vecchio pregiudicato, venuto dalIa Francia per l'eredità della sorella. Aveva incassato parecchie migliaia di lire ed aveva già rag­giunto la nostra città per ritornare in Francia. Anche lui, in attesa del treno, aveva voluto compiere una visita particolare per festeggiare l'eredità. Portato in questura si scopri che aveva ancora un vecchio conto in sospeso, gli sequestrarono il gruzzolo e lo rimandarono in carcere. Apprendendo che il denaro sarebbe stato incamerato per le spese processuali, il disgraziato si dava pugni in testa gemendo: «Una volpe come me cadere così in trappola». Faceva pena ma anche sorridere.


Un pregiudicato arrestato perché sospetto d'aver scassinata una cassaforte si sforzava di convincere il commissario che egli era soltanto un borsaiolo e gli mostrava le mani perché constatasse che non potevano essere quelle di uno scassinatore.

image-1Più comici erano quasi sempre i casi riguardanti le sorprese di coppie adul­terine. Un marito, emigrato in America, aveva lasciato sola la moglie ad aspet­tarlo. Informato che lo tradiva, si era imbarcato sul primo piroscafo in parten­za e si era precipitato a Torino. Presa una vettura alla stazione si era fatto por­tare all'indirizzo dell'alloggio dove era convinto di trovare la moglie e l'amante.
Ma, mentre era lontano, la moglie aveva cambiato diverse volte abitazione.
Quan­do con la vettura arrivò a quella giusta sali le scale, entrò precipitosamente, nel­la cucina vide la moglie che stava cenando con l'amico e si diede a sparare al­l'impazzata.
Non era riuscito a ferire nessuno ma fu arrestato ugualmente.
Aveva commesso non un delitto d'onore, per il quale sarebbe stato probabilmente assolto, ma un reato per il quale sarebbe stato invece condannato.
Prese la sua av­ventura con rassegnazione, ma riuscì dal carcere a far sorprendere la moglie ed a farla arrestare a sua volta con il complice, mentre a lui, dopo un mese, fu concessa la libertà provvisoria.
Era un galantuomo perché prima di essere, con la stessa vettura, trasportato in Questura si preoccupò di pagare il vetturino che lo aveva scarrozzato tutta la giornata.

Rari erano allora i delitti di sangue, numerosi invece i furti particolarmente di biciclette, frequenti i suicidi. A noi, cronisti, sembrava che i crimini fossero scarsi, ma il capo della polizia giudiziaria ci irrideva quando qualcuno scriveva «la polizia indaga» mostrandoci il mucchio delle pratiche del giorno alle quali si sarebbero aggiunte quelle del giorno dopo.

image-1Nella vecchia via Roma vidi per la prima volta Giovanni Giolitti dopo che aveva abbandonato Roma in seguito alla rabbiosa campagna che lo aveva espo­sto all'odio per il suo atteggiamento durante il periodo della neutralità. La cam­pagna, che poteva finire con un linciaggio, non doveva averlo turbato troppo se, pur essendogli stata tolta la protezione della Polizia, girava senza fretta e con il solito aspetto forte e sereno. Lo rividi immutato ancora tre volte: a Dro­nero quando, per le elezioni del 1919, pronunciò il suo duro discorso contro i responsabili della guerra; a Santa Margherita quando discese dal treno per parte­cipare alla conclusione del trattato di pace con la Jugoslavia e non guardò nep­pure il gruppetto di nazionalisti che manifestavano il loro scontento per le clau­sole del trattato; a Montecitorio in una seduta nella quale, nuovamente presiden­te del Consiglio, rispondeva con fermezza e sobrietà a chi lo accusava di collusione con i fascisti.

image-1Nella vecchia Via Roma vidi ancora passeggiare, una domenica, imperter­rito, con pantofole rosse ai piedi, il romantico e scapigliato giornalista-poeta Er­nesto Ragazzoni, ammirato per tanti anni per i suoi «pezzi» ironici o umori­stici apparsi su La Stampa prima e Il Tempo di Roma poi.

 

 

 

 

 

 

 



image-1image-1Intanto progetti vari preannunciavano la demolizione della vecchia via Ro­ma. Al pubblico fu annunciata un giorno con l'affissione nella stessa via di una striscia : «VIA ROMA SENEVA », scritto tutto attaccato, non «se ne va », forse per una trovata pubblicitaria.

 

 

image-1La nuova via Roma fu inaugurata da un ministro che avevo conosciuto quan­do, tornato dall'America, militava nella organizzazione del sindacalismo rivolu­zionario.
Aveva fatto una bella carriera. Era ministro ma - come accade an­che al tempo nostro - di un dicastero inadatto per lui: quello dell'agricoltura. E inadatto era anche l'incarico di inaugurare una nuova via che con l'agricoltura nulla aveva a che fare. La «rivoluzione fascista» non aveva mutato il vecchio sistema di affidare i dicasteri non alle persone più adatte per le loro capacità tecniche e di mandare all'inaugurazione chiunque fosse disponibile.

Mario Guarnieri

 

 

 



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