Atlante di Torino




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panorama del 1910

 

Panorama oltre il fiume del 1898
col monte dei Cappuccini

 


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Villa AbeggOpera Pia LotteriVilla Gualino Le Sacramentine Malvasium via Ornato

 

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image-1image-1image-1Gran Madre
Lo storico Ludovico Muratori parla di “Iside Magna”, un tempio dedicato a Iside proprio dove oggi c’è la Gran Madre. Costruita tra il 1827 e il 1831 per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I dopo il periodo naoleonico, fu inaugurata alla presenza di Carlo Alberto. Edificata su 1500 pali, per allinearrne il livello con quello di via Po è un’imitazione del Pantheon di Roma. E' l'unico esempio di campanile lontano dalla sua chiesa.

La chiesa è stata realizzata su un terrapieno ed è raggiungibile con l'ampia scalinata, questo per renderla imponente e per annullare il dislivello con piazza Vittorio. Questa parte della città, infatti, è più bassa rispetto a piazza Vittorio e al resto della città (il monte dei Cappuccini è più o meno alla stessa altezza, sul livello del mare, di piazza Rivoli).

image-1Nel giorno di San Giovanni, patrono della città, il sole, esattamente alle 12.00 del solstizio invernale illumina il frontale superiore della Gran Madre, considerata il “ tempio dell’uomo”.
Ai suoi lati due statue che rappresentano la Fede e la Religione. La leggenda esoterica dice che le statue e i loro simboli - un calice innalzato e un triregno papale ai piedi del seggio - indichino dove è nascosto il Sacro Graal, o stiano ad indicare che il sacro cimelio è nascosto proprio sotto la Gran Madre.
Nell'ossario marmoreo riposano i resti di 3.851 caduti della I guerra mondiale, trasferiti nel 1932 dal Cimitero monumentale.

image-1image-1Monumento a Vittorio Emanuele I
Il monumento venne commissionato da Carlo Alberto, nel 1849, a Giuseppe Gaggini che insegnava all’Accademia delle Belle Arti. La statua una volta ultimata venne conservata nei magazzini del palazzo Reale a Genova e dimenticata fino al 1869 quando il nipote dello scultore scrisse al Sindaco proponendogli di utilizzarla. Solo nel 1885 venne collocata davanti alla Gran Madre, ricordo di un sovrano che aveva cercato di ripristinare l’ancient regime dopo il turbine napoleonico.

Cristo si è fermato a Eboli
via Bezzecca 11, negli anni trenta fu dimora di Carlo Levi pittore, antifascista, dal confino scrisse “Cristo si è fermato a Eboli”.

 

 

 

 

 

 



 

image-1Il magistrato ucciso dalla 'ndrangheta
Il magistrato Bruno Caccia il 26 giugno 1983, senza scorta, stava passeggiando col suo cane davanti a casa in via Sommacampagna 15 quando il killer del clan dei calabresi gli scaricò addosso 14 colpi. Quella sera in carcere si fece festa.
Pochi mesi prima della morte rifiutò la carica di Procuratore Generale di Torino (che avrebbe gradito, perchè come disse con un sorriso: diventando vecchio sono diventato ambizioso) per non dispiacere ad un altro aspirante e restare vicino ai suoi sostituti. Gli è stato intitolato il nuovo palazzo di Giustizia in corso Vittorio Emanuele II.

image-1La casa dell'Obelisco - Gaudì a Torino
Venne realizzata tra il 1954 e il 1959 in piazza Crimea 2.
Il progetto di Sergio Jaretti Sodano ed Elio Luzi è caratterizzato dai prospetti curvilinei delle facciate che richiamano i lavori modernisti di Gaudì. Malgrado la continua sinuosità sulle parti esterne dell'edificio , le pareti interne sono tutte rettilinee.


image-1Crimea, l'obelisco per la guerra contro i Russi
L’obelisco progettato da Luigi Belli, nel 1892, ricorda la spedizione della spedizione militare che tra il 1855 e il 1856, al comando del generale Alfonso Lamarmora, partecipò alla guerra di Crimea contro l’impero russo a fianco di Francia, Inghilterra e Turchia.

 

 

image-1La clinica super partes
L'edificio venne edificato, in via Bezzecca 2, come villa padronale tra il 1887 e il 1890, per il banchiere Marsaglia. Acquistato nel 1929 dalla Società Anonima Civile Sanatrix dell’imprenditore Martino Ceratto, venne trasformata in una modernissima Clinica privata. Inaugurata alla fine del 1932 alla presenza del Principe Umberto. Fino alla sua cessione, nel 1953, è sempre stata all’avanguardia per qualità e innovazioni nel settore e, in particolare, per la perizia di alcuni suoi clinici come il professor Achille Mario Dogliotti.  Durante la II Guerra Mondiale, sotto la direzione di Armando Ceratto, primogenito di Martino, legato alla Resistenza piemontese, la clinica offre ospitalità, sotto la tutela dell’Ordine di Malta, a  persone che rischiano la vita per motivi politici e razziali, tra di essi anche Vittorio Valletta. Fino a poco tempo fa era ancora percorribile il rifugio antiaereo sotto i padiglioni. Nel dopoguerra la Clinica ospitò personaggi illustri, lo stesso titolare, Armando Ceratto, sposò la diva cinematografica dei “telefoni bianchi” Caterina Boratto, conosciuta proprio durante il periodo della Resistenza. L’attrice una volta disse: “Quando mi si chiede cosa rammento di Torino, mi vengono in mente sopratutto i terribili anni della guerra. Mio marito era il proprietario della clinica Sanatrix, ai piedi della collina. Un padiglione era stato affidato all’Ordine di Malta con lo scopo di ricoverare nello stesso modo partigiani, tedeschi, seguaci della Repubblica di Salò. Noi si cercava di fare tutto il possibile, di aiutare gli ammalati con spirito umanitario, spesso affrontando il pericolo in prima persona… Quegli anni della guerra mi sono rimasti impressi come qualcosa di indelebile".
Nel 1951 il professor Dogliotti vi operò Fausto Coppi per la frattura della clavicola, dopo una caduta in gara. Pochi mesi dopo vi morì il fratello Serse dopo una tragica caduta vicino al Motovelodromo.


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image-1Monte dei Cappuccini

Presumibilmente qui, intorno all’anno 1000, sorgeva la Fortezza della Rocca Pandolfa, distrutta da Lotario III nel 1136. Negli anni successivi il fortilizio si chiamò Bastiglia dei Maletti e serviva anche come presidio per segnalare eventuali incendi in città.

Durante gli assedi fu punto strategico per cannoneggiare la città. Quando scoppiava un’epidemia diventava un lazzaretto.



image-1image-1La chiesa, dedicata a Santa Maria del Monte, fu teatro di un miracolo, nel giugno del 1640, descritto dal padre Pier Maria da Cambiano: “Le truppe francesi del conte d’Harcourt, arrivarono presso Torino, e rasentando la riva sinistra del Po, se ne impadronirono, nonostante la valida difesa dei nostri, ritiratisi verso il convento dei Cappuccini del Monte.
Ma neppure qui si trovarono al sicuro.
Nel mattino del 12 maggio i francesi diedero due potenti ed energici assalti alle trincee e, sebbene per due volte respinti, al terzo, però, costrinsero i nostri a deporre le armi e a rifugiarsi col popolo, sperando salvezza nel luogo santo, in chiesa".

image-1Ecco il racconto del fatto: “Gli invasori allora entrarono in chiesa, uccisero uomini e donne, giovani e vecchi, borghesi e soldati, e perfino quelli che si erano attaccati ai sacri altari, o che si erano rifugiati fra le braccia dei frati Cappuccini, e domandavano pietà e libera la vita.


Dei religiosi neppure uno fu ferito: tutti però si trovarono col cuore spezzato alla vista di così esecrabile strage. Sparso il sangue, trafugarono gli arredi sacri e saccheggiarono il convento, perché in esso, com’asilo sicuro, era stata posta dai fuggiaschi qualche masserizia. In seguito, nella chiesa stessa (orribile a dirsi) si abbandonarono a brutali atti di libidine. Ma non basta ancora.

Un soldato francese e eretico montò sull’altare e dopo aver sfondato l’uscio del Tabernacolo fece per afferrare la Pisside contenente le sacrosante Particole per farne scempio! Ma Miracolo! Una linea di fuoco uscita dal sacro Ciborio andò a cogliere in pieno petto il sacrilego francese e gli bruciò gli abiti e il viso. Il soldato, spaventato, si gettò a terra urlando e chiedendo perdono a Dio. Subito la chiesa fu riempita di denso fumo e fra il comune stupore e terrore cessò il vandalismo”.

 



image-1image-1Nel 1853 il colle che fino allora era chiamato “Bastia del Monte” venne denominato “Cappuccini” in quanto, dopo una processione a cui partecipò il duca Carlo Emanuele I, venne piantata una croce in legno e il sito divenne dimora dei frati.
Nel 1885 nella zona sottostante il convento venne aperta una birreria che per facilitare l’afflusso dei clienti costruì una funicolare cha partiva da corso Moncalieri, di fronte ai canottieri Esperia. Durante la II guerra mondiale venne demolita.

image-1image-1La cancellata della statua dell’Immacolata è quella che custodiva la grotta di Lourdes, donata dal vescovo di quella località, monsignor Thèas, alla città di Torino, in riconoscimento dei numerosi pellegrinaggi effettuati, organizzati soprattutto dalla FIAT.
E’ la stessa cancellata celebrata da Emile Zolà
Nel giugno del 1937 i lavori sul manto della strada scoprirono centinaia di scheletri, probabilmente vittime delle operazioni militari del XVII secolo.

 

Vedi le immagini dei Cappuccini dal 1669 al 1982 I Cappuccini con i colori dei grandi pittori I Cappuccini oggi


L'incendio dei Cappuccini
Nella notte del 10 dicembre 1699 prese fuoco il deposito della legna dei Cappuccini. Il fuoco si propagò, ben visibile dalla città, per cui accorse personalmente il principe Vittorio Amedeo, accompagnato da un contingente del reggimento della Croce Bianca. Il fuoco, che aveva distrutto la cucina e il dormitorio, oltre al tetto, venne spento solo nella notte successiva.

image-1Festa di San Giacomo
La ricorrenza, nella tradizione, si celebrava all’ombra del Monte dei Cappuccini, nel Borgo Po, sulla riva destra del fiume, di fronte a Piazza Vittorio. Il 25 luglio di ogni anno un grande barcone infiorato, seguito da altre imbarcazioni addobbate a festa, trasportava una tinozza colma di pesci infiocchettati uno per uno. Dopo la benedizione nella chiesa di San Lazzaro, i pesci venivano gettati in acqua e i giovani pescatori si tuffavano dietro ad essi. Il primo che ne prendeva uno con le mani veniva proclamato Re della Festa, che si sarebbe protratta fino a notte inoltrata con musiche, balli e fuochi d’artificio.

 

L’amante di Madama Reale
Filippo d’Agliè (1604-1667) venne seppellito nel giardino del convento dei Cappuccini. Quando il corpo venne ritrovato fu riconosciuto solo per le sue due inseparabili pipe.
Nel 1604 era maresciallo di campo in Francia, capitano delle Corazze della Guardia di S.A., Ministro di Stato, Soprintendente generale delle Finanze, Maresciallo Generale dell’Armata, Gran Maestro della Casa, Cavaliere del Supremo Ordine della SS. Annunziata,. Ma è passato alla storia soprattutto per la storia d’amore con la vedova del Duca Vittorio Amedeo I, Cristina di Francia, prima Madama Reale. Durante la travagliata reggenza di Madama Reale tra il 1637 e il 1648 per il duchino Carlo Emanuele II, Filippo d’Agliè seppe tenere testa allo stesso Cardinale Richelieu che per due anni lo tenne prigioniero nel castello di Vincennes in Francia. Il conte, famoso per le sue squisite doti artistiche, buon musicista, ottimo violoncellista, geniale coreografo, scrisse e diresse innumerevoli balletti per la Corte di Torino, il più famoso dei quali risale al 1650 ed è intitolato Il Tabacco.

 

 

 

Vedi la panoramica dai Cappuccini e il piano schematico del Panorama realizzati nel 1898

image-1Profondo Rosso
In corso Giovanni Lanza 57 un capolavoro ello stile floreale, la villa Scott, realizzata da Pietro Fenoglio nel 1902. Alla morte di Alfonso Scott (che era al vertice della Società Torinese Automobili Rapid), la villa diventò il collegio femminile "Villa Fatima" gestito dalle Suore della Redenzione.
Nel 1975 il regista Dario Argento mandò tutte le occupanti a Rimini per poter girare alcune scene dei "Profondo Rosso".
Ora l'edificio, restaurato, è passato a privati.

image-1Valsalice
Il 26 luglio 1863 alcuni sacerdoti costituiscono un’associazione per promuovere l’istruzione religiosa, morale e civile dei giovani di buona famiglia. Nasce così il collegio di Valsalice con 80 allievi.
La retta mensile è di 90 lire (378 Euro) per gli allievi delle elementari, di 110 lire (462.31 Euro) per le superiori.

 

image-1L'ottagono
Il Centro incontri e casa per ritiro religioso La Salle di strada Santa Margherita 132, è un'opera di riuso di una struttura incompiuta per tempio votivo tardo-ottocentesco (Nell'immagine si vede come doveva essere realizzata la chiesa di S.Giuseppe): il riuso risale al 1974, su progetto dell’architetto Mario Roggero (già preside della facoltà di Architettura) di preesistenza incompiuta (1884) dell’architetto Bertinaria.

image-1Il mago del bisturi
In via Febo (precedentemente in strada Mongredo 158) abitava Achille Mario Dogliotti (Torino, 25 settembre 1897 – Torino, 2 giugno 1966) è stato uno dei pionieri della cardiochirurgia, fondando il Centro di chirurgia cardiaca “Alfred Blalock” e contribuendo a perfezionare l'applicazione del cuore-polmone artificiale per la circolazione extracorporea (fu fra i primi al mondo ad utilizzare questa tecnica), dell'ipotermia controllata e di tecniche cardiochirurgiche originali. Diede anche importanti contributi anche alla trasfusione del sangue, all'anestesia, alla chirurgia addominale e alla cura dei tumori.
Promosse la donazione del sangue, e fu fra i promotori della nascita della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue (FIDAS). È sepolto nel Cimitero Monumentale di Torino.


image-1image-1Villa Gualino
E’ una costruzione ibrida modernista, ubicata in viale Settimio Severo 63, iniziata negli anni '20 dal finanziere Riccardo Gualino.
Per motivi economici e politici la grande villa venne espropriata intorno al 1931 e trasformata dal fascismo nella colonia elioterapica “3 gennaio” (per ricordare il 3 gennaio 1925 quando Mussollini tenne il discorso al Parlamento considerato l’atto costitutivo del fascismo come regime.
Nel dopoguerra venne concesso all'Opera di Don Gnocchi che si occupava dei bambini feriti e mutilati durante la guerra, assumendo appunto il nome di “Mutilatini”. Ora è di proprietà pubblica

image-1image-1image-1Canale Michelotti - Lo Zoo
Era uno dei numerosi corsi d'acqua artificiali che producevano energia meccanica per mulini e industrie torinesi nel corso dell'Ottocento. Ora scomparso, ne rimangono alcune tracce nel tessuto urbano. Successivamente l'area coperta è stata denominata Parco Michelotti e per diversi anni è stata adibita a Zoo.

image-1image-1image-1Il grande fiume
Sul Po fin dal 1624 venivano organizzate “corse nautiche”.
27/6/1891 ospitò la 1° regata Internazionale Europea organizzata da Armida, Cerea, Esperia, Caprera con partecipazione di Francia, Germania, Spagna e Belgio.
Nel tratto sotto il monte dei Cappuccini con una profondità che andava dai 50 cm ai 2 metri, fu eretto un edificio galleggiante nel quale ci si poteva bagnare. Intorno alla vasca c’era una galleria coperta con cabine per cambiarsi. Nel 1869 l’ingresso era 60 centesimi. Più economica l’area delle rive prospicienti l’ex zoo (parco Michellotti) dove veniva calato un recinto protettivo di frasche e palafitte.
Nel 1878 il fiume era molto pescoso e noto per le anguille, ritenute migliori di quelle del lago Maggiore.

Vedi l'approfondimento sulle spiagge

image-1La caserma degli Alpini
La Caserma del Rubatto, come racconta Pietro Baricco nella sua “Torino descritta” del 1869, «… fu edificata da pochi anni sulla riva destra del Po, nel Borgo del Rubatto. Ha belle scuderie e capaci tettoie e una palestra d’equitazione».
Con l’istituzione nel 1872 del Corpo degli Alpini, la Caserma del Rubatto, in corso Moncalieri n. 43, ospita il 3° Reggimento Alpini. Anche dopo la Prima Guerra Mondiale, quando la caserma prende il nome di “Monte Nero”, continua a usare il vecchio nome.
L’8 ottobre del 1922, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, il 3° Alpini ricorda con l’inaugurazione di un monumento i suoi 5.232 caduti in guerra.
Nel 1963, la Caserma del Rubatto viene demolita e al suo posto, negli anni ’70, è costruita la Scuola Media Statale “Ippolito Nievo”, con ingresso in via Mentana 14.

image-1image-1I "Marinaretti" la casa dei Balilla del Mare

La Casa del Marinaretto, costruita in viale Dogali per i "Ballilla del Mare" venne progettata dall'architetto Costantino Costantini (che realizzò anche la casa del Balilla in piazza Bernini, poi diventata sede dell'ISEF) nel 1935 e demolita nel 1961 in seguito ad una delibera del Consiglio Comunale.
Sorgeva in viale Dogali


Il ponte dei tintori
Il ponte vecchio (al fondo di piazza Vittorio), metà in pietra e metà in legno era in appalto ai tintori che abitavano fuori le mura nel borgo delle lavandaie e dei pescatori. Facevano pagare un pedaggio in denaro o in natura. Pare che in mancanza di soldi accettassero anche le preghiere e i baci delle belle popolane.

Salvataggio doloroso
Il 28 luglio 1774 vengono predisposti due corpi di guardia, uno al borgo Po ai piedi del monte dei Cappuccini e l’altro al Borgo del pallone (Dora) per soccorrere gli annegati. Vengono anche fissate ricompense e procedure di soccorso, tra cui: “introdurre fumo di tabacco per foro deretano, col mezzo di una macchina fumatoria, e quando si trovi persona dell’arte si potrà estrargli sangue, e specialmente dalle vene giugulari..”

image-1image-1Il ponte dei Suicidi
Il ponte in ferro denominato “Maria Teresa”, più tardi sostituito da quello in pietra” Umberto I” (al fondo di corso Vittorio Emauele II) aveva la triste prerogativa di essere il preferito dai suicidi. Ci fu anche un doppio tentativo: nel giugno del 1884 il soldato del 5° arrtiglieria, Daniele Panisotto fu salvato da tre barcaioli, ma una volta ripescato si gettò di nuovo nel fiume per essere nuovamente salvato dagli stessi barcaioli che, per sicurezza, lo condussero personalmente all’ospedale.
Su questo ponte si pagava un pedaggio.



image-1image-1Ponte Umberto I
Il 16 settembre 1903 si apre al transito il ponte Umberto I che sostituisce quello denominato "Maria Teresa". Il nuovo ponte venne concluso e inaugurato ufficialmente il 25 maggio 1907. I gruppi statuari vennero posti nel 1911

Vedi le immagini originali della costruzione del ponte



image-1image-1La strage di Pian del Lot
Il 30 marzo 1944, sul ponte Umberto I, in un agguato dei GAP (Gruppi Azione Partigiani) fu ucciso il caporale tedesco Walter Wohlfahrt. Come appresaglia furono fucilati alcuni giovani rastrellati presso la Val di Lanzo e la Val Pellice, reclusi nel carcere "Le Nuove". L'esecuzione avvenne al Pian del Lot in collina, nell'attuale Parco delle Repubbliche Partigiane Piemontesi dove Wohlfahrt prestava servizio in una postazione anti-aerea della Flak.
Secondo il testimone oculare Giovanni "Oscar" Borca, un partigiano catturato, i prigionieri una volta sul posto, con le mani legate, furono portati nei pressi di una fossa dove a gruppi di quattro furono falciati dalle mitragliatrici; alcuni di essi tuttavia erano ancora vivi quando furono ricoperti dalla terra. Borca si salvò perché aveva proprio il compito di ricoprire la fossa comune; al suo rientro in carcere gli fu intimato di restare in silenzio sull'accaduto. I corpi furono riesumati il 27 maggio 1945, a guerra finita. Nella fossa si contarono 27 giovani massacrati, dei quali 7 non identificati; studi recenti degli ultimi anni sono riusciti a dare un nome a 3 di questi cadaveri.
Ogni anno, il 2 aprile, viene celebrata, nei pressi del luogo dell'eccidio, una cerimonia commemorativa delle vittime della strage.

La prima orchestra radiofonica
Al conservatorio aveva studiato il maestro Cinico Angelini che, tra le due guerre, ebbe grande successo. Abitualmente suonava alla sala danze Gay dove si esibivano gli artisti più in voga dell’epoca come Alberto Rabagliati, Pippo Barzizza e il trio Lescano. Il locale era conosciuto col nome della “sala d’ij malmarià” perchè frequentato da sposati in cerca di avventure.
Angelini nel 1930 formò la prima orchestra radiofonica stabile all’americana con fiati, contrabbasso, batteria e pianoforte. Fu il primo a inserire in un’orchestra la figura del cantante e a trasmettere in diretta musica da ballo, proprio dalla sala Gay.

Mulini
Verso Cavoretto i Mulini omonimi e le Molinette (che diedero il nome popolare all’Ospedale che in realtà è intitolato a San Giovanni Battista). A valle del ponte Umberto I c’erano i Mulini della Rocca e vicino alla Madonna del Pilone quelli delle Catene (noti anche per il miracolo).

image-1L’ospedale più grande
La costruzione del San Giovanni Battista, universalmente conosciuto come “Molinette” principale ospedale cittadino, inizia nel 1930 sul progetto di Eugenio Mollino (1873-1953) e Michele Bongioanni. Copre un’area di 139.000 metri quadrati e si articola in 19 padiglioni di altezza variabile tra i due e i quattro piani fuori terra, collegati da gallerie vetrate a due livelli, secondo uno schema funzionale dettato dalle tecniche ospedaliere del tempo. I posti letto previsti sono 1.160. Continue necessità di ampliamento della capienza e l’evoluzione delle funzioni ospedaliere hanno imposto numerose sopraelevazioni e trasformazioni nel corso degli anni.




Giardino zoologico
Il 20 ottobre 1955 viene inaugurato il giardino zoologico al parco Michelotti intitolato ai fratelli Augusto e Guido Molinar titolari di una ditta specializzata nell’importazione di animali esotici. Resterà aperto fino all’1 aprile 1987.

image-1I Tori di Gribaudo
Nel 2007 l’artista torinese Ezio Gribaudo (1929) ha donato alla città l’opera scultorea “Tori”, composta da tre colonne a base rettangolare in corteco sormontate da tre teste di toro in vetroresina che è stata piazzata in largo Moncalvo.


 

 

image-1image-1858 - Ricovero Carlo Alberto
In corso Casale 58 sorgeva il Ricovero di Mendicità, intitolato a Carlo Alberto. Nell'estate del 1943 l'edificio venne bombardato, distrutto e ricostruito alcuni anni dopo come casa di riposo







859 - Una tradizione fiorita
In via Moncalvo 47 dal 1900 operava il floricoltore Gilardi che, nel 1998 è stato sostituito dall'attuale vivaio Sgaravatti.

image-1857 - Figlie dei Militari
Inaugurato nel 188 per ospitare l'Istituto fondato nel 1774 dalla marchesa Del Carretto, precedentemente ubicato in via San Domenico, poi alla Villa della Regina. Nel 1940 fu usato come ospedale militare, poi ospitò la Questura, la Banca d'Italia, quindi fu usato come caserma da alcune formazioni partigiane. Negli anni 50 fu riconvertito per l'attuale uso scolastico.

 


image-1869 - La caserma delle torture
Al numero 22 di via Asti si trova la caserma Alessandro La Marmora, utilizzata dalla Scuola di Applicazione dell’Esercito. Venne costruita nel 1887 col nome di Dogali.
Fino al 1920 ospitò il V reggimento Genio poi il IV reggimento Bersaglieri ciclisti e venne intitolata ad Alessandro La Marmora. Dopo l’8 settembre 1943 ospitò il quartier generale dell’Ufficio politico investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana e trasformata in luogo di detenzione e di tortura per tutti i sospetti di connivenza con la resistenza.

Al comando del colonnello Giovanni Cabras vi operavano alcuni personaggi tra i quali spicca nelle testimonianze e negli atti del processo il maggiore Gastone Serloreti.
Costui faceva parte della polizia politica dal 1931, dopo l’8 settembre venne mandato in via Asti come maggiore della GNR e dirigente dell’Ufficio Politico con il compito di catturare i partigiani e gli aderenti al movimento di liberazione nazionale, denunciarli ai tribunali fascisti, consegnarli alle forze armate tedesche per la fucilazione o la deportazione. Nel 1946 parallelamente al processo ai componenti dell’Upi della Gnr, il giornale “Sempre Avanti!” pubblicò, tra il 21 e il 28 aprile una serie di articoli su via Asti e contro Serloreti e i suoi uomini: “Il lavoro in via Asti è ripartito scientificamente. Vannucchi apparentemente si occupa del lavoro di ufficio che consiste nel compilar le liste di coloro che saranno avviati alla deportazione. Lo assiste l’Azzario che debutta denunciando i suoi compagni della Snia Viscosa, colpevoli di aver organizzato lo sciopero del marzo. Azzario è un vecchio squadrista che ha dei conti da regolare con quelli che gli rinfacciarono la sua faziosità, dopo il 25 luglio. E si vendica da par suo […] è sufficiente sapere che la lista dei designati alla deportazione è stata scritta di suo pugno e lasciata in duplice copia fra le carte di ufficio.

image-1Il Fagnola, il Gaslini, il Fenoglio, sono gli sgherri incaricati dei bassi servizi. Sono essi che interrogano le vittime […] sono gli specialisti della tortura i ‘cinesi’ di Serloreti”.
È probabile che le “liste dei designati alla deportazione” di cui si parla fossero di fatto delle segnalazioni che venivano inoltrate alla Gestapo”.

Via Asti era soprattutto luogo di interrogatori, tortura, detenzione e fucilazione. Ricorda Bruno Mulas: “Le notti di via Asti 25 in una cella, stretti sopra un tavolaccio di quattro metri per tre. Il fiato del vicino alita sul viso come parole che si perdono in un soffio. La testa tra le gambe del compagno, cinque uomini per fila cercano di soffocare le loro pene nel sonno senza riuscirci. L’ultimo fa da cariatide, regge la fila colla schiena contro il muro freddo e duro e veglia finché un compagno pietoso non gli dà il cambio. Nessuno dorme finché torna dall’interrogatorio il compagno. Chissà in che condizioni ritorna! Il giorno che si leva è annunziato da squilli di tromba e rombo di motori. Sono gli “eroi” che partono per la razzia. Più tardi, alle prime luci, incolonnati tra le guardie i prigionieri lasciano il buio della cella per andare all’aria, in cortile. […] Alla luce questa povera umanità scopre la sua miseria. La fiera delle teste rotte, delle labbra tumefatte ha inizio […] Così è la via Asti dell’inverno del 1943” .

image-1Alla liberazione Livio Scaglione comandante partigiano scrisse: “Occupammo la caserma di via Asti nella notte tra il 27 e il 28 aprile e vi trovammo prigionieri morti e altri stremati dalla fame e distrutti dalle torture” restando fortemente impressionato davanti alle sale dei sotterranei a queste adibite.
Serloreti accusato di grave collaborazionismo militare con i tedeschi venne condannato a morte insieme al Fagnola. Tutti gli altri componenti dell’Upi di Torino vennero condannati ad un numero variabile tra gli otto e i venti di anni di reclusione. Sospese dal ricorso le esecuzioni capitali, la Cassazione annullò nel 1947 la sentenza, per la sopraggiunta amnistia. Successivamente Serloreti e Fagnola vennero condannati a otto anni di carcere.

Nel corso del processo tenutosi a Bergamo, particolarmente interessante la testimonianza del prof. Valletta, amministratore delegato della Fiat (vedi ingrandimento articolo di giornale).

Una lapide posta nel 1962 dal Comando della divisione Cremona nel fossato dove avvenivano le fucilazioni recita: “Qui caddero / i valorosi patrioti torinesi / martiri della resistenza / 1943-1945”.



image-1870 - Ciminero nel Malvasium
In quest'isola, già prima dell'anno mille, è segnalata la chiesa dei Santi Bini ed Evasio. Nel 1659 venne ricostruita col nome di S.Maria di Benevasio. Dal 1739 ebbe annesso un piccolo cimitero, usato fino al 1831, dove venivano seppelliti i poveri dell'ospedale di carità.
La zona, conosciuta anticamente come Malvasium, ospitava dal 1333, nell'attuale via Ornato, una cappella dedicata ai Santi Marco e Leonardo. Riedificata nel 1740, venne dismessa nel 1811. Proprio in ricordo di questa cappella, inizialmente la Gran Madre era stata intitolata ai santi Marco e Leonardo.

 

image-1870 - La sposa strangolata
Il 23 settembre 1961, in via Martiri della Libertà 27, Matteo “Nino” Sciretta, in una crisi di gelosia, strangolò la moglie ventenne nel retrobottega della sua bottega di calzolaio. Venne condannato a 20 anni di carcere.


La via del malaffare
Via Ornato e la zona del Malvasium, dall'800 fino alla metà del 900 era molto malfamata, al punto che le guardie del Vicariato avevano grossi problemi ad entrarvi.

876 - Un atelier creativo
In via Asti 17 c’è lo studio di Andrea Bruno (1931), architetto di fama internazionale che tra l’altro ha progettato il “Musée National des arts et métiers” a Parigi, il Museo della Corsica a Corte e la ristrutturazione del castello di Rivoli.
In precedenza era l’atelier dello scultore Edoardo Rubino che realizzò il Faro della Maddalena (1909).

image-1877 - Lo studio futurista
In via Cardinal Maurizio 30 c’era lo studio del pittore Luigi Colombo, in arte Fillia (1904-1936), e dello scultore Mino Rosso (1904-1963), esponenti di spicco del futurismo.

 

 

 






886-887 - Contrabbando
Nella prima metà dell’800, i cantoni di S.Evasio e S.Bino erano sede dei commerci illeciti e del contrabbando della carne, del vino e dell’olio.

image-1Mastroianni a Torino
In via Bezzecca 14, nella villa Berry, c’era lo studio-abitazione dello scultore Umberto Mastroianni (1910 - 1998), zio di Marcello, che si trasferì in città nel 1926 dove affinò il mestiere di scultore nell'atelier di Michele Guerrisi. Qui trovò amici e i compagni di avventura: il pittore Luigi Spazzapan, lo scrittore e pittore Guido Seborga, il musicista Massimo Mila, che avevano con lui un certo fastidio verso l'élite chiusa della città, ma anche la convinzione che nella Torino industriale e casoratiana si combatteva in quel momento, la battaglia per il rinnovamento dell'arte e della cultura italiana. Mastroianni donò alla città la cancellata del teatro Regio, intitolata "Odissea Musicale".



image-1891 - Carrozze
A fine 800 la riva sinistra del fiume, dalla Gran Madre al ponte Umberto I, era occupata dagli stabilimenti della Diatto, nata come fabbrica di carrozze, passò ai vagoni ferroviari vendendoli in tutto il mondo. Nel 1918 si fuse con la Fiat.

 

 

image-1891 - Circolo Eridano
Nasce dalla risistemazione del parco del Valentino attuata su progetto del sindaco Ernesto Bertone di Sambuy, nell'anno 1863.
La primitiva sede fluviale sul Po sorse nel 1868 secondo disegno dell'Ing. Pecco con un'originale forma ottagona a pagoda, ai piedi del castello del Valentino ed affiancato all'approdo dell'altra società di canottieri 'Cerea', anch'essa nata nel 1863.
L'attività del Circolo Eridano si distingueva da quest'ultima società per affiancare, alla pratica remiera, altre attività non solo sportive ma anche conviviali.
Il 6 agosto 1896 il Circolo Eridano veniva rilevato dal Circolo degli Artisti di Torino, che ne potenziava la tradizionale attività di canottaggio e, nello stesso tempo, lo utilizzava come sede di gare di nuoto, di atletica e di bocce, ma soprattutto introduceva l'organizzazione di geniali feste, fra le quali era rituale quella della zattera galleggiante, che ospitava un banchetto di oltre cento persone.
Per l'esposizione universale del 1911 la vecchia sede venne abbattuta, per essere ricostruita sull'altra riva del Po, presso la barriera di Piacenza, l'attuale corso Moncalieri al n. 88

image-1image-1Canottieri Caprera
Il 15 Aprile 1883 viene fondata alla barriera di Piacenza la canottieri Caprera, in omaggio a Garibaldi, con divisa sociale a righe bianche e rosse.
Nel 1884 vengono organizzate per la prima volta le regate internazionali e la Caprera si rivela subito vincente.
Dal Comune si ottiene la cessione di un terreno sulla sponda sinistra del Po, a monte della Canottieri Eridano. La nuova sede sociale è inaugurata nel dicembre 1885.
image-1Crimea una zona militare
Fino alla fine del XIX secolo la zona della Crimea era prevalentemente militare e praticamente senza case. C'era (lo si vede bene nella mappa a fianco ingrandita) un grande Tiro al bersaglio e un poligono (costruito dopo il 1739) per le Regie Scuole di Artiglieria

Caserma Montenero

Dove ora sorge la scuola media Ippolito Nievo (via Mentana 14) c'era la caserma Montenero, già stabilimento militare. Nel 1827 divenne sede del 3° reggimento alpini.

 

 

 




 


image-1892 - Il poligono di artiglieria
Il 16 aprile 1739 vennero create le Regie Scuole teoriche e pratiche di Artiglieria e Fortificazione. Per le esercitazioni sul campo fu realizzato un poligono sulla riva destra del Po, presso il Monte dei Cappuccini.

 



image-1893 - Un suicidio per disperazione
Il piazza Gran Madre 2 nel 1905 c’era un albergo gestito da Teresa Marchisio di 42 anni. Suo marito, Giulio Vallegra, pieno di debiti e dedito al vino, l’assale perchè le firmi una cambiale. Ne scaturisce una lite furibonda, lei torna a casa, in via dei Mille 39, e si suicida gettandosi dal 5° piano.

893 - Il caffè delle Vigne
Nel 1845 venne aperto il caffè delle Vigne, dove oggi c'è il Gran Bar.



893 - La piola preferita da Cesare Pavese - l'Osteria della Vittoria, la più antica della città
Nel giugno del 1968 La Stampa scriveva: La più vecchia osteria di Torino chiuderà i battenti a fine mese. È l'Osteria della Vittoria sorta 200 anni fa nel vetusto edificio di corso Moncalieri 3, presso la Gran Madre. L'attuale proprietario, Eugenio Boltri, che l'ha rilevata nel 1933, racconta: «Allora un "quartino" di quello buono costava 75 centesimi, adesso si paga 60 lire. Non è molto, ma i gusti sono cambiati e i clienti diventano sempre più rari. Più nessuno trova il tempo di fermarsi all'ombra del pergolato per godere il fresco: adesso tutti hanno fretta».
La piòla di corso Moncalieri, cara a Cesare Pavese che vi trascorreva parte delle sue serate invernali davanti ad una tazza di «vin brulé » e ritrovo di « cospiratori» o di «sovversivi» (cosi dicevano i fascisti) ha perso con gli anni lo sua aria vagamente « bohémienne », dove modesti cantastorie inseguivano sulla chitarra le loro ironiche filastrocche. «Fino a qualche anno fa -racconta il Boltri - mia figlia Ginetta suonava la fisarmonica ogni sera. Poi ha dovuto smettere, perché si pagava per i diritti di autore piu di quanto si guadagnava ».
Nel veccbio locale si incontrano oggi soltanto pensionati cbe tra un «to­scano» e l'altro rievocano i ricordi della loro gioventu. In corso Moncalieri le auto sfrecciano veloci fra una babele di rumori, il Po si intravede a mala pena oltre gli alberi intaccati dallo smog. L'anziano oste dice con voce amara: «Tutto è cambiato, il mio mondo è finito. Cosi ho deciso di chiudere. È giunto anche per me il momento di andare in pensione ». Guarda la pergola che sa di antico e di stanco.
Ora l'edificio sarà demolito per far posto ad un ristorante degno della vita moderna e del progresso. Sarà scomparsa un'altra memoria, un angolo simpatico della vecchia Torino.

La zona si chiamava Rubatto
Il vecchio nome che caratterizzava questa zona "Rubatto" deriva da quello della famiglia Rubatti. Nel 1699 l'architetto Rubatti fu incaricato di predisporre la zona tra piazza Castello (l'attuale via Po non c'era ancora) e il fiume.
Il complesso di bassi fabbricati denominati appunto "Rubatto" fu edificato tra il 1860 e il 1885, al posto delle scuderie napoleoniche, dove ora c'è via della Brocca.

Il Convitto delle Vedove Nobili
In via Felicita di Savoia, prosecuzione oltre il corso Giovanni Lanza della via Gioanetti, che dal corso Moncalieri sale, da nord, al Monte dei Cappuccini. La via conduceva a quello che un tempo era detto Regio Convitto delle Vedove Noblli, fondato nel 1785 dalla Principessa Felicita di Savoia.figlia di Carlo Emanuele III e sorella di Carlo Felice. L'edificio fu costruito nel 1787 su progetto dell'architetto Galletti. Il Convitto mutò poi il nome originario in quello più democratico «delle vedove e nubili». Nell'edificio sono conservati molti ricordi, fra i quali un ritratto del duca Emanuele Filiberto in cui è rappresentato con sei dita in una mano, anomalia anatomica che il duca non possedeva. Si dice che in quei tempi alcuni pittori abbiano usato quell'artificio per magnificare la potenza del personaggio raffigurato, ma non è da escludere anche un errore dell'artista.

image-1895 - Il Navigatore
In questa zona le finestre a pian terreno erano munite di inferriate ricurve (“fra”). La zona era abitata soprattutto da gente che, emigrata in America, era tornata in città.
Secondo un’antica usanza il Municipio, quando decideva di urbanizzare una nuova zona, appaltava i terreni tra gli aspiranti in base al “tiro di una pietra”.
Più il sasso veniva gettato lontano, più terreno si aggiudicava il lanciatore (impegnandosi a costruirvi delle case). Da questa usanza deriva, probabilmente, l’espressione “tirè ‘l roch”.
Così i costruttori erano soliti esercitarsi nel tempo libero lanciando pietre da una sponda all’altra del Po.
Uno di loro, Enrico Navone 1859-1937, futuro commendatore, all’epoca semplice muratore, era particolarmente bravo lanciando da una sponda all’altra prospiciente corso San Maurizio. Riuscì così ad aggiudicarsi molti appalti e a costruire diverse delle casette della zona dietro la Gran Madre.
Nuotatore espertissimo si tuffava dal ponte della Gran Madre, operando diversi salvataggi. Ebbe 16 figli e fu soprannominato “il navigatore”, anche perchè firmava le sue costruzioni con l’effige di un veliero.

image-1image-1Il cuore murato
L’Opera pia Lotteri fu fondata nel 1874 dal prete missionario Enrico Lotteri come casa di convalescenza per donne e bambini poveri. Dal 1893 si stabilì nella sede attuale di via Villa della Regina 21 e nel corso degli anni ampliò le sue dimensioni e attività in ambito di accoglienza e servizi ospedalieri. Oggi è un istituto di ricovero e assistenza.
Alla morte del Lotteri (nel 1886) si diffuse la voce che il suo cuore era stato murato nell’istituto, diceria mai confermata fino al 2002 quando durante una ristrutturazione è stato scoperto dentro una struttura metallica. Ora è esposto in una teca dell’Istituto.

 



image-1image-1896 - Un delitto misterioso
L’Ing. Erio Codecà venne ucciso nell’aprile 1952 nei pressi della sua abitazione in via Villa della Regina 24 da un colpo di pistola. L’evento scatenò per anni continue indagini e congetture ciascuna sovvertita dalle successive e tutte regolarmente dissolte nel nulla.
Codecà era un personaggio cardine della Fiat e attorno a lui ruotava buona parte del processo di innovazione e crescita tecnologica.
Un informatore disse che l’esecutore era stato un ex partigiano, Giuseppe Faletto detto Briga che ora vendeva pesce a Porta Palazzo. I carabinieri provarono ad incastrarlo con due infiltrati, riferendosi all’omicidio Codecà, lo contattarono per assassinare il direttore della Fiat Vittore Valletta. Briga parve interessato così venne arrestato. Il 15 ottobre 1958 si conclude in Corte d’Assise d’Appello il processo contro il Faletto, accusato anche di vari omicidi durante la guerra di Liberazione e successivamente (sulla base di una contestatissima registrazione magnetica) dell’assassinio dell’ingegnere Codecà. Mentre viene condannato a 20 anni per i primi reati è assolto per il secondo: l’assassino dell’ingegnere Codecà resterà così irrisolto. Uscendo dal tribunale lanciò una maledizione ai giudici: “Sono malato, ma un giorno uscirò e voi allora sarete già tutti morti!”

image-1Lo scultore dei tori
In via Biamonti 15bis c’è lo studio dello scultore, pittore e grafico Ezio Gribaudo (1929), che ha regalato alla città la scultura “Tori” piazzata in largo Moncalvo.






image-1898 - Villa della Regina
Voluta dal cardinale Maurizio di Savoia alla fine della guerra dei cognati, quando smise l’abito talare per sposare Ludovica figlia tredicenne di Madama Reale.
Ospitò Anna Maria d’Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II, quindi la nuova regina Polissena d’Assia seconda moglie di Carlo Emanuele III.
Divenne poi quartier generale degli spagnoli durante l’assedio.
L’edificio nel 1679 viene ceduto all’Ospedale di carità per adibirlo a convalescenziario, ma i locali non sono adatti.
image-1image-1Nel 1714 Vittorio Amedeo II lo cede di muovo all’Ospedale di Carità che lo usera fino al 1724.
Poi viene venduto alla marchesa di Caluso Gabriella Mesmes de Marolles che la lasciò alle Missioni di San Vincenzo de Paoli.
Viene poi requisita dai francesi di Napoleone che vi sale personalmente a cavallo per una visita nell’aprile del 1805. Viene usata come rifugio delle suore di carità e dei missionari infermi, che vengono sloggiati quando Paolina Buonaparte, moglie del governatore di Torino, decide di trasferirvi le sue scuderie. Tenta anche di allestirvi una piccola corte, che viene però disdegnata dalla nobiltà della città.
Dal 1809 al 1814 diventa ospedale militare, poi venduta a privati e, nel 1828, fa parte della dote della moglie del banchiere Giovanni Nigra, patriota e politico, che negli anni del Risorgimento ospitò numerose riunioni con Cavour, D’Azeglio, Cialdini, Gioberti, Rattazzi e molti altri protagonististi dell’unità nazionale.

Vedi le foto del parco della Villa della Regina

Visita virtuale alla Villa della Regina durante la ristrutturazione

image-1Barriera della Villa della Regina
Dopo l’abbattimento, da parte dei francesi, delle mura che proteggevano la città, i nuovi confini cittadini vennero delimitati dalle cinte daziarie, che divisero la città in una zona interna e una esterna.
Le merci che attraversavano questa cinta dovevano pagare una tassa ai caselli di controllo, detti “barriere”.

La prima cinta, stabilita dallo Statuto albertino, fu realizzata nel 1853 e ampliata nel 1912. In un perimetro di 16,5 km, includeva l’area compresa fra la Cittadella, il cimitero (attuale Cimitero Generale) e San Salvario (nota zona di contrabbando, che si voleva debellare). Per lasciare spazio al costante ampliamento della città, la superficie totale misurava in totale 1.700 ettari, oltre quattro volte quella effettivamente urbanizzata all'epoca (circa 400 ettari).

La cinta aveva due caselli di controllo lungo le ferrovie (verso Genova e verso Susa), oltre a quelli di Nizza, Stupinigi, Orbassano, Crocetta, San Paolo, Foro boario, Francia, Martinetto, Lanzo, Milano, Abbadia di Stura, Regio Parco, Vanchiglia, Casale, Villa della Regina (visibile nella foto), Piacenza, Ponte isabella, aree urbane quasi tutte ancor oggi identificabili come quartieri e barriere.

image-1image-1La cinta daziaria
Il muretto che divide in due corso Quintino Sella, dopo piazza Hermada, era stato eretto come parte della vecchia cinta daziaria dell’800. Il muretto era completato da una cancellata per impedire lo scavalcamento. Alcuni tratti collinari sono stati lasciati, togliendo la cancellata in ferro sovrastante al muro, come in corso Giovanni Lanza tra corso Moncalieri e via Crimea, perchè servono anche da terrapieno

image-1La Barriera di Casale
La Società Anonima dei Tramways di Torino, detta comunemente "Belga" alla fine dell’800 aveva due linee che facevano capolinea alla Barriera di Casale (non più esistente, nell’odierna piazza Borromini):
Linea di Borgo Vanchiglia - partiva da Piazza Carlo Felice, procedeva per Via Lagrange, Via Principe Amedeo e Via Vanchiglia e arrivava alla Barriera di Casale. Era lunga circa 3400 metri.
Linea di Porta Susa - partiva dalla Barriera di Casale e arrivava a Piazza San Martino (ora Piazza XVIII Dicembre). Era lunga circa 3700 metri; il prezzo era fissato a 10 centesimi.

image-1image-1Le colonne di palazzo Reale
In via villa della Regina sono state utilizzate alcune delle colonne che erano state predisposte dal Castellamonte nel 1675 per la Galleria che doveva unire il palazzo Reale al teatro Regio. Il passaggio doveva essere elegantissimo, ornato con i marmi più pregiati del Piemonte.
In seguito Vittorio Amedeo decise di destinare quel passaggio alle più sobrie Segreterie di Stato, così le colonne rimasero inutilizzate in un deposito fino al 1850 quando vennero usate per abbellire la strada che portava alla Villa della regina.

image-1Piazza Hermada
Fino al 1989 era una piccola piazza con in mezzo una collinetta alberata. Una tranquilla oasi della Torino fin de siècle. Fino a quando il Comune ha deciso di farne in capolinea della nuova linea 3 della cosiddetta “metropolitana leggera”, un sistema ibrido di trasporto su rotaia in superficie che si avvale parzialmente di corsie riservate. Per farlo anche il vicino corso Gabetti è stato deturpato da un trincerone invalicabile. Ora questi "tram" sono già considerati obsoleti, la lnea 3 cancellata; rimagono solo il capolinea e il trincerone a deturpare la zona.

 

image-1Pont Trombetta
All’imbocco della strada di Val San Martino, nella seconda metà del XIX Secolo si forma la frazione Pont Trombëtta, dal nome del ponticello sul rio San Martino. I primi edifici, a due/tre piani, vengono costruiti lungo il fronte via, fra le attuali via Luisa del Carretto (strada privata Itala Film), piazza Hermada e strada di Val S. Martino.



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image-1Lo scheletro misterioso
Il 14 aprile del 1931 nel corso dei lavori in via Val San Martino 8, decisi dal Comune per abbattere la casa che ostruiva il passaggio fra strada Val San Martino e via Luisa del Carretto, mentre si demolisce un balcone del primo, verso il piccolo cortile, si vedono delle ossa cadere insieme ai calcinacci.


image-1Il commissario Patti, della Sezione Borgo Po, indaga coadiuvato dal medico municipale dottor Andruetto: nelle due mensole del balcone vengono trovate altre ossa e le analisi appurano che si tratta dello scheletro di una giovane donna, murato circa 25 anni prima.
Questo ritrovamento suscita grande scalpore, l’indagine stabilisce che il corpo è stato tagliato in due, poi murato in due diversi punti, utilizzando cavità già esistenti del muro della casa, come due grossi condotti verticali all’interno del muro, fin dalla sua costruzione.
L’assassino, o gli assassini, dopo aver fatto a pezzi il cadavere, hanno gettato le due metà nei condotti dall'apertura superiore, nel solaio, poi li hanno murati. Il processo di decomposizione del cadavere è così avvenuto senza che all’interno della casa si percepissero fetori sospetti.
L’indagine risultò complessa in quanto la casa era stata costruita trentun anni prima, con numerosi cambi di inquilini. Inoltre i vicini non ricordavano nessuna giovane donne che abitasse lì. La vittima quindi doveva arrivare da fuori. Ma da dove?.
L’enigma che resterà insoluto scatenò la fantasia della gente e qualcuno associò il cadavere al furto di pellicce delle sorelle Gori (vedi sotto), avvenuto proprio nella casa dello scheletro nel 1914.

L'astuto commissario si finge ricettatore
L’11 dicembre 1914 all'inizio di via Luisa del Carretto (che allora era denominata via privata Itala Film) avvenne un clamoroso furto di pellicce ai danni delle sorelle Gori (per un controvalore di 63 mila lire, una cifra allora astronomica).
I ladri, però, caddero nella trappola tesa dal commissario di polizia Achille Intaglietta che finse ricettatore disposto a pagarle bene. Così già quattro giorni dopo il furto quasi tutta la banda era in carcere e anche parte della refurtiva, nascosta in corso Quintino Sella 20, recuperata.

image-1Motovelodromo Fausto Coppi
Inaugurato nel 1920 ospitò, oltre alle gare ciclistiche, partite di rugby e di calcio (il Torino vi giocò il campionato 1925-1926. Ospitò anche una partita ufficiale della Nazionale Italiana contro la Cecoslovacchia il 17/01/1926, con risultato 3-1).

Venne anche utilizzato per gare d’atletica e importanti eventi lirici, come l'edizione della Carmen e dell'Aida del 1929.
con i bombardamenti del 1942 subì pesanti danni e venne ricostruito nel 1947. Continuò ad ospitare rugby e ciclismo fino alla metà degli anni ottanta quando venne dichiarato inagibile.
Il 30 settembre 1990 è stato intitolato a Fausto Coppi, nel trentennale della scomparsa del campione.
Nel 1994 l'impianto è stato posto sotto vincolo dalla Sovrintendenza e attualmente ospita, solamente nel campo centrale, manifestazioni culturali e fieristiche.

image-1La caduta fatale di Serse Coppi
Il 29 giugno del 1951, Serse Coppi, fratello di Fausto, mentre  disputa il Giro del Piemonte: cade sui binari del tram, ad un chilometro dal motovelodromo dov’è posto il traguardo; si rialza, sciacquandosi la ferita alla testa con l’acqua della borraccia e conclude regolarmente la corsa, vinta dall’amico Gino Bartali, col quale si congratula sportivamente. D’improvviso però viene colto da dolori violentissimi al capo: tuttavia, i primi sintomi non allarmano particolarmente i medici, che si accorgono della gravità della situazione solamente quando, mezz’ora più tardi, lo sfortunato Serse perde i sensi. Viene trasportato d’urgenza alla clinica Sanatrix, e il chirurgo dispone un’operazione al cranio, tutto inutile,  muore alle 20.32 di quello stesso giorno, tra l’incredulità e la disperazione del fratello.



image-1image-1Il miracolo della Madonna del Pilone
Il 29 aprile del 1644 la quattordicenne Anna Maria Marchini cadde nei vortici del mulino. Mentre la gente cercava di recuperarla la madre pregava davanti a un pilone dove c’era un’immagine della Madonna. Alla donna sembrò di vedere la Vergine muoversi leggera sulle acque turbinose del gorgo.
In quel momento tutti gridarono: “Guarda, un miracolo, Margherita!”. La bambina viva emerse dal fiume.
La regina Maria Cristina di Savoia volle che attorno al pilone sorgesse una chiesa. Ancora oggi quel santuario è chiamato “Madonna del Pilone”.

Vedi le immagini della Madonna del Pilone

 

 

 

 

 

 

 

Traghetto sul Po
7 dicembre 1882 – Viene istituito un traghetto sul Po all’altezza della Madonna del Pilone: il traghetto, che serve agli abitanti di Reaglie e Pino per arrivare più rapidamente a Torino, perderà la sua utilità con la costruzione del ponte di Sassi e scomparirà prima dell’inizio della II guerra mondiale.

image-1La tragedia di Salgari
In corso Casale 205, la casa dove passò gli ultimi anni Emilio Salgari, (1862-1911).
Scrisse ottanta opere (più di 200 considerando anche i racconti) distinte in vari cicli avventurosi, creando personaggi indimenticabili come Sandokan, Yanez De Gomera e il Corsaro Nero. Molti suoi romanzi ebbero grande successo, ma furono soprattutto gli editori a beneficiarne. Salgari fu sempre in difficoltà economica, soprattutto dal 1903, quando la moglie iniziò a dare segni di follia.
Nel 1910 il grave peggioramento della moglie, che nel 1911 viene ricoverata in manicomio. Quell’anno Salgari si tolse la vita per la disperazione facendo harakiri, nel vicino bosco della Val San Martino dove, come un antico Samurai, si aprì lo stomaco con un rasoio. Lasciò una lettera ai figli ed una missiva sarcastica agli editori. Nel 1910 aveva già tentato il suicidio, ma era stato salvato. (Nel 1931 si suiciderà pure Romero, uno dei suoi quattro figli. Anche il più piccolo, Omar, nel 1963, si toglierà la vita buttandosi dal secondo piano del suo alloggio in via principessa Clotilde 31).

 

Le ultime lettere di Emilio Salgari
Ai figli: “Miei cari figli, sono ormai vinto. La pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie: Io spero che I milioni di miei ammiratori che per tanti anni ho divertiti e istruiti provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire (510 Euro), più un credito di 600 lire (2.040 Euro) che incasserete dalla signora Nusshammer. Fatemi seppellire per carità, essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni e onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti, con il cuore disgraziato e sanguinante, il vostro disgraziato padre”.
Ai suoi editori: “A voi, che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una semimiseria ed anche di più, vi chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati, pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”

image-1Franzoj ispiratore di Salgari
In una villetta di San Mauro, vicino all’abitazione di Salgari, abitò e morì Augusto Franzoj, uno degli ultimi avventurieri.
Molti si chiedono come Salgari riuscisse a narrare avventure ambientate nei paesi esotici, senza mai aver viaggiato. Sicuramente i libri furono, per lui, una fonte preziosa e nel febbraio del 1885 Salgari, giovane redattore della “Nuova Arena”, che già aveva pubblicato le prime avventure di Sandokan sulle appendici di quel quotidiano, ebbe modo di incontrare di persona un autentico protagonista di quelle avventure: Augusto Franzoj autore di “Continente Nero”.
Franzoj «Che senza domandare un centesimo al governo, si era spinto più di ogni altro nei lidi africani», tenne una conferenza al Teatro Ristori di Verona per raccontare le sue avventure.
Certo sapeva come affascinare gli ascoltatori: accompagnato dal fido moretto Wolda Mariam, «Giovane Gallas che gli salvò la vita più volte», spesso si spogliava per mostrare il suo torace possente segnato dalle cicatrici dei numerosi duelli, combattuti soprattutto a Torino: ben trenta, di cui cinque in cinque giorni.
image-1Franzoj asseriva che «Certe villanie si liquidano sul prato» e, se non glielo avessero impedito, si sarebbe battuto anche col colonnello Tancredi Saletta dopo che questi gli aveva notificato l'ordine di espulsione dall'Abissinia per una serie di articoli sul "Corriere di Roma" che non erano piaciuti ai comandi militari; quando lo sfidò, lasciandogli la scelta delle armi, il generale con molto spirito, gli avrebbe risposto: «Io scelgo l'arma... dei Carabinieri, e vi rimando in Italia ».
Sempre personaggio, a Torino Franzoj era solito passeggiare col suo fido Mariam, vestito con una livrea con bottoni dorati, brandendo uno scudiscio di pelle d’ippopotamo.
Salgari ammirava Franzoj che sembrava incarnare il carattere fiero e coraggioso dei protagonisti dei suoi romanzi. Lo "zingaro d'Africa" aveva percorso tremila chilometri da solo, , sull'altopiano etiopico, senza bussola e con poche carte. Era riuscito a farsi consegnare dalla regina di Ghera, una sorta di Circe d'Africa, i resti dell’esploratore Giovanni Chiarini, morto durante la prigionia.
Franzoj beveva dove bevevano gli elefanti, masticava corteccia di china contro la malaria, navigava su fiumi dall'acqua più verde delle foreste che attraversavano, si faceva la barba col coltello nella sua tenda tra i leoni. Era un eroe impulsivo e leale. Era insomma l'incarnazione di quei personaggi speciali nei quali Salgari e i suoi lettori amavano proiettarsi e immedesimarsi. Era Sandokan e Yanez, era l'avventura, era tutto ciò che lui e i suoi lettori non erano ma avrebbero voluto essere.
Il 13 aprile 1911, alle 10,30 del mattino, Franzoj si puntò contemporaneamente due pistole alle tempie e fece fuoco. Dodici giorni dopo, poco lontano, Emilio Salgari si tolse la vita come un samurai.
Sulla tomba di Franzoj si legge: «Con le sue azioni e i suoi scritti onorò l’Italia ben meritando l’incondizionato elogio di Giosuè Carducci».

Leggi l'approfondimento su Augusto Franzoj

Gli amanti diabolici
La storia degli amanti diabolici di Torino comincia quasi un anno e mezzo dopo il fatto quando, il 25 ottobre 1973, grazie alle confidenze di uno sbandato, i carabinieri scoprono, sepolto in collina, il cadavere di un uomo ormai saponificato. Si tratta di Fuvio Magliacani rappresentante di commercio, marito da tre anni di una biondina provocante e un po’ irrequieta, Franca Ballerini, madre di una bambina, misteriosamente sparito nella notte del 20 luglio 1972.
A farlo ritrovare è stato il fratello di Paolo Pan, ex ladruncolo e ora trafficante di auto rubate nonchè amante della Ballerini. Al processo cominciato nel marzo 1977 i due amanti cominciano ad accusarsi reciprocamente. Nella storia si sono poi infilati altri due personaggi: uno è il fratello di Paolo, Tarcisio, colui che ha fatto trovare il corpo che ritratta tutte le accuse, fingendosi pazzo. L’altro è Germano la Chioma accusato di complicità nel delitto del cugino, Giovanni La Chioma, un altro trafficante di auto rubate, ammazzato anvhe lui - secondo le accuse di Tarcisio - da Paolo Pan.
Il 2 maggio 1977 arriva per entrambi la condanna all’egastolo, 28 anni a Tarcisio Pan, assolto La Chioma.
Il 3 dicembre 1978 il processo d’Appello ribalta la sentenza precedente: ergastolo per Pan, assolta la Ballerini così come gli altri due imputati. La corte, che ignorerà nuove prove emerse nel corso del processo, crede alla versione della donna. Cassata anche questa sentenza dalla Cassazione, l’assassinio di Fulvio Magliacani, così come il delitto La Chioma, tornano nuovamente in Appello da cui arriva la definitiva conferma: ergastolo per lui, assoluzione per lei. Paolo Pan fu graziato nel 1995, dopo 22 anni di carcere. Divenne scenografo a Cinecittà per poi venir arrestato a Lima per traffico di cocaina, insieme a Luciano De Rossi scappato in Sudamerica per sfuggire alla ‘ndrangheta a cui doveva del denaro.

image-1image-1Cabiria nel Cubo
Dove attualmente c’è il palazzo della Comunicazione, il Cubo, l’edificio di via Luisa del Carretto 58 che ospita la sede dell’agenzia pubblicitaria Armando Testa, la più importante d'Italia, nel 1913 c’erano gli studi dell’Itala Film dove, tra gli altri, si girò Cabiria, il film firmato (ma non scritto) da Gabriele D’Annunzio per un compenso di 80.000 lire (€ 270.000).

Vedi monografia dedicata al Cinema a Torino

Un borgo cinematografico
Oltre allo stabilimento dell'Itala Film, in Borgo Po avevano sede: la Savoia Film (v. Asti angolo v. Cardinal Maurizio), la Eula Film (v. Moncalvo 7), la Navone Film (prima in via Romani 17, poi in v. Bricca, quindi in v. Luisa del Carretto), la Fabbrica Italiana Pellicole - FIP (v. Superga 10) e l'Ardita Film (v. Asti 6)

image-1Superga: voto o scelta
Molti sostengono che l’edificazione della Basilica fu un voto fatto da Vittorio Amedeo II, durante l’assedio del 1706, quando in un sopralluogo condotto con il principe Eugenio, sulla sommità del colle da cui si dominava tutta la zona di guerra, fece la promessa in caso di vittoria finale sui francesi.
Studi più recenti e una lettera di padre Sebastiano Valfrè al duca sembrano confermare che si trattò di una scelta non di un voto. In ogni caso la prima pietra venne posta nel 1717. Costò due milioni e duecentomila lire dell’epoca.
Nel 1799 i giacobini volevano raderla al suolo o, almeno, eliminare le salme dei Savoia, ma il governatore francese Grouchy lo impedì.
Il 4 maggio 1949 l’aereo in arrivo da Lisbona, che trasportava la squadra del Grande Torino, si schiantò contro la parte posteriore dell’edificio. Nell’incidente morirono i giocatori e i tecnici della squadra, i giornalisti al seguito e i membri dell’equipaggio.

L’asse della vita
Con la costruzione della Basilica, Filippo Juvarra (1678 – 1736) completò l’asse Rivoli, piazza Castello, Superga, metafora territoriale delle tre tappe della vita: nascita, comando, riposo eterno.

Il colle abbassato di 40 metri
La sommità del colle non consentiva di realizzare il grandioso progetto dello Juvarra, fu così deciso di abbassare e spianare la vetta di 40 metri. Nel maggio del 1716 iniziarono i lavori di demolizione della vecchia chiesa e l’abbassamento che fu ultimato in un anno. La grande quantità di materiale veniva depositata ai piedi della salita che porta al colle, per cui la località venne chiamata «Sassi» nome con cui ancor oggi è conosciuta.

Vedi alcune immagini della Borgata Sassi

Borgata Rosa
Agli inizi dell'Ottocento, sul lato destro di Corso Casale, la famiglia Rosa aveva impiantato una fornace per la fabbricazione dei mattoni, dal quale si presume che derivi il nome dato alla borgata. Viene, infatti, citato in zona un gruppo di case denominato Tetti Rosa.
Borgata Rosa è nota per il Parco del Meisino situato sul suo territorio su un'area di 450.000 m².

La valle donata
Milone Dondazio, detto “Patono” nel 1104 donò, col fratello Ruggero, dei beni alla chiesa di S.Agnese. Dal suo soprannome originò la denominazione di val Pattonera, nel territorio di Cavoretto.

Villa Genero
Il parco di 39 mila metri quadrati, sito in Strada Santa Margherita 77, è nato dall'accorpamento di due "vigne": vigna Baldissero, dal 1888 della moglie di Felice Genero, e vigna Colla, acquistata dalla famiglia nel 1858. Nel 1933 venne convertito in parco pubblico.

 

Fotografie: Villa Genero

 

image-1La villa degli amanti
Vigna di Madama Reale, in strada comunale San Vito Revigliasco,65), ora meglio conosciuta come villa Abegg.
Originariamente era un modesto villino del conte Ludovico Thesauro. Nel 1622 venne acquistata dalla Madama Reale Cristina, moglie di Vittorio Amedeo I che fra il 1648 ed il 1653 fece erigere su suo progetto un palazzo costituito da un corpo centrale e due ali laterali, con uno splendido parco con giardino. Alla progettazione della decorazione aveva collaborato anche il favorito di Cristina, conte Filippo San Martino di Agliè. Cristina lo elesse a sua dimora dal 1653 fino alla sua morte, avvenuta dieci anni dopo.
La villa divenne residenza delle amanti del figlio, Carlo Emanuele II di Savoia, la marchesa di Cavour Maria Giovanna di Trecesson e Gabriella di Mesmes de Marolles, contessa delle Lanze.
Morto Carlo Emanuele, la sua vedova la seconda Madama reale Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, madre di Vittorio Amedeo II (futuro re di Sicilia e poi re di Sardegna, oltre che duca di Savoia), nel 1679 la vendette all'Ospedale di Carità, dal quale fu riacquistata solo cinque anni dopo dal figlio Vittorio Amedeo.
image-1Vi s'installò la "Contessa di Verrua" (Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes), amante di Vittorio Amedeo, cui aveva dato già due figli illegittimi, che vi rimase fino al 1703, quando venne occupata da un grosso contingente militare.
Palazzo di rappresentanza fino verso il 1707, venne acquistata nuovamente dall'Ospedale di Carità che nel 1724 la vendette ad un certo Buscaglione, segretario della ex amante di Carlo Emanuele II, Gabriella di Mesmes de Marolles, che la rivendette presto ai Missionari della Congregazione di San Vincenzo de' Paoli.
Nel 1797 la villa venne riacquistata da Carlo Emanuele IV ma poco dopo, con l'occupazione francese, la villa venne confiscata e abitata per un paio di anni da Paolina Borghese, sorella di Napoleone Bonaparte e moglie del principe Camillo Borghese, Governatore del Piemonte.
Lasciata da Paolina, la villa si vide amputare le due ali.
Utilizzata come ricovero per feriti delle campagne di Napoleone, con la restaurazione del 1814 la villa tornò di proprietà dei Savoia e Vittorio Emanuele I la vendette alla signora Morelli in Rosso; passò quindi alla famiglia Prever, che la tenne a lungo per poi rivenderla ad altri privati finché, nel 1932, fu acquistata da Werner Abegg, dirigente d'azienda e mecenate di origine svizzera.
Oggi la villa è proprietà del Comune di Torino e vi ha sede l'Archivio storico della Compagnia di San Paolo.



Fotografie: Brume in Borgo Po