Atlante di Torino



 

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Il mostro di via VanchigliaVenchi - Opificio MilitareVenchi - Opificio MilitareVenchi - Opificio MilitareVenchi - Opificio MilitareVenchi - Opificio MilitareIl più grande cinema d'Italia Il più grande cinema d'Italia Le Sacramentine Venchi - Opificio Militare

 

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Il ponte di corso Regina Margherita
La costruzione del vecchio ponte sul Po, posto sul proseguimento del corso Regina Margherita, iniziò nel 1877.
La sua realizzazione venne funestata da un grave incidente: il 5 aprile 1877, alle sette e mezza della sera una piena improvvisa causò l’annegamento di otto operai. La “Gazzetta Piemontese” racconta che 38 braccianti, per raggiungere la riva sinistra, sono saliti su un barcone che, guidato da inesperti, ha sbattuto contro la struttura del ponte facendoli cadere in acqua.
L’opera venne completata nel 1882.
In corrispondenza del ponte venne posta la barriera daziaria detta dell’Eroico, prendendo il nome dal ristorante “All’Eroico Vogherese” aperto fin dal 1852 vicino alla riva del Po. L’eroico in questione era Paolo Sacchi, “furiere polverista” capo degli operai della polveriera di Borgo Dora (attuale Arsenale militare) che, con un atto di eroismo salvò la città da una devastante esplosione il 26 aprile 1852.
Durante la prima metà del Novecento il ponte, largo solo otto metri, risultò ben presto insufficiente per il traffico in costante aumento. I lavori iniziarono nel 1970, con una struttura costituita da due elementi affiancati indipendenti, che consentì di costruire una delle due parti prima della demolizione del vecchio ponte, avvenuta definitivamente nel 1972.

756 - Ospedale Gradenigo.
La prima sede dell’ospedale fu in via Reggio 2, realizzata nel 1899 dal professor Giuseppe Gradenigo (1859-1926)che ne pagò personalmente la costruzione. Nel gennaio 1904 l’ospedale venne trasferito in via Porro 2, dove ancor oggi è situato l’ingresso del pronto soccorso. Nel 1926 venne lasciato in eredità alle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Il 13 luglio 1943 fu distrutto da un bombardamento. Nel 1948 iniziarono i lavori di ricostruzione. Negli anni 1964-1968 l'ampliamento sul corso Regina. Nel settembre 1999 utilizzando l’area dismessa dall’ATM venne aperto il nuovo blocco di quattro piani. Attualmente è sempre di proprietà della Congregazione Figlie della Carità, l’Humanitas Gradenigo è Presidio Sanitario/SSN riconosciuto dalla Regione Piemonte.

Il grande carrozziere
In corso Tortona 12 abbero la prima sede gli Stabilimenti Farina, fondati a Torino nel 1910.
Nel 1930 Battista Farina fonda la Società Carrozzerie Pininfarina, abbandonando il complesso e trasferendo le lavorazioni in borgo San Paolo nella struttura di corso Trapani 107.









Gli Artigianelli
Don Giovanni Cocchi fondò, nel 1840 in borgo Vanchiglia, l’oratorio dell’Angelo Custode, il primo sorto a Torino prima ancora di quello di Don Bosco, e nel 1849 pose le basi dell’Istituto per gli Artigianelli, poi portato a compimento dal Murialdo.

Per quasi 14 anni il collegio non ebbe una sede propria e stabile, finché nel marzo del 1863 ci fu il trasferimento nella sede di corso Palestro 14, costruita per avere laboratori attrezzati per esercitare i ragazzi nel mestiere di fabbro, falegname, tipografo, legatore.

 

 

image-1 Diabolich il mistero irrisolto
Il 25 febbraio 1958 in via Fontanesi 20, in un misero laboratorio di calzolaio che è anche il suo alloggio, Mario Giliberti, viene ucciso con diciotto colpi di un’arma da taglio. Il giorno dopo “La Stampa” riceve una lettera inquietante, firmata Diabolich, nome che ispirò, quattro anni dopo, il fumetto creato dalle sorelle Giussani e il romanzo «Uccidevano di notte» di Bill Skyli. Accanto alla vittima, un bigliettino: «Riuscirete a trovare l’assassino?». Il caso rimase irrisolto.

Dolci e Divise
L'edificio di corso Regina Margherita 16 venne costruito nel 1907 su progetto di Pietro Fenoglio come sede della Venchi S. & C. per produrvi confetti, cioccolato, caramelle e biscotti. Al trasferimento dell’industria dolciaria, sarà destinato a Opificio militare. L’opificio militare fu bombardato il 13 luglio 1943.

 

Leggi la storia della Venchi - Unica - Talmone

image-1Le prime caramelle
Silvano Venchi, nato nel 1878, inizia la sua attività di dolciere a 16 anni e all’età di 20 anni, usa tutti i suoi risparmi per acquistare due calderoni di bronzo per poter sperimentare nel proprio appartamento. Nel 1878 si mette in proprio in via degli Artisti.
La Silvano Venchi & C. cresce velocemente, ampliando clientela e produzione. Nel 1898 si trasferisce in un locale più ampio sempre in Borgo Vanchiglia e, nel 1905, diventa una società anonima, rappresentando una delle maggiori realtà dell’industria dolciaria torinese che comprende altri marchi di grande prestigio: Baratti & Milano, Stratta e Peyrano




image-1Il ladro acrobata
Il 20 dicembre 1948, Gino Bovo, un ladro che si era reso colpevole di un furto nella gioielleria Beglia, in corso Regina Margherita 100, fu il protagonista di una fuga rocambolesca. Sfuggì, in mutande, maglietta e pantofole, ai cinque agenti che si erano recati alle 23 a casa sua per arrestarlo: attraverso la grondaia arrivava sui tetti da dove, con salti spericolati, scompariva perdendo via via i pochi indumenti rimastigli, incurante dei colpi di pistola degli agenti.

 

 

 

 

 

 

789 - Gli azzurri e i rossi
In via Napione, nell’isolato tra via Balbo e via Cavezzale, alla fine dell’800 c’era lo sferisterio del pallone che ispirò De Amicis nello scrivere “Gli azzurri e i rossi” (1897). Più tardi fu trasferito in corso Peschiera, angolo corso Re Umberto.

790 - Il poeta giornalista
In via Sineo 16 morì il poeta e giornalista Francesco Pastonchi (1874-1953). Aderì al Fascismo e fu nominato membro dell’Accademia d’Italia.

 

 

 

 

 

790 - Carrozzeria Garavini
Eusebio Garavini (Forlì 1878 - Torino 1947). Nel 1899 iniziò a lavorare come operaio nelle officine Diatto, poi alla Locati e Torretta e infine, con la qualifica di direttore tecnico, alla carrozzeria Taurus.
Nel 1908 rilevò la carrozzeria Piemonte che nel 1911 venne trasformata nella società G. Diatto-E. Garavini & C. Altri partecipanti all'impresa, con sede in corso Regina Margherita 17, furono G. ed E. Diatto, G. Fissore, F. Tosa e G.B. Ceirano.
La Diatto-Garavini iniziò la sua attività con cinquanta operai, per passare a cento nel 1914. All'inizio della prima guerra mondiale la produzione venne indirizzata verso i veicoli militari e le ambulanze; per sopperire alle crescenti necessità il numero delle maestranze raggiunse le cinquecento unità con lavoro suddiviso in due turni. Nel 1917 i fratelli Diatto si ritirarono dalla società, che l'11 apr. 1918 si trasformò nella s.a.s. E. Garavini & C.
Alla fine della guerra la società si riconvertì alla produzione destinata a usi civili: la FIAT, la Lancia, l'Isotta Fraschini e l'Itala si avvalsero della sua collaborazione per le carrozzerie dei loro veicoli.
Il 7 marzo 1929 l'azienda assunse la denominazione Carrozzeria E. Garavini s.a., ma negli anni successivi, anche per effetto della crisi internazionale, sorsero gravi difficoltà che la condussero nel 1933 al fallimento. Subentrò così una società di gestione dell'azienda, che nel 1935 fu trasformata nella società Stabilimenti Garavini.Durante la seconda guerra mondiale gli impianti lavorarono a pieno ritmo producendo, oltre a veicoli per le forze armate e ad ambulanze, anche slitte a motore per l'ARMIR (corpo di spedizione italiano in Russia). Una parte degli stabilimenti fu però distrutta da bombardamenti aerei nell'ultima fase del conflitto. Alla fine della guerra l'attività produttiva riprese con la realizzazione di veicoli industriali e di ambulanze.
Garavini mantenne fino alla morte, avvenuta a Torino il 6 maggio 1947, la carica di presidente e direttore generale.
Nel 1955 la società, che nel frattempo era diventata Garavini immobiliare, venne posta in liquidazione e cessò definitivamente la sua attività.

Sferisterio Edmondo De Amicis
Chiamato anche "Sferisterio Eda" era in via Napione 21. Le prime partite di pallacorda, nel XVIII secolo, si giocavano nella zona di Porta Palatina. Dalla metà del XIX secolo si spostarono nella mezzaluna della Cittadella, dove oggi sorge la chiesa di Santa Barbara. Nel 1895 venne inaugurato lo Sferisterio di via Napione per i giochi di pallone col bracciale e pallapugno; nel 1920 venne dedicato allo scrittore che ne era appassionato. Nel 1966 chiuse per essere demolito l’anno dopo; al suo posto venne costruito un palazzo.


Le scuderie del grande tenore
Nell'attuale corso Belgio, angolo via Fontanesi, c'erano le scuderie del celebre tenore Francesco Tamagno (1850-1905) nato in Borgo Dora.




797 - L'Ospizio Israelitico
In piazza Santa Giulia 12, in una palazzina ottocentesca, nel 1938 erano ospitati una sessantina di anziani che, nel 1943-44 furono smistsati nei ricoveri municipali di via Como 140 e via Moncrivello 5. Dopo la guerra, fino ai primi anni sessanta, questo fu un centro della vita della comunità ebraica. Al suo posto ora sorge un palazzo moderno.


Il ponte Rossini
Il ponte Rossini, sulla Dora Riparia, fu costruito in cemento armato, a tre campate, nel 1925 dall’impresa Bertelet. La struttura mette in collegamento via Rossini con via Reggio. Le spalle del ponte sono un riuso, appartenevano infatti a un ponte precedente, della fine dell’Ottocento.





801 - Le zuccheriere per il pellicciaio
Le torri Rivella, all’imbocco di corso Regio Parco, ripropongono il tema ottocentesco di imbocco monumentale dei boulevard urbani. SI tratta di due edifici, le cosiddette «zuccheriere». Sono state progettate dal torinese Eugenio Vittorio Ballatore di Rosana (1880-1948), incaricato dal pellicciaio Francesco Rivella della costruzione di due edifici ai margini dei Giardini Reali per trasferirvi il suo famoso atelier internazionale. I due edifici per appartamenti di sei piani fuori terra ciascuno, simili a una prima occhiata, sono in realtà molto diversi.

 

 

 



 

image-1801 - La tragedia della bottiglieria
Il 27 aprile 1956 in Corso Regio Parco 14 all’angolo con Lungo Dora Firenze, Pietro Mattioli, proprietario della bottiglieria allo stesso indirizzo della sua abitazione, sconvolto dalle vicissitudini finanziarie e dall’epilessia, uccise con un colpo di pistola il figlio di 18 anni, per poi suicidarsi






image-1L'omicidio della banda del ponte
Dopo una delle tante risse finite a coltellate che funestavano le domeniche torinesi, il 2 aprile 1871 viene arrestato Domenico Michela. Ha solo 16 anni, è detto il Bòrgno perché cieco di un occhio, lavora come muratore ed è il capo della banda dei 'barabba' del ponte delle Benne, feroci rivali di quelli di Vanchiglia. È accusato dell’omicidio volontario di Pietro Chiarottino (la descrizione completa del fatto è nell'articolo originale della "Gazzetta Piemontese"). Processato nel novembre del 1872, per la sua età, minore degli anni diciotto, Michela è condannato solo alla reclusione per sette anni.

806 – La maestrina della penna rossa
In largo Montebello 38 abitava Eugenia Barruero, la “maestrina della pennna rossa” del libro Cuore.

 

 

 

 

 

 

 



image-1807 – Un delitto passionale
25 luglio 1946 – E’ trovato assassinato a martellate nel suo alloggio al piano terra di via degli Artisti 1 il rag. Romano Pavanato. L’arma del delitto, accuratamente ripulita, è ritrovata soltanto dopo alcuni giorni, nascosta nella stessa casa. Sono stati rubati un orologio d’oro da polso, un anello d’oro con diamante ed alcuni biglietti da mille.
L’uccisore viene presto catturato, si tratta di Pasquale Lucisano, un calabrese che sta prestando il servizio militare. Dichiara di essere stato invitato dal Pavanato il quale, dopo uno spuntino, si era ritirato in camera da letto e cercava di attirarvi Lucisano., ne nacque una violenta discussione: Lucisano aveva afferrato un martello e con questo aveva ucciso il ragioniere. Poi era tornato al suo reparto, la Divisione di fanteria “Cremona”, dove tre giorni dopo venne arrestato..
La Corte d’Assise di Torino, il 18 febbraio 1948, lo condanna a trent’anni di reclusione. La Corte di Cassazione annulla parzialmente questa sentenza e rinvia la causa alla Corte d’Assise, che il 26 maggio 1950, esclude l’aggravante della crudeltà e riduce la pena a ventisei anni, di cui tre condonati.

image-1820 - La fetta di polenta
In via Barolo 9 casa Scaccabarozzi la “Fetta di Polenta” o “Casa di Luna” il curioso edificio costruito dall’Antonelli per scommessa e per rivalsa contro un vicino che non aveva voluto vendergli il suo terreno. Una lapide ricorda il soggiorno di Niccolò Tommaseo che, invece, abitò nell’isolato successivo, sempre costruito dall’Antonelli.
Uno dei terreni che l’Antonelli aveva già acquisito si estendeva su una superficie molto esigua: 27 metri sul lato di via Barolo per 5 sul lato di corso San Maurizio. Su questo triangolo l’architetto seppe realizzare una casa di sei piani. Il palazzo era dotato, per salire ai piani, di una scala a chiocciola che non permetteva il passaggio dei mobili. Per i traslochi era stata posta una carrucola sul balcone dell’ultimo piano.
Nell'edificio abitò Nico Orengo (1944-2009) scrittore, giornalista e poeta.

Vanchiglia come Montmatre
Oltre alla casa dell’Antonelli che vi costruì anche la “Fetta di Polenta” sede degli studi dei pittori Camino, Gastaldi, Righini, Silvestri (di Milano), Umphembach (di Francoforte), Demi (di Firenze) e del cesellatore Magnani il quartiere ospitava i protagonisti non solo torinesi delle arti figurative di metà ottocento: Vincenzo Vela (ticinese), Albertoni, Biscarra, Dini, Simonetta, Augero, Perotti, Gamba e Francesco Gonin. Non per nulla una delle sue vie si chiama ancor oggi degli Artisti.

Il canalone dei Canonici
In Vanchiglia, a inizio 800, c’era il canalone dei Canonici uno scarico a cielo aperto dove confluivano i liquami delle concerie che operavano nel borgo.

image-1821 - Il futuro ministro
Nel 1849 Francesco Crispi (1819-1901) futuro presidente del Consiglio, appena arrivato in città, viveva in una soffitta di Casa Antonelli (corso S.Maurizio) dove cucinava i maccheroni per gli altri esuli meridionali. Passò poi in via Delle Orfane 28 e in via dei Pescatori 7.

 









 

822 - Il mostro di via Vanchiglia
Il 6 gennaio 1857 la città è scossa da una notizia terribile: all’angolo tra via Vanchiglia e via Artisti viene ritrovato il corpo orrendamente martoriato di una bambina di nove anni, Angela Allaria, detta “la figlia del cieco” perché solitamente accompagnava un suonatore di organetto non vedente. La piccola è stat più volte violentata e poi strangolata. Nonostante l’indignazione popolare l’autore del misfatto non verrà mai scoperto.

823 -La dark lady
Luigia Sola Trossarelli, fu la “dark lady” dell’ultima parte dell’Ottocento. Per i giudici che la condannarono, prima a morte e in seguito, con grazia sovrana, al carcere a vita, fu una donna che aveva ordito l’assassinio del suo ex amante. Luigia Sola Trossarelli, che abitava in via Roma 23, fu arrestata e processata per aver dato l’incarico di uccidere un suo ex amante, Francesco Gariglio, in procinto di sposarsi. L’uomo fu assassinato la sera del 24 novembre 1876 sotto casa della fidanzata, in via Artisti 34, da Giacomo Gianotti aiutato da Rodolfo Brambilla Elena Azzario e Maria Cambursano.

Lombroso si occupò della perizia della Trossarelli, sostenendo che si trattava di delinquente abituale, Luigia per lui rappresentava l’amore impuro che “conduce al delitto”.
Stabilì che si trattava di persona la cui “morale è profondamente corrotta; alterna delle pratiche religiose col suicidio e coll’omicidio; e si formula nella mente un Dio complice delle sue idee di vendetta...” . Vanitosa, come tutti i delinquenti abituali, chiedeva se i giornali si occupassero di lei.
Il 26 dicembre 1876 Gianotti venne condannato ai lavori forzati a vita, l’Azzario a 15 anni di lavori forzati, la Cambursano venne assolta Brambilla fu condannato in contumacia alla pena di morte.

Il clown trapezista e patriota
La grande attrazione del circo Sales, sito in corso Regina Margherita, dove ora c’è il deposito dei tram, era il clown trapezista Giuseppe Pinta che si esibiva al trapezio attaccato a un pallone aereostatico. Fervente patriota abbandonava la scena per arruolarsi volontario alle guerre d’indipendenza. Morì pazzo in manicomio.

image-1Ambrosio: il primo stabilimento cinematgrafico in Italia
La Società Anonima Ambrosio, nota poi semplicemente come Ambrosio Film, viene fondata nel 1907 da un gruppo di azionisti tra cui Arturo Ambrosio, Alfredo Gandolfi, Pietro Canonica ed Eugenio Pollone; a partire dal 1909 inizia le produzioni nel teatro di posa di via Catania 30, angolo via Mantova. Nel corso degli anni successivi la società si espande fino ad essere in grado, nel 1911, di fruire di un’area piuttosto estesa tra via Catania, via Mantova e via Modena.
Il grande complesso costruito su via Mantova su progetto di Fenoglio comprende un teatro di posa, i camerini, la sartoria, le sale trucco; il secondo edificio, speculare al primo ma costruito lungo via Modena, ospita uffici. Fu il primo stabilimento cinematografico d'Italia e uno dei primi del mondo. Nonostante il sorgere di altre case cinematografiche a Torino e in altre città italiane, la Ambrosio Film divenne in poco tempo la più grossa casa cinematografica nazionale dell'epoca muta.

Caffè Basaglia
Nel corso della I guerra mondiale lo stabilimento Ambrosio viene riconvertito in opificio militare (costruzione di eliche per aeroplani).
Finita la guerra si tenta di riprendere l’attività, ma nel dicembre del 1924 la Società fallisce.
Nel 1929 terreni e fabbricati vengono venduti alla Società Edifici Civili e Industriali, per passare in seguito più volte di proprietà ospitando studi professionali, centri culturali, locali di spettacolo; il teatro di posa diventa un open space per architetti e grafici.
Nel 2006 viene lanciata un azionariato popolare che frutta quasi duecentomila euro per la ristrutturazione: il 9 gennaio 2008 venne inaugurato il Caffè Basaglia – dallo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980, autore della proposta di legge che regola ancor oggi l’assistenza psichiatrica in Italia). Il locale, centro di animazione sociale e culturale appartenente alla rete dei circoli ARCI, si propone di attuare una saldatura tra coloro che attraversano un disagio psichiatrico e la comunità locale. La struttura ospita un ristorante dove lavorano a turno come aiuto cuochi e camerieri una ventina di pazienti colpiti da malattia psichiatrica, cinquanta volontari, due barman e due cuochi di professione.

image-1image-1Cimitero Monumentale
La costruzione fu deliberata nel 1827 dal Consiglio dei Decurioni (consiglio comunale), in sostituzione del vecchio cimitero di San Pietro in Vincoli. La proposta e il finanziamento dell'opera avvennero su impulso del filantropo Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, che nel 1828, con la donazione di 300 mila lire piemontesi, permise l'acquisto del terreno e l'edificazione del primo nucleo. La prima pietra fu posata dall'allora sindaco Luigi Francesetti di Mezzenile. Il problema più rilevante da affrontare, fu l'infiltrazione d'acqua della vicina Dora Riparia, questione che fu risolta deviando il corso del fiume, e rettificandone il tracciato, sebbene i lavori del progetto del 1889 furono eseguiti soltanto nel 1930.
Con ingresso principale in piazzale Carlo Tancredi Falletti di Barolo (già corso Novara), 135 il Cimitero Monumentale (precedentemente chiamato Generale) per le numerose tombe storiche ed artistiche che si possono visitare. All’interno un tempio crematorio edificato nel 1882, il secondo in Italia dopo quello di Milano (1876) e il Luogo del Ricordo ove possibile la dispersione delle ceneri.
Sempre al Monumentale sono presenti aree di sepoltura riservate alle comunità ebraica ed evangelica, a ordini religiosi e a corpi militari.
Il Monumentale è il più grande cimitero della città, tra i primi in Italia per numero di defunti (oltre 400.000). La parte antica si sviluppa a partire dall'ingresso principale di corso Novara ed è di forma ottagonale, contiene numerose tombe storiche e 12 km di porticati, arricchiti da sculture di pregio artistico. Nel corso degli anni vi sono stati successivi ampliamenti del corpo storico centrale in direzione del parco Colletta.

Lo smemorato di Collegno
10 marzo 1926 un uomo viene arrestato mentre tenta di rubare all’interno del cimitero. Non ricorda il suo nome nè il suo passato così è ricoverato al Manicomio di Collegno. Dopo circa un anno lo sconosciuto aveva riacquistato la salute non la memoria. A Verona furono in molti a riconoscere nella foto pubblicata sul Corriere della Sera il prof. Giulio Canella, in particolare la moglie Giulia. Studioso di filosofia, di lui non si avevano più notizie dal 1916, quando era stato imprigionato dai bulgari sul fronte macedone. Lo smemorato venne consegnato alla famiglia (la signora Giulia e due figli). Una lettera anonima inviata alla Questura di Torino affermava che lo smemorato era invece il tipografo torinese Mario Bruneri, un uomo dalla vita tumultuosa, che avrebbe dovuto ancora scontare qualche anno di carcere per piccoli reati. Furono informati i familiari di Bruneri che confermarono. La Magistratura istruì tre processi: il primo non stabilì nulla, il secondo decretò che l’uomo era Bruneri. Frattanto i giornali avevano dato ampio spazio alla vicenda tanto che l’Italia si divise in due partiti: i bruneriani ed i canelliani. L’ interesse, spesso malevolo e morboso, era alimentato dal fatto che, dopo la sentenza del tribunale, una stimata borghese viveva con un uomo, dal quale ebbe anche altri tre figli, che per lo Stato non era suo marito: uno scandalo incredibile negli anni Venti.


I Canella ricorsero in Cassazione: vennero prodotte numerose testimonianze da entrambe le parti (testimoniò anche padre Agostino Gemelli che però non riconobbe nello sconosciuto il vecchio amico Giulio), ma alla fine il risultato non cambiò. I giudici votarono in sette per Bruneri ed in sette per Canella; decisivo il voto del Presidente: Bruneri! Era il 24 dicembre 1931. Lo smemorato continuò a vivere e a comportarsi da Giulio Canella; la famiglia si trasferì in Brasile, dove viveva il padre della signora Giulia, nel tentativo di sottrarsi alla curiosità della gente. Lo smemorato morì a Rio de Janeiro nel 1941. Il caso ritornò di attualità nel 1970, quando un tribunale ecclesiastico rovesciò la sentenza del tribunale civile: per la Chiesa lo smemorato era Giulio Canella. La signora Giulia tornò così ad essere considerata la moglie legittima del proprio convivente ed i figli nati dalla coppia furono pure dichiarati legittimi.
Nel 1960 vennero pubblicate alcune lettere spedite dal manicomio di Collegno alla famiglia Bruneri (alla madre) dalle quale si comprende che lo smemorato non era tale.

Il serial killer del Regio Parco
Gli omicidi seriali del cosiddetto “Mostro di Torino”, iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Federica Pecoraro, mondana di circa 40 anni. Dal dicembre 1983 al giugno 1986 il killer aveva colpito nove volte, uccidendo altrettante prostitute.
Quando ormai si era diffusa la “psicosi del mostro delle prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco la polizia fermò Giancarlo Giudice, 37 anni, camionista, pregiudicato: nell’auto c’erano due pistole, munizioni e un asciugamano insanguinato. Lo stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, era zuppo di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice aveva ucciso la sua ultima vittima.
Dopo un mese di carcere, l’omicida confessò tutti i delitti: “Ho ammazzato otto donne. Ma erano tutte battone. Le odiavo. Mi richiamavano alla mente la mia matrigna”.
Nel 1989 fu condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a trenta anni di reclusione più tre di casa di cura. E’ rinchiuso in un manicomio criminale.

 

 

 

 


Regio Parco
Un’ordinanza di Emanuele Filiberto del 20 marzo del 1568 ordinò di costruire un parco, l’incarico fu affidato a Ascanio Vitozzi, che lavorò con i consigli del Palladio. L’idea era quella di creare un territorio di caccia tra le residenze di Lucento e Venaria, per restare vicino alla città.
Denominato Viboccone sarà il primo di diversi parchi e residenze ducali che sorgeranno attorno alla capitale. Per la Corte sarà quello più frequentato.
Già per tre quarti circondato dalle acque, avrebbe dovuto trasformarsi in un’isola, mediante l’apertura di un naviglio che avrebbe posto in comunicazione la Dora con la Stura. Il progetto però non fu mai completato. Il grande numero di piante è dovuto a Emanuele Filiberto, che introdusse la bachicoltura: nel 1568 si piantarono 17mila alberi e vi si stabilì un vivaio. Il completamento e la trasformazione da podere modello in dimora di caccia fu opera di Carlo Emanuele I, che ampliò il parco fino a 230 ettari.
Il destino del Viboccone fu segnato dalla morte di Carlo Emanuele I, nel 1630: il palazzo, che come tutte le altre delizie non era mai stato utilizzato come residenza stabile, cessò di essere luogo di svago, rimanendo tenuta agricola. Nel 1643 il palazzo, ormai in disuso, venne definitivamente chiuso.
Quando nel 1713 i Savoia assunsero il titolo di re, il parco vecchio prese l’attributo di Regio. Il graduale declino culminò nel 1706, con la ‘Battaglia di Torino’, durante la quale vennero in parte distrutti parco e Palazzo.

Manifattura Tabacchi
Nel 1758 Carlo Emanuele III, decise di costruire sui ruderi del Viboccone, la regia Fabbrica del Tabacco, con piantagioni e semenzaio, ispirandosi alle imponenti manifatture reali francesi. Nel 1789 il complesso venne ultimato. Oltre ad essere una delle fabbriche più antiche della città, fino alla prima guerra mondiale, fu il più grande complesso industriale. Produceva anche carte da gioco, da bollo e filigrane.
Nel 1913 era più grande della FIAT: vi lavoravano 1728 operaie, 189 operai e 25 impiegati divisi in tre strutture: la regia Fabbrica del Tabacco, la Cartiera e la Chiesa dedicata al beato Amedeo.
Nel 1885 la direzione della Manifattura revocò alla diocesi l’utilizzo della chiesa che nel 1893 fu sconsacrata e adibita a deposito tabacchi.
Il declino della struttura fu inarrestabile e culminò con i gravi danni riportati durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nel 1952 fu completamente abbattuta. Nel 1956 il sito venne adibito a centrale termica.

 

 

 



Agguato al Regio Parco
Il ventenne Costantino Simula, guardia carceraria, il 22 settembre 1920 venne aggredito da un gruppo di "guardie rosse" e ucciso a colpi di rivoltella. Il suo cadavere venne ritrovato la mattina dopo in un sentiero di Corso Regio Parco, a cento metri dal corpo esanime di un altro giovane, Mario Sonzini, ugualmente assassinato.
Il 22 marzo del 1922 i due principali imputati Luigi Monticone e Matteo Avataneo sono condannati a 30 anni, mentre ad altri 9 complici vengono comminate pene minori.
(cliccando sull'immagine a fianco si apre l'articolo su La Stampa del 12/10/1920 che descrive dettagliatamente l'avvenimento).

Quartiere Barca
Situato nella periferia nord est di Torino, il quartiere Barca si trova alla confluenza tra il Po e lo Stura di Lanzo. I due fiumi sono state risorse storiche importanti per gli abitanti, soprattutto per le attività contadine. E l'unione dei due fiumi è l'elemento che dà il nome al borgo: fino al 1884, quando fu costruito il ponte ferroviario Amedeo VIII sulla Stura, l'unico modo per attraversare i fiumi e arrivare a San Mauro e Settimo era appunto una barca.