Atlante di Torino



 

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image-1- Michelin
La Fabbrica Pneumatici Michelin, stabilimento italiano del gruppo francese, venne costruita in via Schina (ora via Livorno) 58 nel 1906. Rimaneggiata nel 1930, danneggiata dai bombardamenti del 1942, fu fino agli anni 50 il più importante centro produttivo italiano di pneumatici. Venne definitivamente abbandonata nel 1997.

 

 

Ospedale alla Michelin
Nel 1915, nell’edificio della Michelin, in via Livorno 55-57 venne aperto l'ospedale territoriale per le cure chirurgiche, operativo per tutto il corso della prima guerra mondiale. Capace di ospitare fino a sessanta feriti, era dotato di tutte le comodità, arieggiato con speciali apparecchi che vi introducevano l'aria filtrata, evitando cosi la necessità di aprire le finestre, munito, unico fra gli ospedali territoriali, di un gabinetto pei raggi X.
In una palazzina di corso Regina Margherita, nei locali della ex-clinica Pinna-Pintor, sotto gli auspici del Consolato di Francia e per sottoscrizione della colonia francese di Torino era stata istituita la casa di convalescenza dell'ospedale Michelin.

image-1- Il Castello di Lucento ospitò la Sindone
Le prime notizie di questa costruzione, ubicata nella zona di Lucento in via Pianezza 123, risalgono al 1335 come “casaforte” con funzioni difensive. La famiglia Beccuti, proprietaria dal 1363, si impegnava, in un atto comunale del 1397, a mantenere costantemente un custode sulla torre come sentinella per la città.
Nel 1574 il duca Emanuele Filiberto di Savoia espropriò i beni della famiglia Beccuti a Lucento, lasciati in eredità ali Gesuiti, applicando lo statuto della città che imponeva agli ordini religiosi di alienare a favore di laici i beni ricevuti in lascito.
Il duca realizzò un parco per la caccia e la struttura divenne una residenza di campagna, una delle mete preferite dal duca con un imponente parco cintato, popolato da animali selvatici. Si tenta anche di introdurre nuove colture, tra cui quella del gelso.
Durante il trasferimento della Santa Sindone da Chambéry a Torinoo, il sacro lino fece tappa nel castello di Lucento dove fu accolto dal duca e da tutta la corte il 5 settembre 1578, e qui rimase sino al 14 settembre quando fu trasportato con grande solennità a Torino nella nuova cappella ducale di San Lorenzo.
image-1Nel 1586 Carlo Emanuele I di Savoia, succeduto ad Emanuele Filiberto cede la proprietà al cognato Filippo d’Este marchese di Lanzo in cambio dei possedimenti e della residenza del Valentino, mantenendo però i privilegi sulle sue acque e sui canali.
Il feudo di Lucento rimane ufficialmente appannaggio degli Este fino al 1654, quando viene donato da Carlo Emanuele II di Savoia alla madre Cristina di Francia, la quale successivamente lo cederà al marchese Federico Tana d’Entracque.
I Savoia godranno comunque dell’usufrutto della tenuta almeno sino al 1619 utilizzandola per le battute di caccia.
image-1Nei primi anni del Settecento nel castello, sul lato verso la Dora, sorge un filatoio di seta. Durante l’assedio del 1706, la chiesa e il castello di Lucento fanno da cerniera fra il fronte nord, a sinistra della Dora Riparia, e il fronte sud-ovest, a destra del fiume, della linea di controvallazione degli assedianti franco-spagnoli. I Francesi ne fanno un punto forte nelle linee d’assedio perché la posizione, su di un ciglio dominante la riva sinistra della Dora Riparia, favoriva il controllo delle comunicazioni con la Francia. Il Castello è anche il luogo dell’ultimo focolaio di resistenza nel corso della battaglia con gli austro-piemontesi il 7 settembre 1706, prima della ritirata degli assedianti.
Grossi lo descrive: «Castello, filatore con quattro cascine attigue…, il filatore è uno dei due primi che si sono fabbricati in Piemonte».

Acquistato nel 1834 dall’Ospedale San Giovanni, nel 1848 divenne sede della tintoria di cotone stampato di Felice Bosio; nel 1879 viene acquistato dalla Città di Torino per adempiere al lascito di Carlo Alfonso Bonafous che voleva si fondasse un istituto per il ricovero e l'educazione di giovani ragazzi che, abbandonati dai parenti, rischiavano una vita di vagabondaggio. Per questo scopo egli lasciò in eredità al Comune la somma di 1.284.805,45 Lire. Il Consiglio comunale, dopo aver vagliato numerose offerte, scelse il podere di Lucento come sede per la colonia agricola, grazie alla sua posizione favorevole, vicino a due bialere sia alla tramvia che lo collegava facilmente alla città, distante solo due chilometri.
Infine, venduto alla Fiat, divenne sede degli uffici della ditta Teksid.

image-1Chiesa delle Stimmate di San Francesco
In una porzione dell'isola 005 - Chiesa delle Stimmate di San Francesco d’Assisi. Corre l’anno 1926. L'attenzione del parroco dell’Immacolata Concezione, don Emilio Feliciano Vacha (11/09/1872 – 06/04/1955), cade su di un cartello apposto su un paletto piantato nel terreno tra via Livorno e via Ceva; su quel cartello è scritto “terra da vendere”. Il parroco sente come urgente la necessità di costruire una chiesa in questa zona in forte crescita demografica; per cui acquista il terreno e, su progetto dell’ingegner Meano, dà inizio ai lavori.
L'ing. Corrado Meano ha scelto un'architettura lineare e solenne, sobria nelle linee e nei toni, moderna nella sua semplicità. Una grande cupola domina la costruzione e riceve slancio dal lanternino che la sovrasta.
L'interno, ampio e severo, quasi spoglio, corrisponde perfettamente alla sobrietà della facciata, rotta appena da lesene e nicchie  e dalle colonne che precedono l'ingresso.
Nella pianta ottagonale si innalzano otto pilastri che segnano il ritmo degli arconi, sovrastati dai quattro matronei e dall'ampia cupola azzurra con relativo cupolino.
All’interno nessun affresco o decorazione riveste le pareti, secondo le disposizioni e la sensibilità di Meano. Solo l'abside accoglie le due statue di Cristo e san Francesco e, al di sopra dell'altare, la croce con Maria e san Giovanni.
La chiesa è ricca di marmi, mentre la balaustra originaria, in marmo rosso di Levanto e cipollino d'Italia, è stata rimossa dopo il Concilio Vaticano II per collocare il tavolo eucaristico più vicino all'assemblea dei fedeli.
Anche i lampadari, che richiamano nella linea misurata le lampade rituali della sinagoga, sono stati disegnati da Meano. Vi sono inoltre due altari laterali intitolati l'uno, a sinistra,  alla Sacra Famiglia, l'altro, a destra, alla Madonna e santi.
La chiesa è consacrata il 4 ottobre 1929 ed intitolata alle Stimmate di San Francesco; la cura dei fedeli viene affidata al nipote del parroco stesso, mons. Emilio Vacha (20/04/1903 – 16/06/1973), che ne diventa anche primo parroco quando la chiesa viene eretta in parrocchia, il 4 ottobre 1936.
Il secondo dopoguerra è segnato dai lavori di riparazione dei danni subiti dalla chiesa, dall'oratorio e dalla casa parrocchiale durante l'incursione aerea dell'autunno 1942 e di ampliamento degli edifici parrocchiali, necessario visto l’aumento della popolazione dovuto alle migrazioni interne. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta vengono inaugurati le aule per il catechismo, il cinema-teatro Umbria, la scuola materna con annesso oratorio.
Dalla fine degli anni Settanta il borgo ha conosciuto la più radicale delle trasformazioni sul piano occupazionale, a seguito della chiusura e del trasferimento dei grossi complessi industriali della zona. Il numero degli abitanti della parrocchia inizia a calare sensibilmente.
Negli ultimi anni si assiste a un’ulteriore trasformazione del tessuto sociale ed economico di questa zona, diversificata rispetto alla produttività del passato con lo sviluppo della Spina 3 e la creazione dell'animato Parco Dora.

image-1013 - Qui si costruivano i fucili
La Regia Fabbrica d’Armi, costruita nel 1715 su progetto di Antonio Bertola, situata nell’area tra corso Rosai e via Ceva. Venne dismessa nel 1906.
La fabbrica, che produceva armi leggere, rappresentava uno dei più grossi stabilimenti industriali della città sia per il volume della produzione – nel 1862 ammonta a circa 18000 armi da fuoco e a 15000 armi bianche – sia per l’elevato numero di operai che impiega; la fucina dava lavoro a molti degli opifici del territorio con numerosi lavoranti a domicilio per la montatura dei pezzi.

 

 

image-1023 - Marca Leun
Le origini della Pastiglie Leone, una delle aziende dolciarie più antiche d’Europa, risalgono al 1857 quando Luigi Leone decide di aprire una confetteria ad Alba. Il laboratorio dopo pochi anni viene trasferito a Torino per meglio garantire la fornitura delle sue creazioni dolciarie alla Casa Reale ed ai nobili che in breve tempo erano diventati appassionati acquirenti.
È il 1857, Torino è in fermento, il Parlamento insorge e Camillo Benso Conte di Cavour durante i suoi interventi, suole umettarsi la gola assaporando il delicato aroma delle sue caramelle preferite: le gommose Leone alla liquirizia aromatizzate alla violetta. Presto, la pastiglia alla violetta diviene il gusto più diffuso nell’aula del Parlamento Subalpino e viene popolarmente ribattezzata in onore di Cavour e dei suoi colleghi: “Senateurs”.

image-1L’usanza di senatori e deputati del regno del Piemonte e Savoia di addolcirsi il palato, durante i discorsi, consentì all’azienda di consolidare il proprio prestigio. Una fama confermata dall’ancora attuale consuetudine piemontese di utilizzare il detto, ormai dialettale, “Marca Leun” come sinonimo di alta qualità.
Nel 1934 la Pastiglie Leone entra nelle disponibilità della famiglia Monero che impianta lo stabilimento nella palazzina liberty di Corso Regina Margherita 242. Caso più unico che raro per quei tempi, il “capitano d’industria” è una donna, Giselda Balla Monero, che per mezzo secolo guida con successo l’azienda.
Negli anni Quaranta entra nell’azienda Guido Monero, figlio di Giselda, che seguendo l’esempio materno, sviluppa l’impresa, tanto da arrivare ad acquisire molti degli storici marchi dolciari torinesi: De Coster, Dalmasso, Beata & Perrone, Morè, Razzano Minoli.
La Leone, oltre che per la qualità dei suoi prodotti, si è distinta anche per l’attenzione rivolta alla comunicazione e in particolare al packaging: le scatolette di latta delle famose caramelle dissetanti sono divenute nel tempo veri e propri oggetti da collezione.
Nel 2006 a causa dell’obsolescenza dello stabile di corso Regina Margherita, è stata spostata in un nuovo e più ampio stabilimento a Collegno in via Italia 46.


 

image-1image-1056 - Il primo birrificio in Italia
La Bosio & Caratsh è stato il primo birrificio d’Italia è stato fondato a Torino nel 1845. Originariamente era in via della Consolata, nel 1870 si trasferì in corso Principe Oddone 81. Nel 1898 l’azienda, che si estende su una superficie di 8.000 metri quadrati, impiega circa 30 operai, produce annualmente 7.000 ettolitri di birra e possiede depositi nelle principali città italiane. Nel primo decennio del Novecento, suggellato dalla medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Torino del 1911, la fabbrica è al centro di un ulteriore ampliamento, affidato all’architetto Pietro Fenoglio. Abbattuto quasi del tutto verso la fine degli anni Venti, lo stabilimento è sostituito dalla nuova sede di via Principessa Clotilde 1. Nel 1937 la Bosio & Caratsch, la cui produzione annua è di 15.000 ettolitri, è assorbita dalla Birra Pedavena, che ne detiene la proprietà fino al 1969 anno in cui, dichiarandolo improduttivo, decide la chiusura dello stabilimento di Torino. Attualmente l’edificio ospita le Aste Giudiziarie.

image-164 - Il suicidio del figlio di Salgari
Nel 1963 Omar Salgari, figlio dello scrittore, si suicidò all'età di 63 gettandosi dal balcone della sua casa in via Principessa Clotilde 31. Fu la penultima di una serie di tragedie che colpirono la famiglia dopo il suicidio del padre Emilio nel 1911: nel 1914 la figlia Fatima, giovanissima, rimase vittima della tubercolosi, mentre nel 1922 la moglie Ida morì in manicomio. Nel 1931 fu di nuovo il suicidio la causa della morte dell'altro figlio, Romero. Nel 1936, per le ferite di un tragico incidente in moto, perse poi la vita Nadir, tenente di complemento del Regio Esercito.
Nel 1984 Romero Salgari, pronipote dello scrittore, uccise un'anziana signora a Montà D'Alba, tentando poi invano il suicidio, prima di essere arrestato dai carabinieri.

image-1image-172 - Chi beve birra campa cent’anni
Nel 1848 Carlo Metzger fondò la abbrica di birra Perla Crova & Co., in strada del Fortino. Nel 1862, divenutone unico proprietario, spostò le lavorazioni in via San Donato 68 creando la Birra Metzger.
Nel 1903 lo stabilimento, che si estende su una superficie di 6.800 metri quadrati, è al centro di un ampliamento affidato all’architetto Pietro Fenoglio che abbina “l’art nouveau con la tradizione ottocentesca”.
Negli anni Trenta, favorita dalla politica autarchica del fascismo, la Metzger raggiunge anche il mercato delle colonie dell’Africa Orientale. Nel 1942, in pieno periodo bellico, rifornisce di birra le forze armate cittadine, ha una capacità produttiva di 65.000 ettolitri annui, impiega “40 operai e 15 impiegate nel periodo invernale” e “100 operai e 20 impiegate in quello estivo”.
Nel dopoguerra l’azienda continua la propria attività con il marchio originario fino al 1951, quando, assorbita dalla Società per Azioni Mobiliare Industriale Cisalpina (SPAM), assume la denominazione SPAM Metzger. Il passaggio, nel 1970, al gruppo Dreher, segna la scomparsa definitiva del marchio Metzger, cui segue, nel 1975 la chiusura dello stabilimento di Torino. Attualmente l’edificio ospita un supermercato. Famosissimo era il suo slogan, adottato nel linguaggio comune: Chi beve birra campa cent’anni.

74 - Cà del Brusacheur
In via San Donato n 32, nell’isolato n° 074 rimane parte del palazzo Forneris, già un palazzotto di campagna detto da tutti gli antichi abitanti del borgo, la Cà del Brusacheur. E' uno degli ultimi esempi di architettura rurale dell'antica campagna circostante il Borgo del Brusacheur, seppur ampliato e riadattato a palazzo residenziale urbano durante l'Ottocento.
Il complesso edilizio storico del Brusacheur alla metà dell'800 era formato, oltre che dal “palazzo Forneris” anche dalle vicine case “Brodà” e “Negri” oltre che dal “villino Cebrario”, con giardino. Tale complesso è tutt'oggi caratterizzato, soprattutto per quanto riguarda i civici 30-32, dalla presenza della facciata principale rivolta verso la preesistente antica strada del Martinetto, e non sulla più recente via Borgo San Donato, in origine chiamata nuova strada del Martinetto.

image-1image-1079 - Il cioccolato dei “due vecchietti”
La Talmone aprì nel 1850 in via Artisti con l'acquisto della Moriondo e Gariglio. La ditta crebbe velocemente e si trasferì in via Balbis, nel quartiere San Donato, divenendo presto una vera fabbrica di proporzioni industriali, con negozio in via Lagrange. Alla morte di Michele Talmone l'attività passò ai 5 figli.
La Talmone fu una delle prime aziende a credere nella pubblicità usando un marchio di grande efficacia sin dal 1890, la nota immagine dei «due vecchietti» disegnati dal cartellonista tedesco Oschner .
Lo stabilimento fu ampliato nel 1895 e rinnovato nel 1904 in stile Art Nouveau, quindi, nel 1929, la Talmone si trasferì in corso Francia, nucleo di quella che divenne, con altre aziende, la Venchi-Unica in Piazza Massaua.

 


image-1image-180 - Mulini Feyles
Nell'isolato n°080 di Borgo San Donato, con ingresso su Corso Tassoni 56 e con la massima estensione su via San Donato si trovano gli ex Mulini della Città, diventati poi Mulini Feyles; tipico esempio di edilizia otto-novecentesca per l'industria. Tra il 1909 e il 1912 la trasformazione dei vecchi mulini da grano della città. Erano già presenti nel XVII secolo; nel 1781 sono descritti in una planimetria e a metà del XIX secolo subiscono la modificazione dell'apparato molitorio che sarà "all'americana".
Nel 1930 si attua la copertura del canale alimentatore. Recentemente l'edificio è stato completamente ristrutturato ed è stato convertito in unità abitative, loft, mansarde e open space di altissima qualità.

image-181 - Richelmy
All'isolato 081, in via Medail 13 e a stretto contatto con l'ospedale Maria Vittoria si trova un importante edifico; un complesso con una sua lunga storia di istituzione al servizio della città come Scuola Apostolica a cui, dal 1891, con l’appoggio del futuro Cardinale Agostino Richelmy, si aggiungono l’oratorio Sant’Agostino e la scuola elementare.
Ma è a partire dal 1° ottobre 1894, con il passaggio ai Salesiani, che avviene la svolta decisiva: nell’arco di pochi anni vengono installati diversi laboratori artigianali per i giovani che vogliano apprendere un mestiere. Nel 1896 gli allievi sono già 250.
Il 25 ottobre 1923 il centro diventa Istituto “Agostino Richelmy”. Fra il 1929 e il 1940 vengono aggiunte le scuole elementari e le medie. Dopo la lunga pausa dovuta a guerra e dopoguerra l’Istituto Richelmy viene ristrutturato e riprende l’attività scolastica, nel 1958 viene aggiunto, alle elementari e medie, anche il ginnasio. Fino alla fine degli anni ’60 per centinaia di ragazzi torinesi sarà “Il Richelmy”. Per molti allievi, dopo avere terminato il ginnasio al Richelmy la destinazione successiva, quasi naturale, era l'Istituto Salesiano Valsalice in viale Thovez.
Negli anni che seguono l’attività didattica diminuisce fino a sparire, fatta eccezione per l’Oratorio che nel 2001 celebra i 110 anni di vita per poi essere progressivamente smantellato.
Il Richelmy sembrava essersi spento per sempre ma oggi l'istituto, grazie all'intervento di un grande gruppo francese attivo in tutta Europa nel settore delle case di riposo, delle cliniche riabilitative e delle cliniche psichiatriche, è stato completamente rinnovato ed è diventato la Residenza Richelmy per anziani con ingresso in in via San Donato 97.

image-1La conceria dei partigiani
L'edificio sede della conceria di Domenico Fiorio, in via Jacopo Durandi 11, venne costruito nel 1837. La Fiorio era specializzata nella lavorazione di pelli di capre e montone. Elevata di un piano nel 1838, la struttura fu al centro di ulteriori modifiche nel 1854 e, soprattutto, nel 1900, quando Pietro Fenoglio progettò la costruzione di nuovo edificio industriale. Fu uno dei centri più importanti dell’attività clandestina del CLN piemontese grazie all’opera del suo proprietario, l’ingegnere Sandro Fiorio. Nato nel 1911, liberale di fedeltà sabauda, collaborò sin dai primi mesi con il CLN regionale, entrando in contatto con il giurista Paolo Greco, che lo diresse fino alla liberazione. Fece parte del Comitato per l’approvvigionamento e partecipò al recupero di una cospicua parte dei fondi della IV armata, che verranno nascosti nello stabilimento per servire al finanziamento della resistenza piemontese per tutto il primo periodo. Alla conceria fecero capo anche le attività per la stampa e la diffusione del giornale del CLN "La Riscossa italiana".
Dal mese di agosto 1944 ospitò una radio trasmittente della missione Glass e Cross (dai nomi di battaglia del conte Enrico Marone Cinzano e dell’avvocato Giulio Colombo) che operava in Italia e in Svizzera in contatto con l’OSS (il servizio segreto americano): passarono attraverso la conceria anche i finanziamenti al CLN forniti dagli alleati. Nel febbraio 1945 vi operarono due missioni alleate, la Stella del capitano Giuliani, appoggiata dagli inglesi, e la missione americana guidata dal cecoslovacco Panek. Alla fine di marzo i locali ospitarono riunioni del CLN con il Sottosegretario alle Terre occupate Aldobrando Medici Tornanquinci, paracadutato nelle Langhe dal governo di Roma e giunto poi a Torino, in vista delle fasi insurrezionali e degli assetti istituzionali del dopo Liberazione.
L'edificio fu colpito dai bombardamenti riportando lievi danni subito ripristinati. Dal 2004 ospita la fondazione Piazza dei Mestieri

image-185 - L’orologio per tutelare i lavoratori
Francesco Faà di Bruno, ufficiale nelle battaglie del 1848-49, fratello dell’eroe di Lissa, ferito e decorato a Novara, poi professore di matematica e astronomia all’Università, fu ordinato sacerdote a 51 anni dopo aver dato vita a vari ordini religiosi. Nel 1866 realizzò la chiesa della Vergine del Suffragio (S.Zita) in via San Donato 33.
Si trattava, all’epoca, del secondo edificio più alto della città dopo la Mole: oltre 80 metri, perchè voleva evitare che i lavoratori venissero ingannati sull’orario di lavoro e aveva calcolato che un orologio di due metri di diametro collocato sulle varie facce del campanile a quell’ altezza sarebbe stato visibile in gran parte della città e liberamente consultabile da tutti.
Fu proclamato beato nel 1988. E' patrono del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito.

89 - La casa del poeta
In via San Donato 21bis casa dello scrittore e poeta Giovanni Cena (1870-1917).

 

 



 

image-189 - L'istituto per le orfanelle
In via Le Chiuse 14, c'era un istituto per le orfanelle "Sacra Famiglia" che spesso accompagnavano i funerali, dette le Verdine, in quanto avevano un vestito verde. L'istituto venne creato da creato dal canonico Saccarelli a seguito di una promessa fatta sul letto di morte alla contessa Carlotta di Santarosa, vedova di Santorre di Santarosa.Ora l'isolato 89 è direttamente confinante con il numero 88 che è occupato dalla parrocchia dell’Immacolata Concezione e da attività commerciali sia su via Saccarelli sia su via San Donato. Anche gli isolati 1107 e 1108 ora sono un tutt'uno e le traverse, da largo Cibrario sono via Balbis, via Saccarelli e via Schina.

Delitto della gelosia
Il 10 agosto 1862 in una soffitta di via Balbis, in San Donato, una giovane viene uccisa con un profondo taglio alla gola.

image-193 - Tempio Valdese di Corso Principe Oddone
La costruzione di un tempio valdese nel quartiere operaio di San Donato avvenne in una Torino di fine Ottocento dove la presenza protestante era cresciuta in modo significativo: nel 1899, ad esempio, la popolazione evangelica del borgo ammontava a circa 2500 persone.
Nel luglio 1899 Alberto Caffarel, proprietario dell’omonima fabbrica di cioccolato, cedette alla comunità valdese il terreno su cui sarebbe stato edificato, a partire dai primi mesi del 1900, il nuovo tempio, il cui progetto venne affidato all’ingegner Liborio Coppola. L’edificio, i cui lavori di costruzione vennero completati nell’estate del 1900, venne solennemente inaugurato insieme alla casa pastorale e ai locali per le attività il 6 novembre 1901 alla presenza delle autorità cittadine.
Il tempio è provvisto di un accesso principale su Corso Principe Oddone, con portale monumentale, e di uno secondario sul retro. L’edificio è a pianta longitudinale con terminazione ad abside semicircolare in corrispondenza della quale sono collocati una croce lignea, un pulpito, un fonte battesimale, un tavolo per la Santa Cena e un leggio su cui è poggiata una copia della Bibbia. Le panche sono dislocate in due file, in prossimità dell’ingresso principale.
Nel tempio di Corso Oddone 7, che ha una capienza di circa cento trenta posti a sedere e un piccolo soppalco-cantoria dotato di organo, si celebra il culto domenicale alle ore 10,30, salvo liturgie unificate nel tempio di corso Vittorio Emanuele II; nello stabile attiguo trovano spazio le attività giovanili, giornate di studio, e molte altre iniziative.

99 - Gelosia omicida
Il 12/4/1904 in v. San Donato 48, una lite tra Andrea Aprile, 30 anni, e Eugenio Carletti, 33 anni, entrambi gelosi di Carolina Massaia, finisce a coltellate e il Carletti soccombe.
Il 25/4/1905 Vittorio Badolotti, calzolaio di 44 anni, che aveva da 18 mesi una relazione con Cristina Curletto, 30 anni, moglie del parrucchiere Ferrari, la uccide per strada davanti a casa sua, in via Frejus 78, poi viene colpito dal marito, con una scure, ma rimane solo ferito.

image-1image-1Lo scheletro misterioso
Nel giugno del 1955, in via Fiano 29, durante i lavori in una cantina, sotto il pavimento in terra battuta si trova uno scheletro di donna sui 30-40 anni, alta m. 1,60, avvolto in un sacco. che, probabilmente, è stata uccisa da un colpo alla nuca, dove il cranio appare fratturato.
Vengono fatto varie ipotesi ma, nonostante le lunghe indagini, il caso rimane insoluto.

 

Gelosia benefica
Il 4 aprile 1947 Giovanni Ravetti, 46 anni, residente a Torino in via Cibrario, si presentò al commissariato di San Donato per denunciare sua moglie che era in una camera d’albergo nei pressi di piazza Statuto col suo amante. Gli agenti sorpresero i due in flagrante ma furono ancor più sororesi quando il marito sventolando minacciosamente un foglio di carta bollata propose al rivale, un noto macellaio, una curiosa alternativa: non li avrebbe denunciati di adulterio se il macellaio avesse versato la somma di 10 mila lire all’ospizio di carità di Pozzo Strada. L’amante accettò la proposta e firmò un assegno rendendosi un benefattore suo malgrado.

image-1image-11100 - L'ospedale Maria Vittoria
All'isola 1100, con l'ingresso principale in via Cibrario 72 angolo corso Tassoni, l'ospedale “Maria Vittoria”. Venne intitolato così in onore di Maria Vittoria Carlotta Enrichetta Giovanna dal Pozzo principessa della Cisterna e di Belriguardo, diventata, S.A.R. Maria Vittoria d'Italia, Duchessa d'Aosta a seguito del matrimonio con Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II. Fu anche e per breve tempo, regina consorte di Spagna quando Amedeo di Savoia fu chiamato a regnare in Spagna nel 1870 ma che, dopo un turbolento periodo, nel 1873 abdicò per tornare in Italia dove riprese il titolo di Duca d'Aosta.
image-1Rientrata in Italia col marito nel 1876, morì nello stesso anno di tubercolosi alla giovane età di trentanni. Nella sua breve vita, aliena da ogni attività politica, si dedicò solo ad opere di beneficenza. Sulla sua tomba nella Basilica di Superga si legge ancor oggi in una vecchia corona mortuaria: «En prueba de respetuoso cariño a la memoria de doña María Victoria, la lavanderas de Madrid, Barcelona, Valencia, Alicante, Tarragona, a tan virtuosa señora».
La costruzione iniziò nel 1883, su terreni donati da Giuseppe Berruti medico specialista in ostetricia e ginecologia, con lo scopo di edificare un ospedale per la cura delle donne e dei bambini, in una zona allora in rapida espansione come il borgo San Donato.
image-1Il progetto fu curato dall'ingegnere Giuseppe Bollati, il progettista di piazza Statuto, i lavori durarono due anni, con il contributo finanziario di varie famiglie nobili del torinese, della popolazione del borgo, anche attraverso l'indizione di lotterie e giochi a premio, del Comune di Torino nonché di casa Savoia.
Nel 1885 ci fu l'inaugurazione ed all'inizio l'ospedale consisteva di tre padiglioni e dodici letti. Nel 1886 l'ospedale venne eretto ad ente morale e l'anno successivo entrarono in funzione le sale operatorie dedicate all'ostetricia e ginecologia.
Nel 1889 venne edificato il padiglione di Pediatria, su progetto architettonico dell'ingegnere Pietro Fenoglio, mentre nel 1907 venne aperta una scuola per allieve Infermiere e nell'anno 1911 fu installato un impianto di radioscopia.
image-1Nel 1920 poi venne istituita una scuola, con relativo convitto, di Puericultura nel 1924 venne aggiunta una divisione di chirurgia - ortopedia, la cui sala operatoria era ricoperta da una volta vetrata per consentire agli studenti di medicina di seguire direttamente gli interventi operatori, soluzione assolutamente originale per l'epoca .
Nel 1937 fu inaugurato un reparto specialistico per le malattie del ricambio, con particolare specializzazione per la diagnosi e cura del diabete.
Il primario della divisione di ostetricia e ginecologia Guido Levi, fu allontanato dall'incarico nel 1938 seguito della promulgazione delle leggi razziali ma reintegrato nel suo incarico appena terminata la seconda guerra mondiale, incarico che mantenne poi sino al 1957.
Nel 1942 fu gravemente danneggiato dai bombardamenti.

image-11101 - La partigiana “Gina”
In via Cibrario 68 l’abitazione di Maria Giaccone, vedova Tomasini, meglio conosciuta dai partigiani come “Gina”. Durante la Resistenza quest’alloggio fu sede di diverse riunioni di esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale.

 

 

 

image-11107 - Il rogo dello Statuto
Domenica 13/2/1983 brucia il cinema Statuto, in via Cibrario e muoiono 64 persone, soprattutto giovani, che assistevano al film “La capra”.






1110 – La casa di Gozzano
In via Cibrario 65 c'era la casa in cui morì di tubercolosi Guido Gozzano (1883-1916).


Leggi l'approfondimento Gozzano e la bella vita torinese

 

 

 

 

 


image-11150 - L'attentato al ristorante "Tre RE"
L’11 ottobre 1944 al ristorante “Tre Re” all’angolo tra via Cibrario e piazza Statuto i partigiani feriscono dieci soldati tedeschi.
Per rappresaglia vengono fucilati nove partigiani



image-1Stazione per Rivoli
Fino agli anni 50 del secolo scorso in corso Francia angolo piazza Statuto, all'isola 1150, di fianco all'albergo dei Tre Re, c'era la stazione della ferrovia Torino - Rivoli, poi demolita per costruire un grattacielo. Prima ancora ne esisteva una più antica, sempre in piazza Statuto, ma dietro al monumento al Traforo del Frejus.
L’immagine a fianco che la raffigura risale al 1880 circa, essendo già visibile il monumento al Traforo del Frejus (inaugurato nel 1879) ma non ancora tutto il campanile della chiesa di Nostra Signora del Suffragio detta anche Santa Zita che risale al 1881 e nell'immagine risulta ancora in costruzione.
Nel 1868 il cavalier Carlo Dionigi Reinfeld ottenne la concessione per l'impianto di una ferrovia a cavalli fra Torino e Rivoli ma non ne fece nulla, cedendo nel 1869 diritti al cavalier Giovanni Colli, che ottenne dal Governo, il 3 novembre 1870, una nuova concessione per la costruzione e l'esercizio di una ferrovia a scartamento ridotto con trazione a vapore.
La ferrovia fu aperta al servizio il 17 settembre 1871 in coincidenza con l'inaugurazione del Traforo del Frejus e inaugurata ufficialmente il successivo 1º ottobre.
La prima stazione torinese era in piazza Statuto e fu abbattuta nel 1896 per ampliare la piazza e facilitare l'accesso al corso Francia.
Venne sostituita da un edificio in stile liberty progettato dall'ingegner Luigi Beria, situato all'angolo fra la piazza Statuto e il corso Francia, che entrò in funzione il 21 dicembre 1895.
La ferrovia correva in sede propria, ben delimitata e protetta, per tutta la sua estensione, percorrendo il tratto urbano tra piazza Statuto e via Palmieri alla profondità di circa 6 m, prima in galleria e poi in trincea, opere entrambe realizzate assieme alla nuova stazione.
Dopo la morte del cavalier Colli, il 18 ottobre 1877, con le delibere del Comune di Torino del 18 settembre 1878, della Deputazione provinciale di Torino del 30 settembre 1878 e con decreto ministeriale del 26 ottobre 1878, gli Eredi Colli furono autorizzati a impiantare ed esercitare una tranvia a vapore da piazza Statuto alla Tesoriera, parallela alla ferrovia Torino-Rivoli.
Poiché la tranvia Torino-Tesoriera non ottenne i risultati attesi, essendo un doppione della ferrovia Torino-Rivoli, gli Eredi Colli chiesero e ottennero dal Ministero dei Lavori Pubblici l'autorizzazione all'uso del binari di quest'ultima anche per la linea tranviaria, ottenendo successivamente, con decreto ministeriale del 15 novembre 1881, anche l'autorizzazione a prolungare la tranvia dalla Tesoriera a Rivoli, utilizzando i binari della ferrovia.

image-1image-1La tranvia Torino-Rivoli
L'esercizio tranviario a vapore sull'intero percorso Torino-Rivoli iniziò il 23 gennaio 1882, ma la ferrovia economica Torino-Rivoli continuò a esistere come concessione separata, mentre la tranvia Torino-Tesoriera-Rivoli rimaneva solo una tranvia urbana prolungata, autorizzata a percorrere i binari della ferrovia Torino-Rivoli.
Nel 1886 la proprietà passò dagli Eredi Colli alla Banca Tiberina, nel 1889 alla Società Anonima Finaziaria Industriale Torinese e infine al Consorzio per la Tramvia Elettrica Torino-Rivoli, costituito il 30 dicembre 1909 dai comuni di Torino e Rivoli e dalla provincia di Torino.

Sotto la gestione si procedette alla trasformazione della ferrovia e della tranvia a vapore in tranvia elettrica a 1200 V cc e scartamento ordinario tranviario (1445 mm), ottenendo solo allora una concessione specifica per una tranvia sullo stesso tracciato della preesistente ferrovia economica Torino-Rivoli.
Con l'attivazione della tranvia elettrica a scartamento ordinario i binari vennero posti al livello stradale anche nel tratto iniziale e furono colmate la galleria e la trincea all'inizio di corso Francia.

image-1La linea ricostruita fu inaugurata il 31 ottobre 1914 e aperta al pubblico il successivo 19 novembre.
La tranvia Torino-Rivoli, consentendo un agevole collegamento con la città, favorì lo sviluppo di una serie di centri abitati nei quali gli operai delle industrie cittadine avevano la possibilità di vivere in condizioni meno onerose rispetto al capoluogo.
La possibilità di usufruire del servizio merci attraverso un collegamento fra gli impianti di Regina Margherita, dov'era situata la rimessa-officina, e la stazione FS di Collegno favorì inoltre l'insediamento nei pressi della linea di numerose industrie di piccole e medie dimensioni, alcune delle quali, tra cui la Venchi Unica, con gli stabilimenti raccordati alla tranvia.

image-1La fine della tranvia Torino-Rivoli fu sostanzialmente legata allo sviluppo urbanistico ed economico a cui era destinata negli anni cinquanta del XX secolo la zona tra le due città, determinato essenzialmente dalla benefica influenza della Statale del Moncenisio, che aveva il suo tratto terminale in corso Francia; nonostante la linea fosse in attivo, corso Francia non era in grado di sostenere il traffico dovuto all'incremento della circolazione automobilistica, così si rese necessario ampliarlo utilizzando lo spazio occupato dalla tranvia, il cui servizio viaggiatori cessò il 12 novembre 1955, sostituito da una filovia.
Il servizio merci della tranvia continuò tuttavia a funzionare per qualche tempo. Della tranvia Torino-Rivoli sono sopravvissuti allo smantellamento il deposito-officina di Regina Margherita con l'attiguo grande edificio al numero 146 di corso Francia a Collegno, un tempo dotato della pensilina per l'omonima stazione, e la "stazionetta" Leumann, riportata all'aspetto originale e inaugurata il 22 novembre 1998 con funzione di punto d'informazione di pubblica utilità.

image-1image-1Teresa Ferrero ovvero Isa Bluette la soubrette che lanciò Macario e Totò
All'isolato 1133, esattamente in via Principi d'Acaja 7 abitò la più grande subrette italiana Isa Bluette, nata nel 1898 come Teresa Ferrero. Iniziò a lavorare giovanissima in quella che era la principale fabbrica d'occupazione femminile torinese, la Manifattura Tabacchi del Regio Parco. Ma essere operaia non era il suo sogno e Teresa aveva chiaro che avrebbe vissuto per realizzare il suo sogno: essere una diva dei teatri. Essere una diva e non un'attrice. C'è differenza: la prima è un sogno, un modello irraggiungibile, l'eterno femminino inafferrabile.
Gli inizi di Teresa non furono facili. Piccolina, bruna e di carnagione chiara, dotata di una sensualità innegabile, esordì nei café-chantant torinesi e solo più tardi riuscì ad arrivare ai teatri cittadini. Nel frattempo aveva già capito che doveva usare un nome d'arte e ispirarsi a Parigi, tempio del varietà che la affascinava. Portò a Torino le piume e le paillettes, che avrebbero poi caratterizzato le riviste dei decenni successivi, e, soprattutto la rivista, in cui la soubrette era accompagnata da uomini in smoking, perduti per lei. Insieme a uno spettacolo sfarzoso e luminoso per costumi e trovate, c'era Isa Bluette, il nome d'arte definitivo, scelto da Teresa: bella e sensuale, sorridente e civettuola, con una voce elegante e melodiosa, faceva sospirare gli spettatori e affascinava le spettatrici. Ma non solo.
Sempre più affermata, in spettacoli che alternavano i numeri di danza e canto a intermezzi comici, Isa lanciò il concittadino Erminio Macario e un giovanissimo Totò, due dei maestri della comicità italiana dei decenni successivi. La rivista che li vide debuttare è Madama Follia, uno dei suoi numerosi spettacoli di successo. Arrivata al vertice dello spettacolo italiano, la soubrette torinese non si stancava di innovare e di proporre novità sempre sorprendenti: fu la prima a portare in Italia la passerella, che permetteva al pubblico di vedere da vicino ballerini e bellissime sul palcoscenico. Era spumeggiante e irraggiungibile, una giovane donna che aveva realizzato il sogno impossibile di un'adolescente della periferia operaia torinese. Le sorrideva anche l'amore, che aveva la forma di Nuto Navarrini, attore di rivista con cui aveva fatto compagnia per tutti gli anni '30, portando in scena operette diventate cult come Poesia senza veli o Il ratto delle cubane. A separarli arrivò, inaspettata, la morte di Isa, nel 1939: sempre bellissima e popolare, la soubrette aveva solo 41 anni. Nei giorni dell'agonia, sposò Nuto, quasi per mettersi in regola con gli uomini e con gli dei, realizzando l'ultimo sogno.
 

image-1Villino Raby
Nel 1901 l'edificio fu commissionato come abitazione privata da Michele Raby all'ingegner Pietro Fenoglio, il quale si avvalse della collaborazione dell'architetto Gottardo Gussoni.
Fortemente rimaneggiato nel corso degli anni, il villino è stato sede di una scuola privata negli anni ottanta e dal 2004 è stato acquistato dall'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Torino (OMCeO), che si è occupato di una attenta ristrutturazione e che l'ha eletto a propria sede ufficiale dal 2011.

 

 


image-1Educatorio Duchessa Isabella
L’edificio sito in piazza Bernini 5 venne costruito tra il 1890 e il 1893 su progetto di Giuseppe e Attilio Davicini (1851-1892).
Il vecchio palazzo situato in via Maria Vittoria era in cattive condizioni, inadeguato per l’incremento degli alunni, conseguente la legge Casati del 1859 sull’obbligatorietà della scuola primaria.
Il nuovo Educatorio Duchessa Isabella, dedicato all’educazione delle ragazze e pensato in base alle nuove norme tecnico igieniche per la costruzione degli edifici scolastici (1888), venne costruito nella Barriera di Francia, in piazza Bernini, in una delle parti più salubri di Torino a 252 metri sul livello del mare. Al tempo era in piena campagna, collegato da due “tranvai” elettrici al centro città.
image-1Il 15 aprile 1890 venne posata la prima pietra con cerimonia cui presenziò la Duchessa di Genova, Isabella di Savoia Wittelsbach, cui l’Educatorio venne poi intitolato.
I bombardamenti del 1942 lo danneggiarono gravementei. Nel 1960 i fabbricati con affaccio su via Duchessa Jolanda e via Goffredo Casalis vennero ricostruiti ad edilizia scolastica e abitativa; l’edificio che ha ospitato anche la scuola media “Pascoli”.
Il restauro a opera della Compagnia di San Paolo (anni 2009/2015) ha riportato a nuova vita l’edificio, destinato a sede di propri uffici operativi.


image-1Casa del Balilla
In piazza Bernini 12 , costruita nel 1930, in puro sile littorio da Luigi Costantini. Fu anche sede della GIL (Gioventù Italiana del Littorio), e nel dopoguerra del Provveditorato agli Studi e dell’Istituto Superiore di Educazione Fisica.
All’interno una piscina, attualmente gestita dal gruppo sportivo Libertas.


image-1La Birraria
Nel 1925 in piazza Bernini 13 aprì l'Albergo Bernini - Birraria Gamba, demolito nei primi anni 1960 sostituito da una casa di 4 piani all'attuale n. 11 della piazza.





 

image-1Electrobus: il progenitore dei filobus
Negli anni 20 divenne operativo il bus navetta numero 54 dal capolinea del 6 a Pozzo Strada fino al Campidoglio con capolinea in piazza Bernini. Il mezzo utilizzato era denominato "elettrobus" alimentato a batteria di accumulatori. Era il progenitore del futuro filobus "semicircolare esterno" 54 (poi 34 dal 1967) rimasto fino alla riforma del 1982.



 

image-1image-1image-1Fabbrica automobili Ceirano poi caserma Amione
In piazza Rivoli 4. La Ceirano GB & C è stata una delle storiche aziende automobilistiche, fondata nell'ottobre del 1898 da Giovanni Battista Ceirano, Emanuele di Bricherasio, Attilio Calligaris, Pietro Fenoglio e Cesare Goria Gatti.

La prima sede fu in corso Vittorio Emanuele 9, dove dal 1899 si cominciò a costruire una piccola autovettura a due posti, la Welleyes, progettata dall'ingegnere Aristide Faccioli. Nel luglio dello stesso anno impianti e brevetti vennero ceduti a Giovanni Agnelli. Ceirano così lavorò in Fiat fino al 1901quando ritornò a lavorare in proprio, con suo fratello Matteo.
image-1Questa collaborazione termina nel 1903 quando Matteo lascia l'azienda e Giovanni Battista insieme all'altro fratello Giovanni fonda la G.G. Fratelli Ceirano. Nel 1904 Giovanni lascia il fratello che nel 1904 trasforma la società in Ceirano & C. che in seguito sarà ribattezzata STAR o Rapid. Questa è l'ultima trasformazione in quanto Giovanni Battista muore nel 1912.
Il primo stabilimento, che impiega 150 operai e produce oltre 100 vetture l’anno, si trova tra via Madama Cristina e corso Raffaello.
Nel 1914 si inaugura una nuova sede in Barriera di Francia, su un’area di 40.000 metri quadrati tra i corsi Francia e Lecce e le vie Brione e Rosalino Pilo. Vi lavorano 600 operai. Con la prima guerra mondiale lo stabilimento è destinato alla costruzione di veicoli industriali bellici e, con la cessione nel 1917 alla società transalpina Hispano Suiza, alla costruzione di motori per aviazione. La riconversione postbellica si presenta difficoltosa, per gli scioperi delle maestranze e la concorrenza della nuova società di Giovanni Ceirano, fino a quando egli stesso nel 1923 riacquista la maggioranza delle azioni, cambiando poi il marchio in SCAT-marca Ceirano. Nel 1925 esce il modello di maggior successo, la Tipo 150 o Ceiranina. Con la crisi del 1929 la SCAT è assorbita dal Consortium FIAT per la produzione di veicoli industriali, messa in liquidazione nel 1932, e poi ceduta alla società SPA. Lo stabilimento è requisito nel 1935 dall’esercito italiano e diviene sede della caserma Amione.

image-1Ceirano l'uomo che rese possibile la Fiat
Giovanni Battista Ceirano nasce nel 1860 a Cuneo. Appassionato di meccanica nel 1880 si trasferisce a Torino.
Nel 1888 crea in corso Vittorio Emanuele 9 una società specializzata della vendita e nella riparazione di velocipedi e sei anni più tardi inizia a produrli con il marchio Welleyes. Nello stesso periodo deposita il brevetto di una ruota per auto più facile da smontare rispetto a quelle allora in commercio.
Il 1898 è l’anno in cui Giovanni Battista Ceirano decide di puntare sulla realizzazione di automobili e fonda l’azienda Accomandita Ceirano, nella quale lavorano - tra gli altri - Vincenzo Lancia (fondatore dell’omonima Casa automobilistica) e Felice Nazzaro, vincitore di due edizioni della Targa Florio (1907 e 1913).
La prima vettura Ceirano - la Welleyes piace ma mancano i soldi e gli spazi per produrla in piccola serie.
Alcuni soci alla ricerca di fondi contattano aristocratici e industriali torinesi: l’11 luglio 1899 nasce la Fiat e Giovanni Battista viene liquidato con 30.000 lire e nominato agente generale per le vendite in Italia.
Nel 1901 Giovanni Battista lascia la Fiat e fonda insieme ai fratelli Ernesto, Giovanni e Matteo la Fratelli Ceirano. Due anni più tardi - in seguito ad una discussione in famiglia - crea in coppia con Giovanni la G.G. Ceirano ma il rapporto tra i due cessa però già nel 1904, anno di nascita della Star (Società Torinese Automobili Rapid).
Giovanni Battista Ceirano lascia la Star, l’ultima azienda da lui fondata, già nel 1905 per problemi di salute, si ritira nella sua casa di Bordighera e scompare a Torino il 24 settembre 1912.

image-1Martinetto
In corso Svizzera angolo Corso Appio Claudio c’era il poligono di Tiro a Segno Nazionale, costruito nel 1884 in sostituzione di quello del Sada al Valentino (1838).
Quel che ne rimane è dedicato alla memoria dei martiri della Resistenza. Dopo l’8 settembre 1943 il poligono fu designato dalla Repubblica Sociale come luogo per l’esecuzione delle sentenze capitali.
Ne furono eseguite cinquantanove tra queste i componenti del direttivo del CLN arrestati per una delazione il 1° aprile 1944 e fucilati quattro giorni dopo: il generale Perotti, che al momento della condanna a morte si rivolse ai coimputati e comandò: “Signori Ufficiali, attenti: Viva l’Italia!”, il capitano Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Paolo Braccini, Giulio Biglieri, Eusebio Giambone, Erik Giachino e Massimo Montano.

image-1image-1Proiettili alle Officine Dora
Agli inizi del 1910 nacque la Società Anonima Italiana per la fabbricazione dei Proiettili, attiva dal 1911 in via Caserta 59 presso il canale del Martinetto. Nel 1916 l'azienda, per lo sforzo bellico, amplia i capannoni. La società viene rinominata Società italiana fabbricazione proiettili Fiat-Sez. Ferriere Piemontesi in corso Mortara 7.

 

 

image-1image-1Franzoj come D'Artagnan 5 duelli contemporaneamente
Augusto Franzoj (San Germano Vercellese, 2 ottobre 1848 – San Mauro Torinese, 13 aprile 1911) a 17 anni partì volontario per la Terza Guerra di Indipendenza. Deluso dalle sconfitte di Custoza, Lissa e dall'armistizio, si avvicinò alle idee repubblicane. Così, nel marzo 1870, partecipò alla rivolta di Pavia, ispirata da Mazzini. Essendo ancora in forza all’esercito, come caporale maggiore, fu accusato di alto tradimento e incarcerato a Fenestrelle. Riuscì ad evadere, ma ripreso venne trasferito a Rocca d’Anfo, poi a Gaeta, Verona e Venezia. Esasperato, tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola in pieno petto; rimase solo ferito e l’esercito approfittò del fatto per congedare un elemento così ingestibile e turbolento.
Si stabilì in una povera soffitta a Torino frequentando i giovani scapigliati di quel tempo ai tavoli del Caffè Torino e collaborando saltuariamente con la "La Gazzetta del Popolo”, con frequenti soggiorni in prigione a causa del sue temperamento che lo portava al duello per ogni minima controversia.
Collaborò anche con i giornali rivoluzionari e anti monarchici come La Pulce e il Ficcanaso.
Nel 1872 cinque ufficiali irruppero nella redazione del Ficcanaso malmenando un tipografo.
Franzoj li raggiunse alla birreria Prussia (in via Principe Amedeo angolo via S. Francesco da Paola) e li sfidò a duello, avendone la meglio, costringendolo però a fuggire in Svizzera, poi in Belgio e in Spagna.
image-1Nel 1882 partì per l'Africa, attratto dai famosi esploratori le cui gesta esaltavano le cronache del tempo. Da solo, senza appoggi né mezzi, riuscì solo con un piccolo aiuto ricevuto da Menelik, a recuperare i resti dell’esploratore Giovanni Chiarini.
Franzoj spese in tutto 300 lire per portare a termine questa impresa rischiosa, per la quale l’ambasciatore Pietro Antonelli aveva preventivato per il governo una spesa di 50.000 lire dell'epoca. Dopo aver riportato le spoglie del Chiarini alla famiglia, a Chieti, tornò a Torino ma la sua irrequietezza lo spinse a una seconda spedizione africana passando per Aden, Gibuti e Massaua (dove venne espulso dal comando militare italiano per le sue idee e i comportamenti troppo “libertari”).
Negli anni successivi tornò più volte in Africa sia come esploratore che come corrispondente, spingendosi poi anche in Sudamerica e nell'America del Nord.
Nel 1908 abbandonò la fede repubblicana, aderendo al socialismo ma senza prenderne la tessera (dichiarò: “Non sono schiavo di nessuno, nemmeno della libertà”) e partecipando alle agitazioni sociali del primo Novecento.
In diversi libri narrò le sue avventure, in Africa conobbe il poeta francese Arthur Rimbaud e a Verona divenne amico di Emilio Salgari.
Sposatosi con Ermelinda Angelucci, di vent’anni più giovane, ebbe un figlio, Augusto, e si ritirò a San Mauro Torinese. Tormentato dai dolori di un'artrite deformante, morì suicida il 13 aprile 1911. Con fredda lucidità appoggiò la canna di due rivoltelle alle tempie sparando contemporaneamente, anticipando così di dodici giorni il gesto estremo dell’amico Emilio Salgari che abitava vicino a lui, al fondo di corso Casale, e che per scrivere i suoi libri si era fortemente ispirato alle gesta di Franzoj.
La città di Torino gli ha intitolato una via nel quartiere Parella.

image-1image-1Il primo delitto del '900 per una spazzola
Il 31 dicembre 1899 presso la trattoria Belvedere, sulla strada di Lanzo 244, si festeggia il nuovo secolo. Placido Borello, di 19 anni, si sporca la giacca, chiede una spazzola, la usa, poi la getta via in malo modo. Ne scaturisce una rissa e Alfredo Plassio, 21 anni, accoltella il Borello uccidendolo. Resosi conto dell’accaduto fugge per costituirsi il giorno dopo.
In tribunale gli riconosceranno le attenuanti del caso condannandolo solo a 4 anni e 2 mesi di reclusione.


image-1image-1Fucilate all'investitore
Il 6 novembre 1927al n. 755 dello stradale di Lanzo (corrispondente all'attuale via Andrea Cesalpino) un'auto investiva un cacciatore, Egidio Odasso di 31 anni, che stava rientrando in città a piedi con tre compagni dopo una battuta in campagna. L'auto, guidata dall'ing. Luigi Manzi di 38 non si fermava, trascinando l'investito per 50 metri, così il fratello dell'Odasso sparò una fucilata che fece sbandare l'auto, facendola schiantare contro un paracarro. Gli stessi cacciatori portarono l'autista dai carabinieri che lo arrestarono per omicidio colposo.

Omicida per sbaglio Suicida per amore
Un taxi si ferma in via Boccardo, l’autista scende e spara due colpi a un pensionato Sergio Brigo freddandolo. Ben presto si scopre che Fortunato Lorenzo, disperato per la scomparsa della moglie, morta di cancro, voleva uccidere il dottor Angelo Silipo, che abitava in via Boccardo 2, ritenendolo colpevole della scomparsa della consorte, ma aveva sbagliato persona.
L’omicida intanto si era recato al camposanto di Altessano dove si diede fuoco davanti alla tomba della moglie.

Nasce l’MP3
L’ingegner Leonardo Chiariglione nel 1988 nei laboratori Cselt, in via Reiss Romoli, 274, con lo sviluppo dello standard Mpeg ha avviato l’attività di standardizzazione ISO conosciuta come MPEG (Moving Pictures Experts Group), per la rappresentazione in forma digitale di audio, video e altri tipi di contenuti multimediali, in grado di soddisfare un’ampia varietà

image-1Scontro a fuoco e vendetta al bar dell'Angelo
Accadde durante gli anni di piombo, il 28 febbraio 1979 nel "bar dell'Angelo", in via Veronese 340/D. Nella sparatoria tra gli agenti di polizia, chiamati nel locale da un esercente, e due componenti del gruppo terroristico Prima Linea, un poliziotto rimase leggermente ferito, mentre Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni, i due militanti di PL, vennero uccisi. I terroristi si trovavano nel locale per preparare il previsto agguato al consigliere comunista Michele Zaffino, impegnato nel progetto del PCI di coinvolgimento della popolazione cittadina nella lotta al terrorismo mediante la diffusione di questionari.
Le circostanze dello scontro a fuoco, la presunta delazione dell'esercente del locale e i rapporti di forte amicizia tra i militanti di Prima Linea innescarono una serie di successivi episodi violenti con il fallito agguato di ritorsione di via Millio e l'uccisione per errore del proprietario del bar dell'Angelo, Carmine Civitate, il 18 luglio 1979, che in realtà era estraneo alla vicenda.

Vitaminic
Vitaminic, piattaforma leader in Europa per la promozione e distribuzione di musica in formato digitale su tutte le reti elettroniche è stata fondata nel 1999 da Adriano Marconetto, Frank Gonella e Gianluca Dettori in via Cervino 50.

image-1image-1Stadio delle Alpi - Juventus Stadium
Voluto per Italia '90. Contava 69.041 posti a sedere, disposti su 3 anelli per un'altezza dal campo di 33 metri con il 90% al coperto, più 254 di tribuna stampa per un totale di 69 295 posti.
Nel 2003 la Juventus acquisì dal Comune per 99 anni il diritto di superficie sull'area dello stadio, che nel 2006 venne poi chiuso.
Nel 2008 la società bianconera presentò il progetto per l'abbattimento del Delle Alpi, portato a termine nel marzo dell'anno seguente, e la costruzione sopra quell'area del nuovo impianto di sua proprietà (prima in Italia), lo Juventus Stadium, inaugurato nel 2011, in corso Gaetano Scirea 50.