Atlante di Torino


 

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Palazzo Salmour Il primo caffè S.Alessio Palazzo Salmour S.Eustachio Cassa di Risparmio SS. Martiri S.Maria Palazzo di Città La prima Università S.Alessandro verso la zona - G - verso la zona - P - verso la zona - I - verso la zona - C -

I numeri dei titolini corrispondono a quelli dei rispettivi isolati sulla mappa di riferimento qui in alto
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image-1image-1image-131 - Museo della Reale Mutua
In via Garibaldi 22 il settecentesco palazzo Biandrate di S.Giorgio ospita, dal 2007, il Museo storico della reale Mutua di Assicurazioni.

 

 

 


image-1image-1image-131 - Carpeneto di San Giorgio
Il palazzo in via delle Orfane 6 è stato realizzato nel XVII secolo ed è stato danneggiato dai bombardamenti nel 1942.

 

 

 


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1 – Il primo caffè
Nel 1714 in via delle Orfane all’altezza del numero 6, aprì il primo caffè della città: la Bottega Torinese, di un certo Forneris, situato davanti ai frati di San Dalmazzo. Si sa che nel maggio di quell’anno la sua bottega fu subito visitata dai ladri.

31 - Ambasciata del Papa
Palazzo Biandrate di San Giorgio in via delle Orfane 6, nel 1576 era proprietà di Emanuele Filiberto. Nel 1613 viene ceduto al conte di S.Giorgio. Fu residenza degli ambasciatori pontifici.

31 - Il primo Dizionario
Al n. 22 di via Garibaldi la casa dove abitò Niccolò Tommaseo (1802-1874) che qui scrisse il primo Dizionario della lingua italiana.

 

 

 

 

 

 

image-1Le isole di S. Genoveffa e S. Alessio all'inizio del '700.







image-132 - Albergo clandestino
L’albergo Canelli, in via San Dalmazzo 7, dei coniugi Angiolina e Lorenzo Chiadò, durante la Resistenza fu uno dei più importanti luoghi di riunioni clandestine del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), come racconta Pier Luigi Passoni: “divenne per un periodo notevole della lotta di resistenza la sede effettiva del movimento, da dove si irradiavano gli ordini, si smistavano i compiti, si seguiva ora per ora lo svolgimento della attività partigiana, perché là vi fu il recapito permanente dei capi al quale affluivano le staffette”.

La casa del santo
Nell’isola di S.Alessio il settecentesco palazzo San Martino della Motta, poi Balbo Bertone di Sambuy, si affaccia su via Garibaldi.
Qui, il 26-10-1828, nacque San Leonardo Murialdo (1828-1900) che ci visse fino al 1854. Il palazzo fu bombardato nel 1942 e 1943 danneggiando la facciata progettata da Francesco Martinez (1718-1777).
In passato l’isolato è appartenuto quasi per intero ai conti Scaglia di Verrua, passando poi ad altri, tra cui ai San Martino e i Balbo Bertone.
L’appartamento della famiglia Murialdo, dodici stanze al terzo piano, si affacciava su via Garibaldi e via Stampatori.

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image-132 - Palazzo Frichignono di Castellengo
In via San Dalmazzo 7, la famiglia Frichignono vanta due sindaci, Giò Ettore nel 1735 e Cesare nel 1791.

 

 

 

image-133 - Palazzo Salmour - Amori contrastati
In Via Barbaroux 33, fu teatro di un altro grande amore contrastato che, ai primi del seicento, vide protagonista uno dei comandanti delle truppe brandeburghesi (lo Stato sabaudo e Brandeburgo si allearono spesso in difesa di interessi comuni).
Carlo Filippo di Brandeburgo (che risiedeva a Palazzo Turinetti in piazza San Carlo) si invaghì e sposò una vedova piemontese, la contessa Caterina Balbiano vedova Salmour, che abitava nel palazzo di famiglia in via Barbaroux 33, cosa che fece infuriare il fratello dello sposo, l’Elettore di Brandebugo che indusse Vittorio Amedeo II a intervenire per annullare l’unione.

Il Duca ordinò di separare a forza gli sposi, chiudendo la contessa nel monastero di Santa Croce (in piazza Carlina, piantonato dagli stessi brandeburghesi) e mandando il principe all’assedio di Casale. Il giorno di San Giovanni la sposa e l’avvocato Melas (per procura del principe) durante la messa in Duomo confermano di fronte a tutti la loro volontà, ma il 23 luglio 1695 il principe, che aveva fatto prodigi di valore per guadagnarsi l’appoggio del Duca di Savoia, contrasse una violentissima febbre che lo uccise a soli 22 anni, tra l’indiferrenza dei suoi tedeschi e la simpatia dei piemontesi.
Nel 1731 il palazzo ospitò la prima riunione del Consiglio di Commercio della città.

 

 

image-1Il menestrello di Maria Stuarda
Parlando di amori contrastati è doveroso citare quello che vide protagonista un altro torinese, Davide Rizzio, cantore e suonatore di liuto alla corte di Maria Stuarda a Londra. Ben presto entrò nelle grazie della sovrana al punto di diventarne segretario e amante, suscitando la gelosia del marito Darney che lo accusò anche di essere una spia del Papa. Nel 1566 venne assassinato, davanti agli occhi della regina, da Douglas, l’aiutante del marito.

 




33 - Un fedelissimo di Cavour
Ruggero Gabaleone conte di Salmour (1806-1878) fu ufficiale del genio a Genova con Cavour con cui iniziò una lunga collaborazione: con lui fu economista, deputato, segretario generale delle Finanze e ministro degli Esteri

 

 

 

 

 

image-1Il delitto dell'uomo col casco
Il 21 marzo 2012 Alberto Musy, avvocato, professore universitario e consigliere comunale venne colpito da quattro colpi di pistola sparati nell’androne di casa sua, in via Barbaroux 35. Morì dopo 19 mesi di coma.
Francesco Furchì, ragioniere calabrese di 51 anni ritenuto un faccendiere, venne riconosciuto come “L’uomo col casco”, filmato da una telecamera sul luogo del delitto, quindi condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise di Torino, sentenza confermata in appello.






image-1image-133 - Palazzo Vallesa della Martiniana
In via San Dalmazzo 15 il palazzo nobiliare di fine Settecento venne commissionato dalla contessa Giuliana della Martiniana e realizzato su progetto di Luigi Michele Barberis, sostituendo precedenti costruzioni secentesche.
Colpito dai bombardamenti aerei nell’estate del 1943, fu oggetto di un primo restauro ad opera dell’architetto Ottorino Aloisio nel 1949-50. Dal 1964 è stato sede legale della nuova SIP (Società Italiana per l’Esercizio Telefonico) e dal 1994 di Telecom Italia, fino al suo trasferimento a Milano nel 2001.






34 - La dama di voluttà
Palazzo Scaglia di Verrua in via Stampatori 4. Iniziato nel tardo Rinascimento, fu proseguito e terminato nella seconda metà del ‘600 da Gian Andrea Garabello. Rappresenta l’unico esempio di palazzo rinascimentale in città, con un bel cortile a loggiato affrescato con figure allegoriche che arricchiscono anche la facciata.
Nel 1445 questa isola era di proprietà della potente famiglia Beccuti.
Qui c’era la cappella di S. Brigida venduta, nel 1574, ai Gesuiti. Nel 1608 venne acquistata da Amedeo Parella che la ingloba nel suo palazzo.
1580 proprietà dei conti di Buronzo
1586 di Antonio Solaro, tesoriere .di Carlo Emanuele I.
1611 di Nicolò Coardi di Rivalta, generale delle Finanze Sabaude.
1617 del conte Filiberto Scaglia di Verrua che acquistò tutto l’isolato.
All’inizio del 700 in una soffitta abitava il giovane avvocato Carlo Luigi Caissotti che studiava fino a tardi alla luce di candela. Una notte il duca Vittorio Amedeo vide la luce e volle sapere chi fosse. Conosciutolo iniziò a affidargli incarichi sempre più importanti. Divenuto re, nel 1713, lo volle a corte nominadolo conte e gran Cancelliere del regno.
Il 17/9/1706, finito l’assedio, la strada davanti la palazzo fu la prima ad essere nuovamente lastricata: a tutte le strade era stato tolto il selciato per attenuare i danni causati dalle palle di cannone che rimbalzavano sulle pietre.
Nell’'800 passa aii Marchesi di Breme, poi alla famiglia Balbo Bertone di Sambuy
Nel 1861 ospitò l’Ambasciata di Spagna, poi quella Russa.
Qui visse Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, contessa di Verrua, la cui vita ispirò Dumas, “Dame de volupté”, de Musset e Saint Simon.

image-134 – Amante spia
Vittorio Amedeo II è passato alla storia anche per le sue avventure amorose, soprattutto quella con Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, contessa di Verrua. La relazione iniziò nell’ultimo decennio del 1600, quando sua moglie, Anna d’Orleans non era ancora riuscita a dare alla luce un erede maschio.
La giovanissima contessa (nel 1689, all’inizio della storia con Vittorio Amedeo, era appena diciottenne), aveva sposato il conte Giuseppe Ignazio Scaglia di Verrua a soli 13 anni.
Nel 1688, il duca sabaudo cominciò ad interessarsi alla giovane, che si recava spesso a Corte per sfuggire alla noia che regnava nel palazzo di famiglia.
Il conte di Verrua, al fine di evitare scontri con il sovrano, partì per una campagna militare in Ungheria, lasciando la moglie a Torino, rinchiusa in un convento. Jeanne Baptiste ne uscì presto per trasformarsi in una delle più celebri dame della reggenza, nonché in una grande collezionista di quadri celebri, alcuni dei quali oggi sono al Louvre: il “Ritratto di Carlo I”, di Van Dik, “La lezione di canto” e la “Lezione di Viola” di Netscher ed altri dipinti di Watteau, Chardin, Teniers, Lorrain, Gillot, e Rubens.
Per sfuggire alle avances del duca, che si facevano sempre più pressanti, si recò in Francia (ufficialmente per far visita ai genitori che non vedeva da due anni). In occasione di questo viaggio la Verrua si inimicò suo zio, l’abate Scaglia, rifiutandone le profferte amorose. Quando tornò si trovò completamente isolata e ignorata dalla famiglia del marito e, allo stesso tempo, non poteva recarsi a Corte per timore di incontrarvi Vittorio Amedeo.

image-1Dopo alcuni mesi il conte di Verrua tornò e non si oppose alla nascente relazione tra la moglie e il duca: Jeanne-Baptiste divenne l’amante ufficiale di Vittorio Amedeo durante la rappresentazione di “Silvio, re degli Albani” al Regio.
Pochi mesi dopo la contessa rimase incinta, e il 9 febbraio 1690 nacque Vittoria Francesca. Jeanne Baptiste lasciò Palazzo Scaglia e si trasferì a Corte, dove Vittorio Amedeo la nominò dama di compagnia della moglie. Nel 1694 nacque un secondo figlio, Vittorio Francesco. Quello stesso anno, oppressa dal carattere di Vittorio Amedeo, cominciò ad architettare la fuga in Francia. Si offrì di informare Luigi XIV su ogni mossa del duca sabaudo e cominciò così ad inviare oltralpe rapporti dettagliati sulla Corte torinese.
Nel 1699 arrivò il momento della fuga. La dama di voluttà, aiutata dal fratello giunto dalla Francia, passò il confine in abiti maschili e, dopo pochi giorni giunse a Dampierre, dove i De Luynes avevano il loro castello. Vittorio Amedeo dovette accettare il fatto compiuto, anche se reagì con rabbia. Nel 1701, cercando di convincere Jeanne-Baptiste a rientrare, legittimò i suoi figli, nominandoli Marchesa di Susa e marchese di Centallo eliminando dal loro stemma la barra nera, simbolo di bastardigia. La contessa però rimase a Parigi, dove visse, pare senza amanti, fino al 1736.

34 – Il cortile dell'Abbondanza
Il nome viene dall'osteria omonima al numero 7 della contrada di San Tommaso, nell'isola di S.Eusebio

34 – Il covo della malavita
Nell’ottobre del 1910 inizia la demolizione dell’isolato Sant’Eustachio, che permetterà il risanamento di via Stampatori, uno dei covi della malavita torinese. Qui e nell’isola di S.Andrea, nell’800, lavoravano oltre 200 prostitute.
La zona detta “il nido dei barabba” fu demolita e risanata grazie al sindaco teofilo Rossi di Montelera. Il risanamento verrà effettuato dalla cassa di Risparmio; il palazzo che sorgerà verrà poi ceduto alla SIP, poi ENEL, che vi installerà i suoi uffici
Via Stampatori 11 fu sede del Carcere Militare.

34 - Il naso maledetto
Dove ora sorge il palazzo dell’azienda Elettrica Municipale, in via Bertola 40, c’era un giardino, appendice della passeggiata della Cittadella, con un busto di Alessandro Borella, (1813-1868 giornalista, medico, politico, uno dei fondatori della Gazzetta del Popolo) costantemente privo del naso perchè i monelli dell’epoca si facevano un vanto di romperlo non appena il Comune lo faceva riparare.

38 – Cassa di Risparmio
In via Bellezia 7, nel 1827, venne fondata la 1° Cassa di Risparmio.

38 - Dramma della gelosia
23 novembre 1907 al terzo piano di via S. Agostino 8, angolo via Corte d’Appello, Luigi Giarda cameriere di 24 anni uccise la moglie Luigia Cerutti di 23 con diciotto coltellate a seguito dell’ennesima lite causata dalla gelosia..

image-139 - SS.Martiri - la casa dei Gesuiti
I Gesuiti arrivarono in città nel 1566 prendendo possesso dell’isola di San Paolo, attivando la chiesa e il collegio dei S. Martiri.
Nel 1692 decidono di non trasferirsi al Collegio dei Nobili (isola 97) ritenuto troppo decentrato.
Nel 1706, durante l’assedio, il collegio serve come caserma per due reggimenti della guardia.
L’edificio venne rifabbricato nel 1771.

image-1La cappella dei banchieri e dei mercanti
SI trova in via Garibaldi 25. La “Pia Congregazione dei Banchieri, Negozianti e Mercanti” fu creata nel 1662 presso la chiesa dei Santi Martiri della Compagnia di Gesù; venne ufficialmente riconosciuta da papa Alessandro VII nel 1663. Inizialmente ebbe sede in un piccolo oratorio, nel 1692 si trasferì nell’attuale cappella, grazie all’interessamento di padre Agostino Provana (1641-1726), all’opera del pittore Andrea Pozzo (1642-1709) e all’ingegnere Michelangelo Garove (1648-1713).
Nel 1694 padre Provana chiamò da Milano il pittore Stefano Maria Legnani (detto il Legnanino, 1661-1713) per affrescare le volte con la “Storia della Salvezza”.
L’artista terminò il lavoro con l’aiuto del fratello Tommaso e dei quadraturisti Giovanni Battista e Girolamo Grandi, a spese dei Gesuiti, nel dicembre del 1695.
Nei due decenni successivi la Cappella si arricchì con dodici grandi quadri ispirati all’Epifania. I primi dipinti vennero registrati nel 1694, l’ultimo nel 1712: sono opera di artisti come Guglielmo Caccia detto il Moncalvo (attribuito, ora in Sacrestia), Andrea Pozzo, Sebastiano Taricco, Luigi Vannier, Stefano Maria Legnani e Niccolò Carlone.
Nel corso del Settecento i confratelli si preoccuparono di adeguare le originarie suppellettili della cappella allo splendore dell’arredo pittorico. Degni di nota a questo proposito sono i preziosi lavori di scultura di Carlo Giuseppe Plura, gli arredi lignei (i banchi, la cantoria e l’organo) e marmorei (l’altare).

Vedi la panoramica interattiva a 360° della Cappella dei Mercanti

Vedi le foto in esclusiva della Cappella dei Mercanti

 

 

image-139 - Il plenipotenziario alla corte dello zar
Nella chiesa dei SS. Martiri è sepolto Joseph De Maistre (1753-1821). Nato a Chambery entrò nella massoneria e al servizio della monarchia sabauda. Abitava in via della Provvidenza (XX Settembre). Nel 1802 fu plenipotenziario a Pietroburgo al cospetto dello zar Alessandro. Vi rimase fino al 1817, quando per i forti dissensi con lo zar, venne richiamato in città.
L’anno seguente, fu nominato reggente della Grande Cancelleria del regno.

 

 



Il Machiavelli sabaudo
Giovanni Botero (1544-1617). Gesuita uscì dall’ordine nel 1580. Nel 1599 entrò al servizio dei Savoia, fu precettore dei figli di Carlo Emanuele I. Negli ultimi anni si riavvicinò ai confratelli gesuiti. Scrisse molte opere, in latino e in italiano, la più importante “Della ragion di stato” è considerata tra le più autorevoli critiche alle teorie politiche di Machiavelli.

 

 

 

 

 



 

image-139 - Correzionale - Archivio storico del Comune

In via Stampatori, dal 1802 era in funzione il carcere correzionale, nella casa di proprietà dei gesuiti. Attualmente, al n. 32 di via Barbaroux, ospita l’Archivio Storico del Comune.


 

 

 


40 - Stendhal
Nel 1821 Henri Beyle conosciuto con lo pseudonimo di Stendhal (1783-1842) si faceva recapitare la sua corrispondenza torinese in contrada del Fieno 6, terzo piano, isola di Santa Maria (l’odierna via Botero), vale a dire nel palazzo d’angolo tra via Botero e via S.Maria. Nel 1801 Stendhal era a Torino, sottoluogotenente dell’esercito napoleonico, vi tornò poi a più riprese soprattutto per visitare gli amici, l’avvocato Guasco e l’astronomo Plana.

 

 

 

 


image-1Le "onde fluttuanti"
In piazzetta Viglongo l'opera dell'artista newyorkese Nancy Dwyer.
La scultura che reitera la parola "più" in molte lingue.

 

 


image-140 - SS. Maria di Piazza
Vicolo S. Maria e’ uno dei budelli curvilinei che caratterizzavano la città prima delle ricostruzioni barocche e ottocentesche.Sulla parete del palazzo barocco i resti di due finestre guelfe del XV-XVI secolo.
La chiesa, già citata dai documenti nel 1080, nel medioevo aveva di fronte una piazza con mercato dove in precedenza sorgeva uno degli antichi fori romani.
In questa chiesa c’è un quadro della Madonna forse dipinto da San Luca, dato che la tecnica pittorica è in stile di quella pompeiana. Se così fosse sarebbe l’unico ritratto della Vergine.

image-140 - Mastri stipettai e fabbricanti di carrozze
Nel 1636 in questa casa i mastri stipettai si unirono in società con i fabbricanti di carrozze per il miglioramento professionale e il soccorso dei loro confratelli. Si conservano ancora i Capi d’Opera della Corporazione, le antine a cornici multiple che gli aspiranti, per aprire una bottega in proprio, dovevano realizzare, con grandissima difficoltà, in quanto i legni erano segnati e non sostituibili in caso di errore.

 

 

41 – Il Protomedico
Di fronte a Santa Maria di Piazza nel 1630 abitava Gian Francesco Fiochetto (1564-1642) protomedico durante la peste.

41 – Fabbrica d’oro e d’argento
Il palazzo Capris di Cigliè, in via Santa Maria 1, ospitò diverse ambasciate estere e nei primi decenni dell’800 una “fabbrica d’oro e d’argento”.

41 – Capris di Cigliè
Il palazzo, in via S.Maria di Piazza 1, per 4 secoli ha ospitato la famiglia Capris di Cigliè. Nel 1690 Giuseppe Ignazio fu sindaco, all’inizio del XVIII Giovanni Francesco era capitano delle cacce di Carlo Emanuele II, suo figlio Ottavio ebbe 17 figli da Caterina Leone. In seguito il palazzo è diventato Seyssel d’Aix.

41 – I dischi del dopoguerra
La Cetra, azienda di stato di proprietà della Rai (e prima ancora dell’Eiar), fino al 1978 ebbe la sede in via Bertola 34. C’era anche uno studio di registrazione dove furono incisi molti dei dischi della casa discografica leader nel dopoguerra, che aveva come artisti di punta Nilla Pizzi e Achille Togliani. Tecnico del suono era Edoardo Massucci, figlio di Riccardo, regista della famosa trasmissione dell’EIAR I Tre Moschettieri. Nel 1959 la Cetra si fuse con la Fonit di Milano.

image-146 – Palazzo di Città - Municipio
Dal 1375 il Comune ha la sua prima sede fissa nell’isola di San Secondo, in un edificio della famiglia Borgesio, che dal 1363 ospita la campana comunale nella torre di famiglia.
Nel 1472 si trasferisce nell’isola di San Massimo, acquistando il palazzo di Antonio Scrivandi, a fianco della chiesa di San Benigno e del cortile del Burro (assegnato nel 1574 ai panettieri forestieri per la vendita dei loro prodotti).
Qui Francesco Lanfranchi eresse (1659/1663) l’attuale edificio, ulteriormente ampliato dall’Alfieri nel ‘700.
Nel cortile, il 26/12/1807 fu costruito un grande palco per il ballo di gala in onore di Napoleone.

 

 

 

 

46 – Il Sindaco della peste - Contacc
In via Bellezia, proprio dietro il Municipio, abitava il conte Gian Francesco Bellezia (1602-1672), sindaco per 27 anni e durante la peste del 1630, sepolto nella chiesa dei S. Martiri in via Garibaldi.
Ammalatosi, per evitare di contagiare i suoi collaboratori, amministrava gli affari pubblici attraverso un’apertura praticata nel muro. Proprio mentre il sindaco Gian Franco Bellezia parlava ad alta voce col protomedico Giovanni Fiochetto (1564 – 1642) dalla finestrella aperta nel muro della sua abitazione, per sbrigare gli affari cittadini mentre era malato, la gente percepì la parola terribile “contagio” che da quel momento storpiata in “contagi” e poi “con-tacc” diventò un’imprecazione tipicamente torinese (liberamente traducibile con “accidenti!”) la preferita di Vittorio Emanuele II.

 

 

 

image-146 - Zucchero per le presenze in Coniglio Comunale
Siamo nel 1680, Madama Reale Maria Giovanna Battista comunica la decisione del Duca suo figlio di concedere ai Consiglieri Comunali una regalia di 4 libbre di zucchero per ogni loro presenza alle sedute del Consiglio Generale e di 2 libbre per le sedute della Congregazione (Giunta Municipale).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

46 - Lo Spirito Santo e i numeri del Lotto
Nella loggia del Municipio, al primo piano, venivano letti i bandi pubblici, e i risultati delle estrazioni del lotto, denominato: “gioco del Seminario” importato dalla repubblica ligure e chiamato quindi “’l gieugh ‘d Genòva”. Inizialmente venivano estratti nomi, prima tra 120, poi tra 90 (trenta dame e sessanta cavalieri) quindi i numeri.
La cerimonia si svolgeva nella sala Grande detta pure dei Fasti: “Ogni cosa vi è fatta religiosamente. Lo Spirito Santo è invocato con una messa solenne e il sacerdote che l’ha celebrata benedice poi il bambino in rocchetto e con la stola”. Si sollevava quindi di peso il pargolo vestito di bianco che aveva sempre meno di sette anni e lo si poneva ritto su una tavola, con la mano destra rimboccata e legata da un “bindello” di seta verde. All’operazione assistevano un magistrato di alto grado, un grande della Corte, scabini, segretari, uscieri, tutti in abiti da parata.
Il numero estratto dalla bussola veniva letto ad alta voce, seguivano finalmente alcuni squilli di tromba.

image-146 - Lotto delle zitelle
Introdotto nel 1599, proibito nel 1655, nel 1674 fu nuovamente praticato anche nel Ducato di Savoia il cosiddetto “Lotto delle zitelle”, operante già in altre località italiane.
I proventi andavano a “beneficio di venti povere figlie ogni anno”. I nominativi estratti a sorte erano ricavati da una lista composta da cento ragazze nubili; le cinque fortunate estratte si aggiudicavano cento lire a testa.
Fu Vittorio Amedeo II a legalizzare “il lotto detto volgarmente giuoco di Genova” nello stato sabaudo nel 1696, nuovamente proibito nel 1713 e riammesso nel 1754.
Nel periodo dell’annessione alla Francia (1798-1814) a Torino furono introdotte le stesse regole adottate per la “Lotteria Imperiale di Francia”. Gli estratti semplici pagavano la vincita quindici volte la posta giocata, gli ambi 270, i terni 5.550, le quaterne 75.000. Il pronostico delle “sorti determinate” prevedeva anche l’individuazione dell’esatto ordine di uscita dei numeri giocati e forniva, ovviamente, vincite maggiori.

image-146 - Le case "della Griotta"
Nell'isolato di San Massimo (di proprietà del Comune), le case dette "della Griotta", riedificate nel 1774 secondo il progetto di Francesco Valeriano Dellala di Beinasco.

 

 

 

 

 

 


46 - I librai nel ‘700
Nei primi anni del ‘700 c’erano 26 botteghe che vendevano libri. Solo nell’isolato di San Massimo erano otto, sette nell’adiacente isolato di San Secondo e 3 in quello di fronte, San Rocco. Questa concentrazione era dovuta alla vicinanza con l’Università, allora ubicata in San Secondo, e al Municipio.

image-146 – Nuova Torre Civica
E’ all’angolo alla sinistra del Municipio. Iniziata il 18/11/1786, doveva rimpiazzare la Torre di San Gregorio abbattuta dai francesi.
Vi era la “Pietra dolorosa” già attiva alla vecchia torre, abolita nel 1853 su cui dovevano picchiare il deretano i falliti, secondo le regie Costituzioni (vedi Torre di San Gregorio).
Secondo il progetto doveva ospitare due nicchie con le statute del Po e della Dora.


47 – L’acquavitaro nobile
Nella prima metà del 600 ai piedi della torre civica, nell’isola che anticamente appartenne ai Beccuti, uno dei più antichi e ricchi casati torinesi, aveva sede la bottega dell’acquavitaro “Sor Durand”.
I suoi discendenti, con editto del 1736 elevati al rango di conti Durando di Villa, nel 1736 costruirono l’attuale palazzo. La famiglia si estinse nel 1791 con Felice Nicolò, uomo di grande cultura che lasciò la sua biblioteca al Comune.

 

image-147 - La prima Università
L’isola di San Secondo, oltre ad ospitare la prima sede del Comune, fu destinata nel 1405, da Ludovico d’Acaja, a Sede dell’Università, che era stata riconosciuta il 27 Ottobre 1404 con brevetto di Benedetto XIII.

image-1image-1Lo Studio iniziò a funzionare con facoltà di Diritto, Teologia e Medicina, nel 1412, e vi ebbe sede, con qualche interruzione, fino al 1720, quando fu trasferita in contrada della Zecca (oggi via Verdi).
In seguito sede del Collegio delle Regie scuole di Rettorica e Umane lettere, detto della torre (nella casa Durando di Villa, proprio davanti a San Rocco); l’altro collegio aveva sede nello stesso edificio della nuova Università, in via Po.
Il medievale vicolo “dei librai” o “dello Studio”, il cui tracciato è ancora visibile varcando il grande portone, percorreva con andamento spezzato l’intero isolato.
Ai primi del 700, dopo 3 secoli, il luogo divenne sede del teatro dei burattini.

47 – Studenti turbolenti
L’Università dopo aver stabilito la sua sede in una casa affittata a Michele Bergesio si trasferì in un altro edificio, sempre dello stesso proprietario. All’epoca agli studenti era vietato l’attraversamento del Po.
In ogni quartiere venne istituita una guardia speciale di 25 uomini per proteggere donne e proprietà dagli eccessi degli studenti. All’inizio del 400 gli universitari usufruivano di privilegi particolari derivanti da una bolla papale: ogni anno avevano diritto a un pagamento di 25 fiorini d’oro, a carico degli ebrei cittadini, da pagarsi “all’avvento delle prima neve”.
Gli studenti di medicina pretendevano dolci in regalo per la festa di Santa Caterina (25 novembre) e di San Tommaso d’Aquino (7 marzo). L’usanza durò fino al 1659 quando gli speziali, stanchi delle molestie subite, chiesero al Duca di liberarli da queste imposizioni.
A capo dello Studio c’era il Magnifico Rettore che era uno studente eletto dai suoi stessi compagni. Aveva alle sue dipendenze i sindaci, i consiglieri, il notaio, l’economo, copisti, miniatori e bidelli (che dovevano vigilare affinchè i professori facessero lezione puntualmente).
All’esame finale di laurea gli studenti avevano facoltà di escludere dalla votazione i professori che sospettassero sfavorevoli.
Gli studenti forestieri abitavano nelle casupole intorno a San Rocco che avevano il nome di Nazioni a secondo delle località di provenienza degli studenti (Nazione di Vercelli, Nazione di Savoia ecc.)

L’ispiratore di Shakespeare
Intorno al 1560 tra i professori ci fu il ferrarese Gianbattista Cinzio Giraldi, autore degli Ecatommiti, una raccolta di novelle che ispirò Shakespeare per il suo Otello.

47 – Il vicolo dei librai
Si apriva all’interno di quello che oggi è il portone di via San Francesco d’Assisi 2.

47 - L’insegnante misogino
Giovanni Nevizzano, lettore di legge, scrisse: “messer Domineddio fatto l’uomo, differì la creazione della donna formandola a un getto con gli animali. Ad essa plasmò un corpo bellissimo... ma la testa lasciò che figurassela il demonio..”
Le donne della città insorsero e lo fecero cacciare. Rientrò nello Studio solo dopo aver chiesto pubbliche scuse in ginocchio.

47 - Il Cavalier Incognito
Così era chiamato Vittorio Cornelio (1752-1832), comico, spadaccino, eremita, ciarlatano, chirurgo, dentista che seppe guadagnarsi tale fame da essere chiamato a corte per curare il re. Inventò anche strumenti utilizzati ancora oggi dalla medicina ufficiale. I cavadenti per il popolino, invece, operavano sotto i portici della Fiera (piazza Castello).

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi da stregoni
Il cavalier Incognito rappresentò idealmente il passaggio dalla medicina dei ciarlatani a quella scientifica. In precedenza il lavoro di dentista era praticato dai barbieri, usualmente per strada, spesso con rimedi tramandati dalla superstizione. C’era chi consigliava di mettere dei vermi in un fazzoletto, introducendoli nell’orecchio dalla parte del dolore. Lo scopo era quello di far morire, per simpatia, il “verme” interno al dente che causava il male.
Per le febbri maligne l’uso era di uccidere un gatto, tagliargli zampe e testa, squartarlo e metterlo così ridotto sulla pianta dei piedi per un paio d’ore.

47 - La puzza caccia i tintori
Nel 1400 le pescherie e le beccherie soppiantano le tintorie delle stoffe che avevano sede in quest’isola, spostate per i cattivi odori che producevano.

Luoghi disdicevoli
Le strade adiacenti a via Barbaroux sono state considerate per secoli “luoghi disdicevoli per un gentiluomo”: così si riferisce a queste zone la scrittrice del XIX secolo Carolina Invernizio.

image-147 – Torre Civica
Qui sorgeva fin dal 1379 la Torre Civica detta di S. Gregorio, sorta inizialmente a fianco dell’antico palazzo del Comune (prima che questo fosse trasferito nel sito attuale).
Nel 1666 era stata ricostruita in forme barocche, su disegno di Francesco Lanfranchi, per festeggiare la nascita di Vittorio Amedeo II, ma conservando una guglia gotica.
Oggetto di frequenti restauri e abbellimenti, tra i quali il primo orologio pubblico del Piemonte (1392), sostituito da altri due nel 1574 e un toro di bronzo dorato, istallato nel 1575.
Venne rimosso dal 1706 al 1713 perchè bersaglio delle bombe francesi durante l’assedio. Girava su un’asta, perforato alla bocca e all’estremità, per cui emetteva un suono simile al muggito quando soffiava il vento.La Torre durante il periodo napoleonico venne abbattuta il 21 marzo 1801.

 

 

 

 

 

image-147 – La lastra della vergogna
Alla base c’era era una lastra di pietra “la pietra dolorosa” sulla quale i mercanti falliti, vestiti di sola camicia erano costretti, davanti alla gente, a sbattere ripetutamente il deretano, sollevati da una carrucola, dicendo: “Cedo bonis”.
Da qui la frase “a l’è ‘ndait dal cul” (è andato dal culo) sinonimo di “ha fatto fallimento”.



49 – L’aggressione a Bruno Buozzi
Il 27 febbraio 1924 durante una riunione sindacale nella Federazione operaia in via Botero 11, ci fu un’aggressione di una squadra fascista all’onorevole Bruno Buozzi, segretario della F.I.O.M.

49 – Collezione d’Harache
Intorno al 1820 il palazzo Bertalazzone di San Fermo, in via San Francesco d’Assisi 14, ospitava la ricca collezione d’arte del conte d’Harache, che comprendeva opere di Durer e Tiziano.


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