Atlante di Torino


 

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image-1121 - Teatro D’Angennes
Nel 1770 la baracca in legno del sarto Lorenzo Guglielmone ospitava spettacoli popolari a conduzione familiare, in via Principe Amedeo 24, nell’ambito del palazzo del marchese Carlo Eugenio D’Angennes. Nel 1786, quando bruciò il Carignano, il marchese Carlo Luigi decise di costruire in fretta un teatro, che prese il nome della famiglia, entrando subito in funzione.
Il 29 febbraio 1840 ospitò la grande serata d’addio alle scene dell’attrice Carlotta Marchionni.
Nel 1950 il palazzo ospitò l’Istituto d’Arte per il disegno di moda e del costume, diretto da Italo Cremona.

 

 

 



image-1image-1image-1121 - Teatro Gianduia
Nato come Teatro Guglielmone, dal nome del suo costruttore, ospitava 1100 spettatori.
Nel 1786 assume il nome del proprietario, marchese D’Angennes diventando il secondo teatro di prosa dopo il Carignano.
Qui, il 13 gennaio 1821 durante uno spettacolo della “Compagnia reale Sarda” con Carlotta Marchionni, si registrarono le prime avvisaglie dei moti patriottici italiani degli studenti
Nel 1891 fu ribattezzato Gianduia dal nome della maschera piemontese. Vi si esibivano le marionette Lupi. Chiuse nel 1940.
Riaprì con due sale sovrapposte, una sotto per il cinema e le marionette e l’altra sopra per gli spettacoli di varietà e teatrali, nel 1946, con 950 posti.
Dal 1961 venne trasformato nel cinema Orfeo.

image-1image-1122 Ghetto Nuovo
Nel 1938, come in parte anche oggi, la superficie della piazza Carlina era occupata dai banconi del mercato, residuo del “cortile dei miracoli” che era stato nel Settecento e nell’Ottocento.
Attorno avevano ancora la loro residenza famiglie appartenenti ad un ceto sociale più basso dei correligionari trasferitisi in altri quartieri.
Ancora visibili i segni del ghetto nell’edificio che fa angolo con via des Ambrois, dove, a parità di altezza, sono sovrapposti quattro piani più un ammezzato (contro i due-tre piani delle case confinanti).

image-1126 - Nascono i Carabinieri
In piazza Carlina 4 il palazzo costruito nel 1729 come sede della scuola per la formazione dei funzionari del regno o “reale Collegio delle Provincie”.
Qui venne costituita l’Arma dei Carabinieri, quale corpo di militari “per buona condotta e saviezza distinti”.
Vittorio Emanuele I, dopo l’abdicazione e l’esilio di Napoleone I, intraprese un’opera di riordinamento del regno, che prevedeva anche la riorganizzazione dell’esercito e la creazione di un Corpo militare per la tutela della sicurezza pubblica. Il nuovo Corpo doveva chiamarsi dei “Carabinieri reali”. Le regie Patenti del 13 luglio 1814 sancirono ufficialmente la nascita dell’Arma.
La caserma, attualmente denominata Bergia, durante il fascismo ospitava la Guardia Nazionale Repubblicana.

126 – Scandalo: carabiniere ladro
Il 27 gennaio 1923 sensazionale furto a Torino: 147.000 lire scompaiono dalla cassaforte della caserma Bergia dei carabinieri in piazza Carlo Emanuele II. Risulterà autore del furto un maggiore dei Carabinieri.

 

126 - L’educatore
Ferrante Aporti (1791-1858) sacerdote pedagogista. Il governo sabaudo gli affidò l’incarico di gestire l’istruzione pubblica nominandolo senatore. Abitava in via dell’Ospedale (Giolitti) 17 al 1° piano.

 

 

 

 

 

 

 




127 – L’inventore del radiogoniometro
Alessandro Artom (1867-1927) diplomato nel 1889 alla Scuola di Applicazione per Ingegneri di Torino, nel 1896 conseguì il diploma di perfezionamento in elettrotecnica al Politecnico, sotto la guida di Galileo Ferraris. Nel 1907 inventò il radiogoniometro, quindi creò la scuola superiore di comunicazioni elettriche.

 

 

 

 

 

 

image-1image-1127 - Piazzale Valdo Fusi
Prima della guerra ospitava il Museo industriale e la Scuola Ingegneria distrutti dai bombardamenti aerei. Inaugurato nel 1870 come reale museo di Torino, nel 1884 inglobò anche il museo commerciale.
Nel 1906 vennero annessi alla regia Scuola di applicazione per Ingegneri, il primo Politecnico.

 

130 – Le sorelle compiacenti
In via Principe Amedeo 34-36, palazzo voluto da Giuseppe de Mesmes, marchese di Marolles e conte di Chiavazza, scudiero ducale e capo delle Guardie del corpo (tra il 1683 e il 1689) che prima di morire affidò le cinque figlie al Duca. Carlo Emanuele II però oltre alla relazione con Maria Giovanna di Trecesson (da cui ebbe due figli) amoreggia con due delle sorelle Marolles, ancora ragazzine di 14 e 16 anni, una complice dell’altra. Sono splendide e chiacchieratissime: “Il Duca se ne compiace - dice la corte più bigotta - a rischio che la tresca venga alle orecchie del Re di Francia”.

Prima ancora che fosse trascorso un anno di matrimonio, il Duca si invaghì di Gabriella, nominata “Figlia d’Honore” della Duchessa “dietro la quale prese ad impazzare con tali e si pubbliche dimostrazioni”, da imbarazzare la moglie Giovanna Battista.
Rimasta ben presto incinta, nel dicembre 1667 la Marolles fu fatta sposare in fretta con Carlo delle Lanze conte di Sales, Primo Scudiere di S.A.R, che accettò il figlio nato poco dopo. Il figlio del Duca e di Gabriella sarà chiamato Agostino Francesco delle Lanze, divenuto Governatore della Savoia, nel 1724 accettò forti somme per far entrare clandestinamente merci dalla Provenza colpita dalla peste.

Fu condannato alla decapitazione e alla confisca dei beni, fuggì a Bologna dove morì povero nel 1749.
Dopo la morte del Duca, e quella del Conte di Sales, Gabriella passa a seconde nozze con Giacinto Scaglia marchese di Caluso, cambierà vita dedicandosi ad opere di bene e contribuendo anche alla costruzione della Chiesa Guariniana dell’Immacolata Concezione. Nel 1674 diventa anche proprietaria di Palazzo Lascaris.

Gabriella morì ottantenne chiedendo di essere sepolta nella chiesa dell’Immacolata, in via Arsenale, in una tomba a terra, in mezzo alle file dei banchi, “Affinchè tutti i fedeli che si accosteranno all’altare possano calpestare una delle più grandi peccatrici pentite”.
Il palazzo passò poi ai conti di Roero, nel 1778 al marchese di Gattinara e nel 1778-1781 fu restaurato da Filippo Castelli
Qui nel 1780 ebbe i natali Ludovico di Breme “araldo del romanticismo e della libertà”.
Dal 1789 di proprietà della famiglia del marchese D’Azeglio

image-1130 - Palazzo D’Azeglio
In via Principe Amedeo 34-36, qui il 24/10 nacque Massimo D’Azeglio (1798-1866) che poi abitò anche in via Posta 6 e via Accademia Albertina 2 dove morì.
Primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, e senatore dal 1853, fu uno dei personaggi determinanti del Risorgimento. Sposò Giulia, figlia di Alessandro Manzoni.
La sera del 27/2/1848 un gruppo numeroso di valdesi, arrivati dalle loro valli per festeggiare lo Statuto albertino, che li aveva appena equiparati agli altri cittadini, rese omaggio a Roberto D’Azeglio (foto a sinistra), che aveva difeso la loro causa, radunandosi intorno al suo palazzo intonando le loro canzoni.




image-1130 - Massimo lo “sporcaciun”
Massimo D’Azeglio era un bohèmien, le dame di corte lo chiamavano ”lo sporcaciun”. Quando divenne primo ministro, Cavour allora ministro delle finanze, lo definì suo “empio rivale” e in seguito lo costrinse a dimettersi.
Era presidente della scuola di ballo del Regio, dove amava pescare le sue giovani amiche.
Celebre il suo aforisma: «Abbiamo fatto l’Italia, si tratta adesso di fare gli italiani.»
Nell’ultima parte della sua vita si trovò in difficoltà economiche e si dedicò professionalmente alla pittura.
Nel 1919 il palazzo venne acquistato da Giovanni Agnelli, in occasione delle nozze della figlia Tina con Carlo Nasi.
Durante la seconda guerra mondiale ospitò la Presidenza e l’Ufficio Bilanci della FIAT.
Emanuele Nasi intraprese nel 1953 una ristrutturazione, su progetto di Tommaso Buzzi, che sostituì la vecchia scala dell’ala nord con l’attuale scalone formato dall’intreccio di due rampe a spirale.
Nel 1968 Emanuele Nasi cedette il palazzo alla Fiat, che per breve tempo vi ospitò la sede della Fondazione Giovanni Agnelli.
Dal 1970 è sede della Fondazione Luigi Einaudi.

image-1Piazza Carlina
Il progetto iniziale prevedeva facciate uniformi, poi si permise che ognuno costruisse a suo piacimento.
Al centro della piazza, durante l’occupazione francese, veniva posta la ghigliottina che tra il 1800 e il 1815 effettuò un totale di 423 esecuzioni, di cui 111 nel 1803. Quando non veniva usata era custodita nel chiostro del Carmine.
Si dice che la prima vittima fu una cappellaia, adultera e assassina del marito, che aveva il negozio proprio nella piazza. La voce popolare la ribattezzò “La Bela Caplera” e la leggenda vuole che il suo fantasma continui ad aleggiare nei piani alti delle case della piazza e di via San Francesco da Paola, dove fa ancora sentire i suoi pianti e i suoi lamenti.
image-1image-1Molte vittime della lama furono banditi che imperversano fuori città:
Giovanni Re (1800), astigiano, detto Patpatè ghigliottinato per vari delitti che cercò di far passare come politici;
un certo Combot, giustiziato nel 1806, che operava sulla collina e sullo stradone per Rivoli;
Bartolomeo Gancia (1808) capo della banda di Narzole, colpevole di molteplici delitti;
Giovanni Scarsello (1808) capo della banda dei “Fratelli di Narzole”;
Giuseppe Roggero (1813) detto “Rigadin” capo di una banda che operava nel cunese
La voce popolare la ribattezzò “topia”, “Colombarda” e “Beatissima” da cui la frase “va ans la beata” (va sulla forca!).

All’epoca l’ultimo grido della moda per le signore favorevoli alla rivoluzione era un nastro rosso al collo che simboleggiava appunto il taglio della ghigliottina.
Con la restaurazione la ghigliottina venne sostituita dalla gogna

La ghigliottina a Torino già nel 700
Secondo la Storia del Cibrario: “il 1° settembre 1704 fu elevato in faccia alla porta esterna della Cittadella un palco su cui si trovava disposta una macchina identica a quella che, molto più tardi, fu chiamata ghigliottina”.

Il mago della ghigliottina
Simone Lanino che si faceva chiamare Simon Lanin, scomparso nel 1806, era un mago che praticava nei pressi di piazza Carlina. Scrisse un libretto di 13 pagine in cui spiegava i suoi malefici, a pagamento effettuava fatture, sovrapponendo il ritratto della persona da colpire a un quadro, da lui stesso eseguito, della piazza Carlina con al centro la ghigliottina.

Il mercato del vino
Madama Reale Giovanna, nell’agosto del 1678, dispose che la piazza fosse adibita a mercato del vino. Vennero così costruitii 4 padiglioni abbattuti nel 1865 per far posto al monumento a Cavour.

La posta dei cavalli
Qui la Posta dei cavalli per viaggiare. Nel ‘600, dove ora c’è una banca, era attiva l’Osterie delle 2 lune.

image-1image-1132 - Palazzo Guarene
In piazza Carlo Emanuele II (Carlina) 13. Particolare la facciata, disegnata da Juvarra sul preesistente edificio ricostruito nel 1711 da Carlo Giacinto Roero di Guarene.
Le figure dipinte tra le finestre da Bernardino Galliari, attribuite a Sebastiano Galeotti, non sono più visibili.
Successivamente divenne palazzo d’Ormea. Durante l’assedio del 1706 fu sede dell’ambasciata inglese. Nel 1864 era sede del Gran Comando militare da dove si dovevano orchestrare le operazioni per sedare i tumulti scatenati dal trasferimento della capitale.

Vedi le immagaini di palazzo Guarene nel corso degli anni.

vedi la monografia sulla contrada di San Filippo (via Maria Vittoria)

vedi altre immagini della contrada di San Filippo (via Maria Vittoria)


134 – Il fondatore del partito comunista
Antonio Gramsci (1891-1937) fondatore del Partito Comunista Italiano, abitava in piazza Carlina 15. Antecedentemente risiedeva in Lungodora Firenze 57 e via S.Massimo 33.
In quest’isola sorgeva fin dal cinquecento l’Albergo di Carità delle Venerande Compagne di San Paolo che divenne poi l’Albergo di Virtù per giovani orfani, dove si insegnava un mestiere soprattutto legato alla manifattura della seta. Nell’800 divenne poi una scuola dell’arte tessile.

 

 

 


image-1image-1135 - Ospedale Militare
In via Accademia Albertina 13. Prima del 1849 Monastero delle monache di S.Croce, poi trasformato in Ospedale Militare con 570 letti per la bassa forza e 12 per ufficiali.

Conversione per amore
Nel convento di Santa Croce, in piazza Carlina, venne ospitata la figlia di un ambasciatore di uno stato del nord che creò un grosso scandalo. Si era innamorata di un giovane squattrinato, che per superare la barriera sociale che li divideva chiese aiuto ai gesuiti, asserendo che la giovane, protestante, voleva abbracciare il cattolicesimo.
Nella faccenda fu coinvolto anche l’arcivescovo Franzoni, la ragazza fu fatta fuggire dalla stretta sorveglianza della famiglia e ospitata nel convento di S. Croce.
Ne scaturì un caso diplomatico, che coinvolse la protesta di tutti gli ambasciatori solidali col loro collega. Una delegazione della famiglia andò nel convento a parlamentare ma la giovane rimase ferma nei suoi propositi. La famiglia ritornò in patria, prima ripudiando la figlia, poi concedendole un vitalizio. Al giovane non venne concesso di sposarla (sarebbe stato troppo) gli furono dati dei soldi e mandato via. La ragazza dopo qualche mese uscì dal convento e sposò un giovane magistrato di nobile famiglia entrando così nell’alta società torinese.

I primi ospedali
Secondo un documento del 1228, un canonico del Duomo di S.Giovanni, ricoverava gli infermi poveri nel campanile. Da qui il nome che rimarrà poi all’ospedale.
Nel 1370 in città operavano ben 12 ospedali.

image-1image-1136 - Ospedale San Giovanni
Fino al 1598 era ubicato nell’attuale Seminario (D 72), poi in un edificio all’angolo tra via Barbaroux e via San Francesco d’Assisi.
Costruito qui nel 1680 per volere di Maria Giovanna di Namours, seconda Madama Reale.
Nel 1734 accoglieva 324 malati e 315 bambini orfani che dal 1801 verranno affidati a una nuova istituzione, l’Ospizio di Maternità.
Il 10 settembre 1831 il re Carlo Alberto si presenta senza preavviso per un‘ispezione che gli farà commentare: “Un bell’edificio ma pieno di sporcizia, con arredi e attrezzature male in arnese, sale fumose per i fornelli di riscaldamento, letti in soprannumero e personale irrispettoso.”
Nel 1817 e nel 1837 registra una media di 4.630 ricoveri l’anno, nel 1853 sale a 5.840, con un personale di 6 medici, 5 chirurghi, 4 professori dell’Università 22 suore e 80 infermieri e addetti vari.
Attualmente ospita il museo di Scienze Naturali.

136 - Il delitto del San Giovanni
Nel 1852 Isabella Ferraris, cameriera nubile, venne condannata ai lavori forzati a vita per aver ucciso e fatto a pezzi con un temperino suo figlio appena dato alla luce nello stesso ospedale, nascondendo poi i macabri resti fra le lenzuola.

136 - Le infermiere avvelenate
Il 23/9/1893 ben 34 infermiere vengono avvelenate da una misteriosa torta che conteneva arsenico. Si riprenderanno, ma il colpevole non verrà mai scoperto.

L’amante del Re
In via San Massimo c’era la casa che, nel 1849, Vittorio Emanuele II aveva comprato alla sua amante, l’attrice Laura Bon per i loro incontri nemmeno troppo segreti. Giurandole sul crocifisso che era l’unica donna della sua vita la convinse a lasciare le scene.
Cavour, che le affidò anche alcune missioni ufficiali nel Veneto, voleva usarla per soppiantare la Rosina, che lui odiava profondamente, ma quando il conte le chiese di metterla in cattiva luce presso il sovrano, dichiarando che la rivale aveva una relazione con un suo amante, la Bon se ne andò sdegnata.

 

 


 


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